In cucina (by Zeus – parte 5)

Continua, ma anche no, dal racconto precedente: In cucina (by Zeus – parte 4)

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foto da web – direi che è abbastanza chiara come cosa


“Continuano a litigare. Non si fermano un secondo. Grida acute, stridenti, ghiaccio sulla schiena mentre ci alziamo dal letto intirizziti. Non potrei mai sopportare quel genere di tensione, non potrei mai reggere quella sequela di pianti, rimpianti e offese.
Mio marito fa sempre finta di niente. Non dice né ahi né bai, non fiata e diventa improvvisamente pusillanime di fronte a qualsiasi turbamento della quiete giornaliera”.

– Muoviti da questo letto, pelandrone – gridò lei, mentre il marito lottava per tirar via la colla setosa del sonno dagli occhi.
– Non ho voglia, lo fanno ogni giorno questo teatrino! – rispose lui lamentoso.
– Non vorrai restartene a letto a frignare come un bambino mentre quelli si ammazzano di botte? –
La sua non risposta fu più chiara di qualsiasi dichiarazione giurata. In fin dei conti, pensava lui, se resto qua a letto e faccio finta di non sentirli, sono innocente. Non mi turba, non mi smuove. Questi giovani d’oggi, con la loro brillantina sui capelli, il loro sorriso apparecchiato e la ventiquattro ore sempre lisa nei punti giusti, non hanno mai fatto la guerra. Io sì. Io ho sentito le bombe, i mitra e il freddo di Bastogne e tutto in regalo dai crauti che ci volevano seppellire in quelle foreste fredde come il culo dell’Antartide.
– No, non mi muovo. Senti? Non si muove mosca, secondo me ti sei inventata tutto vecchia pazza! – la rimproverò lui, la coscienza così sporca che sentì un moto di stomaco.
– Non sono pazza! – e, mentre si sporgeva dalla sua parte del letto, gli rifilava una gomitata nel costato. Un colpo secco, preciso, fra costola e costola. Il fischio che gli uscì di bocca era la ricompensa per il lavoro svolto da lei: la regina del focolare. L’imperatrice della casa.
Quando i rumori ripresero, nessuno dei due poté dire di non aver sentito assolutamente nulla. Anche tappandosi le orecchie, qualcosa filtrava: si era complici di quello che stava succedendo.
– Adesso devo alzarmi! – lo disse sconsolato, come se fosse lui dall’altra parte della violenza.
– Sarebbe meglio –
La voce dell’ipocrisia è quella che rimane a letto scaricando il buon senso sulle persone che si alzano sotto la minaccia del fucile.
– Io non so come faccia a vivere quel povero figliolo –
– Quale? – lei rise, la dentiera che sbatte fa un suono di falsità e riarmo nucleare.
– Non fare la cinica adesso! Il bambino crescerà senza la minima traccia d’amore nel corpo –
Come se fosse possibile determinare questo genere di cose ascoltando quello che succede oltre il muro della casa.
– Anche tuo padre ti picchiava con la cinghia… – lo rimproverò lei, ormai immersa in una melassa di cinismo.
– Sì, ma spesso me la meritavo. Lo dovresti anche sapere, ti ho raccontato tutto! –
– Te le meriteresti anche adesso! – la voce le uscì chioccia, vagamente stridula.
Ormai lui era con le gambe giù dal letto, i piedi a dondolare nell’aria tiepida della sera. Le spalle, ricurve, soffrivano sotto il peso del pigiama a quadri, comprato dalla moglie qualche settimana prima perché le amiche lo avevano comprato per i rispettivi mariti. Lui odiava quel pigiama, pizzicava tutto intorno al collo e lo faceva sembrare un tenente colonnello dell’esercito tedesco, con quello sbuffo alla cavallerizza. Odiava quel pigiama, tanto quanto odiava il clangore proveniente dalla casa di fianco.
L’uomo si girò a guardare la moglie. Lei era di nuovo sdraiata nel letto, un braccio rugoso sul viso a coprirsi dalla fioca luce della lampada. La vestaglia da notte le copriva in maniera casta, sformando un corpo ancora in forma nonostante i molti parti e l’età che non risparmiava di scalpellare rilievi sulla pelle.
Erano invecchiati insieme, senza troppi problemi e con il solo scopo di garantire un futuro ai figli. Ormai questi erano fuori dal nido, troppo grandi per essere sotto lo stesso tetto dei genitori. Il più piccolo era un militare e, da quanto aveva comunicato nell’ultima telefonata a casa, sarebbe partito presto per la Germania. Un po’ come aveva fatto anche lui stesso quando aveva detto a suo padre, sergente nella Grande Guerra, che sarebbe partito per sconfiggere Hitler in Europa. La differenza era che suo figlio sarebbe andato nelle basi americane in Germania, ma senza la prospettiva di combattere; lui era partito per l’Inghilterra con la preoccupazione che non sarebbe più tornato a casa.
I tempi cambiano, sospirò il vecchio sottovoce.
– Cosa hai detto? – disse la moglie.
– Niente, parlavo fra me e me –
Per mettere fine alla conversazione, il vecchio si alzò assicurandosi di aver messo bene i piedi sul pavimento. Da quando i capelli erano diventati bianchi e l’anzianità era ormai una realtà, l’equilibrio e la forza erano diventati come uno di quegli inquilini spesso assenti. A volte riusciva a compiere azioni come quando era giovane, il resto del tempo doveva appoggiarsi e aspettare che il mondo smettesse di essere così inclinato e difficile da camminarci sopra.
– Allora cosa si dicono? – lo incalzò lei. Il braccio sempre sugli occhi.
– Non lo so. Ma se smetti di parlare, forse riesco a sentire qualcosa! – avvicinò l’orecchio al muro e si mise all’ascolto come un Sioux sulle rotaie del treno.
Dall’altra parte c’era il silenzio dopo la tempesta. Il riposo del guerriero.
Il vecchio voleva la sua pace e l’aveva trovata, mentre la moglie voleva fare la buona cristiana ma era indifferente alla sorte del prossimo. Quando il marito, ondeggiando e masticando aria e saliva, si avvicinò al letto, entrambi erano convinti di aver fatto tutto il possibile per la coppia di vicini.
Non avrebbero potuto fare di più, si dissero. Non c’era modo di intervenire, dato che la calma era ritornata a regnare nella casa occupata da quella coppia un po’ strana.

4 pensieri su “In cucina (by Zeus – parte 5)

    1. Grazie mille Mela! 🙂
      Sì, quando ho cinque minuti mi metto a scribacchiare questi racconti.. tanto non hanno necessariamente un filo logico ehehe. Quando non so come proseguire con i due protagonisti, allora mi affaccio sul vicinato come in questo caso.

  1. Una perfetta piece teatrale! Un solo ambiente, due personaggi e una storia cucita intorno e addosso. Un vestito perfetto per una coppia imperfetta. Ma la vita non è mai perfetta o no?

    1. Grazie redbavon!
      Sì, come in tutti questi racconti “In Cucina”, l’ambiente è solo uno e i personaggi non sono mai più di due. Dialoghi (spesso serrati) e qualche descrizione per condire 😀
      No, la vita non è mai perfetta.

Si!?

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