Music Wizard (230)

In questi giorni mi sto sorprendendo a pensare sempre di più ai fatti miei. Scrivo, parlo e interagisco in maniera puntuale con colleghi e clienti, ma lo faccio con un automatismo involontario. Rido e scherzo, mentre sto pensando se nella peperonata ci vanno i peperoni. Cose importanti, sia chiaro, ma questo sfasamento mentale mi stanca.
Il fatto principale è che vedo i colleghi che ritornano dalle ferie e sono brillanti, mentre io sono al lumicino, con la “spia gialla accesa”, e non riesco ad essere in sintonia con la loro accesa ilarità.
Il fatto di essere in un buen retiro distante da (quasi) tutti mi fa bene, mi evita l’incombenza di dover parlare o sorridere o discutere su cose che, allo stato attuale, non mi interessano. Io me ne sto in questo posto, dietro un vetro, e guardo il mondo che si muove con i tempi estivi, quindi in un concentrato di schizofrenia da leviamoci dal caldo e calma assoluta sorella della siesta. In estate è tutto così, non c’è la frenesia dell’inverno, quel camminare tutti raggomitolati su sé stessi per proteggersi dal vento freddo, ma c’è la dualità fra chi il sole se lo gode e chi, come il sottoscritto, lo rifugge e si nasconde in antri oscuri.
Gli antri oscuri, però, non sono una scelta consapevole, ma è un modo onesto per rimanere al fresco ed evitare di ansimare come un carlino mentre parlo al telefono.
Nel buen ritiro siamo un manipolo, solo che non facciamo lo stesso lavoro. Questo porta a conversazioni più stringate e meno sul punto “lavorativo in sé”, tanto, bisogna ammetterlo, se non ci si può lamentare delle stesse persone, che gusto c’è a lamentarsi? Tanto vale parlare di qualcosa di decente.
Visto il discorso fatto sopra, però, riduco le conversazioni con abili mosse: mi nascondo nel buio e non accendo le luci. In questo modo, non vedendomi, a volte si dimenticano di me.
Quello che mi stupisce è che c’è gente, qua, che ha veramente voglia di lavorare. Una voglia sfrenata, quasi ossessiva, e mi ritrovo ad osservarla con gli occhi pietosi. Non ho niente in contrario al lavorare, anzi, e sono contento che ci sia gente che ha voglia di fare, ma quella dedizione stakanovista, senza remore, senza pause, mi spaventa. Prima di tutto perché mette in risalto il fatto che io, ad un certo punto, “alzo il piede dall’acceleratore”, in secondo luogo perché mi chiedo, onestamente, che vita faccia fuori da queste mura.
Se tutto quello che conta per te è il lavoro, solo il lavoro, cosa trovi fuori dalla tua scrivania che ti interessa? Cosa riesce ad emozionarti? Me lo chiedo sinceramente, perchè non riesco a capire questa cosa. Se il lavoro, come lo conosci e per quello che hai potuto sperimentare, è così totalizzante nella tua esperienza di vita, fuori dall’orario di lavoro che persona sei?
Sei una persona felice perché fai quello che ti piace?
Sei una persona infelice perché non stai facendo quello che ti piace?
O sei una persona a cui manca qualcosa, una parte importante di te?
Non lo so e me lo chiedo spesso restando qua. Forse, e dico forse, perché quando guardo me stesso mi scopro a pensare che il lavoro è solo quello: ore dedicate a fare quello per cui sono pagato (e lo faccio al meglio delle mie possibilità). Poi, quando ho finito, c’è il resto, tutto quello che posso permettermi facendo quello che faccio. Il risultato tangibile del sacrificio di tempo ed energie durante la giornata/settimana.
Non credo di essere la persona che si vede realizzata nel lavoro. Chi lo sa, forse lo diventerò nei prossimi anni. Non mi pongo limiti con il “mai”, visto che è una moneta che viene spesa troppo spesso e che, nel 90% dei casi, viene spesa male.
Dico che, adesso nel 2018, il mio pensiero è questo. Se poi mi evolvo e cambio radicalmente vuol dire che è successo qualcosa, che qualcosa è scattato e, forse, mi riuscirò a dare una risposta alle domande insolute guardando i miei colleghi del buen retiro.

34 pensieri su “Music Wizard (230)

      1. Spero che non devo richiamarti all’ordine sul nominare le divinità invano, soprattutto quelle “concorrenti” 😀 eheheh
        Comunque il mio era solo per avere 3 mesi di ferie.

      2. noir622224124

        ah si si per carità…….lasciamo le concorrenti al loro posto ma resta il fatto che odio l’estate con o senza vacanze. divento un’anima in pena

  1. Io aspetto ottobre… con tutto il cuore.
    Nuovamente in fase di separazione da quella maledetta di una pressione che va in ferie e mi lascia al lavoro… odio. Profondo. Ma tanto.
    ( il mio lavoro non mi soddisfa, cioè non è quello che pensavo sarei finita a fare… ma mi rifaccio con le ore a casa)

    1. Si aspetta l’autunno, ma intanto vorrei godermi le ferie. Perché, un po’ di sole e aria aperta, non mi dispiace.
      Questo caldo osceno no, invece.
      (guarda, non dirlo a me… e ore libere a casa… gnaaaa, non ne ho così tante).

    1. Sì, ma non cambia il fatto che, finito quello (perché finirà prima o poi), non ti rimane nient’altro di fuori.
      E pensare questa cosa, al momento, mi fa tristezza.

  2. Io faccio un lavoro che mi piace, e tanto. Non è stata tutta fortuna, perché me lo sono guadagnato con le unghie e coi denti, e quando me lo hanno tolto, mi sono spostata a cinquecento chilometri di distanza da casa, famiglia e amici per riaverne un altro dello stesso tipo. Anche se comporta spesso orari lunghi, reperibilità e tanto impegno. Stante quello che hai scritto tu, mi starai già prendendo per matta, ma non è così. Non riuscirei mai a fare un lavoro che non mi piace, oppure forse sì, per la pagnotta, ma con strascichi umani e psicologici traumatizzanti. In orario ufficio mi puoi considerare il nerd della situazione che si appassiona pure ai bit che scorrono dentro una fibra ottica.
    Ciò non toglie che quando stacco faccio mille altre cose: ascolto musica, cucino, arrampico, faccio canottaggio, trekking, fotografo, viaggio, cazzeggio in bici tra un aperitivo e l’altro, vado al cinema, alle mostre, mi spalmo in Darsena con un libro e una birra a fianco. Ogni tanto scrivo pure su WordPress. Una sola cosa non faccio, ed è guardare la tivvù. Qual è l’unico, immenso problema in tutto ciò? Il tempo, che non è mai abbastanza. Ecco perché dormo al massimo cinque ore a notte, quando va bene.

    1. Rispondo a te, ma è rivolta anche a daphne…
      Sia chiaro, non sto parlando del piacere del lavoro. Se ami il tuo lavoro, se è qualcosa che ti fa stare bene e per cui faresti sacrifici incredibili, allora hai tutta la mia stima. Fare il lavoro che piace è una cosa lodevole e, in fin dei conti, molto rara.
      Ma entrambe, sia te che daphne…, mi dite un particolare che io ho specificato come “assente”: avete molti interessi fuori dal lavoro. Non è l’esperienza totalizzante. Voi avete il lavoro che amate, fate i sacrifici che dovete fare, ma avete mille interessi. Avete uno scopo oltre che è quello di cucinare, scrivere, viaggiare, sport, etc etc etc.
      Se leggi bene, io scrivo di una persona che, fuori dal lavoro, è persa. Non ha altro oltre il lavoro che fa. Lo ama immensamente, lo adora, ma fuori dall’ambiente in cui sta da dio… cosa trova? Il nulla? Lo scoramento? Lorrorvacui (scritto così eheh)? Questa è la mia domanda.
      Io faccio un lavoro che… vabbeh… non so se mi piace o se lo so fare decentemente o se mi sono abituato… ma è il passaggio fra questo e il mio scopo ultimo, avere soldi per garantirmi la tranquillità esistenziale, che mi differenzia da queste persone. Loro vivono per quello, io lavoro per vivere.
      Come detto, non discuto l’amore che si prova per il proprio lavoro. Metto in dubbio il ruolo che ha questo lavoro nella tua giornata e nel completamento della persona (sono fisime, sia chiaro, ma ho tempo per pensare ahhaa)

  3. Sono d’accordo con quanto ha scritto 321Clic. Io ho cambiato diversi lavori, affrontato un lungo periodo di disoccupazione… Per raggiungere il mio luogo di lavoro ci metto quasi due ore perché non ho voluto vivere a Milano. Il tempo è quello che è. La sera ascolto la musica, leggo qualche pagina di un libro. Faccio le cose che mi piacciono. Oppure semplicemente siedo al tavolo ad ascoltare il ticchettio degli orologi. Non ho la tv. Non ho nemmeno internet. La mia connessione mensile sono i 20 giga dello smartphone. Quando riesco, viaggio, vado alle mostre, a un concerto, mi vedo con le amiche. Però questa mia sensazione di benessere non ci sarebbe se non fossi soddisfatta del lavoro che faccio. E non è che io faccia un lavoro figo. Ma a fine giornata sono soddisfatta.

  4. Uhm… Quindi mi sembra di capire che tu fai riferimento a quelle persone che vivono solo per il lavoro. Però forse è l’approccio che è sbagliato. Noi siamo abituati a considerare il lavoro come un obbligo sociale ed economico perché spesso per causa di forza maggiore sono costretti a fare lavori insoddisfacenti dal loro punto di vista. Quindi è come se sentissero di sprecare parte della loro vita. Così si rifanno con attività extra lavorative e allora pensano: Che me ne frega? Io faccio il minimo indispensabile, tanto ho la mia vita! Poi ci sono quelli che non hanno niente al di fuori del lavoro. Si buttano nel lavoro per riempire il vuoto della loro esistenza. Io ti dico: Non guardarli. Né l’uno, né l’altro. Ma guarda a quelli che hanno una vita totalizzante. A 365 gradi. Amano il lavoro che fanno e amandolo non lavorano più. Coltivano interessi fuori dal lavoro che li fa crescere come persone. Si prendono tutto quello che vogliono, in pratica. Salgono sul treno in corsa quando passa. Cambiano direzione di punto in bianco. Non pensano mai : Non ce la faccio. Ce la fanno e basta. Non so se si è capito quanto ho scritto, ma… Ahahahahah… È stata una settimana pesante 😅

    1. Ho capito il discorso, il vero problema del discorso è che le persone che hanno questa libertà che tu dici “quella di amare così tanto il proprio lavoro e di avere tempo per considerare una vita piena” non sono tantissime. Ce ne sono, ma meno di quante sarebbe opportuno. Quindi guardo i casi umani di cui sopra:
      – quelli che fanno il minimo
      – quelli che si distruggono nel lavoro.
      Non sono né uno né l’altro, ma è interessante osservarli e chiedersi cosa succede nelle loro vite. Quelli che fanno il minimo sono realmente contenti? O facendo poco, hanno poco dal lavoro e quindi il “tanto” che hanno fuori potrebbe essere molto di più (più lavoro = più paga = più svago).

      1. Fondamentalmente: chi se ne frega! Io non mi pongo queste domande, non ho ho interesse ad interrogarmi sulla felicità e la realizzazione degli altri. Se uno è contento vivendo solo per il lavoro, buon per lui. Se I’altro lo vede solo come un mezzo di sostentamento, idem. La discriminante è: “Sei felice?”. “Sei soddisfatto della tua vita?” Se la risposta è Sì, allora va tutto bene. Se è no. Allora, la mia successiva domanda è: Perché non la cambi? E solitamente, qui fioccano motivazioni più o meno svariate sul perché preferiscono vivere una vita insoddisfacente piuttosto che apportare cambiamenti. Ma come dici tu, sono pochi quelli che hanno una vita piena. Però sai per avercela lottano e stringono i denti, attraversano periodi bui, rinunciano a cose per averne altre, si prefiggono obiettivi e li perseguono e non hanno tempo o interesse per guardare a quelli sui quali ti interroghi. Quindi, la risposta alla tua domanda è: Boh?!

  5. Ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace, per quanto a volte ci siano frangenti che detesto, tipo gente che ti chiede una “bionda rinfrescante ghiacciata basta che sia doppio malto e che non contenga luppolo” oppure stare come queste sere a fare panini di fronte a una piastra da 200 gradi mentre c’è un’umidità del 1000%… ma tant’è, mi reputo fortunata, veramente. C’è però una cosa che non ho mai sopportato. Indipendentemente dal lavoro che faccio, non vorrei mai essere identificata col mio lavoro. Quando non riuscivo a trovare lavoro, non esistevo. Ora che ce l’ho? Non sono il mio lavoro, cavolo… eppure senti la gente dire in giro, “ah, è un’infermiera” o “è un (cavolo ne so) un operaio”. No, sono persone, sono tizio e caio, sono quello che vogliono loro.

    1. Da quanto capisco fai un lavoro che, per me, merita enorme rispetto. Ho fatto un voto di rispettare al 200% chi mi fornisce da bere o mangiare, secondo me bisogna trattarli con i guanti bianchi. E non scherzo.
      Ma concordo che, usciti dal lavoro, non bisogna essere identificati come tali. Io non sono quello che lavoro, io sono io.

      1. Ben detto 🙂 ah, e visto che abbiamo sfiorato il tema pub e birra, ti faccio sapere ufficialmente che dopo giorni e giorni (non così tanti in realtà) di pressione, sono stata in grado di ampliare l’offerta musicale. Finalmente, accanto a Deep Purple, Black Sabbath e compagnia bella, sono arrivati anche i Rammstein. Aiutano molto a sopportare il caldo.

      2. Visto che l’abbiamo sfiorato e tu entri di diritto nel Valhalla, mi fa piacere vedere che l’espansione dei gusti musicali prosegue nella direzione perfetta.
        Secondo me, e lo dico sinceramente, se tu provassi a sentirti gli ultimi due/tre dischi (compresi EP) dei Ghost, potresti trovare materiale da mettere nello stereo 😉

  6. E… concludo… quando parli di gente che vive praticamente per lavorare, che si divertano o meno, mi spaventa un po’, perché mi da sempre l’impressione che si annullino. Non esistono, sono appendici del loro lavoro. A volte me lo chiedo anche io, che razza di vita avranno.

Si!?

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