Infierno – El dios de los muertos

Se volete rileggere il precedente capitolo: Infierno


Quanto possiamo rimandare quello che ci spaventa di più? Quanto lontano possiamo correre, prima di accorgerci che non fuggiamo lontano ma che ci stiamo gettando nelle braccia della nostra paura?
Mi ritrovo a temporeggiare e ritardare, rimandare all’infinito, finché quest’ultimo, in un momento non privo d’ironia, finisce e mi tocca prendere la decisione che sapevo, avrei dovuto prendere. Per questo motivo l’ultimo passo, quello più semplice, è il più lento e il più determinato nello stesso tempo. Sicurezza e follia si mischiano mentre il piede tocca la pietra del salone. Il tempo delle domande è finito, siamo all’ora delle risposte.
Questo è quello che spero mentre avanzo in quell’ambiente enorme: la sala del trono, pur inserendosi in una struttura ciclopica, è un’ampia porzione della stessa. Posta al centro dell’Erebo, la sala è illuminata in maniera innaturale da luci che, razionalmente, non riuscirebbero a rischiarare un centesimo di quell’ambiente; ma la razionalità, in questo viaggio, è merce sopravvalutata.
Mi fermo ad ammirare quello che si spalanca davanti agli occhi. Il senso d’impotenza mi scuote dentro, mi fa sentire piccolo e insignificante.
Vedendomi fermo in timorosa contemplazione, Kore mi spinge avanti con delicatezza ed io, incerto sui miei passi, mi muovo verso la figura seduta sul grande trono fatto di oro, marmo e avorio. In un primo momento, l’uomo seduto sullo scranno mi è quasi nascosto alla vista: per qualche strano gioco d’ombre, quelle luci incredibili lasciano l’occupante del trono in una penombra molto evocativa da cui spuntano solo gli arti massicci e muscolosi. Nonostante sia solo un particolare, si può vedere che l’uomo è grande, forse più imponente che qualsiasi persona sulla terra, ma non tanto da essere sproporzionato. AI piedi porta dei comodi calzari, le stringhe di pelle gli abbracciano dolcemente i piedi nudi e salgono come serpenti color terra sulle gambe, fermandosi poco sotto il polpaccio. Sul lato sinistro intravedo un grande scettro, ma più di questo non riesco a scorgere.
Mi avvicino, colpito da un’ondata di folle curiosità. Quella stessa che ci fa avvicinare sempre più verso il baratro per vedere il vuoto sottostante e sentire l’adrenalina scorrere impetuosa. Guardiamo la morte per sentirci vivi, almeno per un momento.
E così faccio io. Mi avvicino a quella figura enorme che, con pacatezza impensata, riempie quello spazio enorme con la sua sola presenza. Non gli servono grandi evoluzioni, pappagalli, clown e feste circensi. Lui è presente e quella sostanza incorporea riempie oltre i limiti del suo corpo. Faccio qualche passo avanti e lambisco l’aura del mio anfitrione: percepisco l’enormità della sua potenza ma non la malvagità. Ci costringiamo a pensare alla figura infernale come a qualcuno di malvagio e terribile, ma chi sta di fronte a me non è così. Non è un dio malvagio.
Le luci finalmente illuminano l’uomo, il dio, seduto davanti a me. Non porta vesti costose o appariscenti, anzi è parco nel vestire e anche nel apparire come persona. I capelli scendono morbidi e lunghi fino le spalle, mentre il viso è contornato da una barba folta. Lo sguardo è severo e liscio, tranne che per alcune rughe d’espressione che non sono state create dall’accumularsi di risate, ma dalla severità e da uno stato contemplativo e misurato. Non assomiglia a un sovrano, non ha corone o ampi mantelli d’ermellino, non ci sono paggi e damigelle di corte nell’Erebo: il sovrano infernale governa con pugno fermo e un senso della giustizia così affilato da essere insostenibile per gli esseri umani. La sola cosa che è evidente, l’elemento di disturbo, è l’enorme scettro, ma è una piccolezza rispetto a quanto visto nei regnanti terreni.
Al fianco del signore dell’Erebo c’è uno scranno altrettanto decorato, ma in questo momento vuoto. Non saprei dire se è mai stato usato, ma sicuramente la finezza dell’intaglio è degna di una persona di rango.
Quasi mi dispiace avanzare e fare rumore. La mia presenza, fino ad ora, è rimasta inosservata: anima fra le anime. Solo che invadere lo spazio di Ade non è proprio passare inosservati e così, fatti altri tre passi, il Re dell’Oltretomba smette di contemplare le anime che lo circondano e che vagano silenti nei corridoi vuoti della reggia e volge il suo sguardo verso di noi.
Mi avessero chiesto prima cosa temevo di più nel mondo, cosa mi spaventasse tanto da bloccarmi il respiro, avrei risposto incontrare la morte. Adesso che mi trovo nell’Oltretomba, in un luogo dove la morte ha un significato diverso da quello che avevo sempre creduto, mi ricredo. Non ho paura di Ade, del Signore degli Inferi. Non ho paura di lui, questo è certo. Sento un profondo disagio e un’inquietudine che mi ricorda la mia mortalità, ma non è Ade quello che temo di più: ho timore di Thanatos, la personificazione della morte.
Ho imparato la differenza, ma non per questo riesco a razionalizzarla in maniera perfetta. La conseguenza è il copioso sudore freddo che mi scende lungo la schiena e l’arsura che mi brucia la gola. Venderei un rene per un bicchiere d’acqua, qualcosa che possa placare la sete che provo.
Muovo la bocca e cerco di recuperare abbastanza saliva da poter parlare, ma non oso aprire la bocca prima di Kore e, sicuramente, non prima di Ade. Faccio, quindi, l’unica cosa sensata in questo momento: mi guardo la punta delle scarpe e attendo. Aspetto silenzioso e sicuro che la mia compagna di viaggio troverà il modo per rivolgersi al sovrano degli Inferi. Lei ha sempre una risposta e, fiducioso, aspetto che succeda anche questa volta.
Quello di cui non mi capacito, però, è che non è lei ad aprire la bocca, a rompere il silenzio di tomba di quel luogo. Non siamo noi ad aprire le danze, ma è lo stesso Ade a rivolgerci la parola e lo fa con voce tonante e profonda che assomiglia al rumore di una roccia che rotola in una grotta.
“Siete arrivati finalmente. Vi stavo aspettando già tanto tempo fa. Mi hanno avvertito di un visitatore entrato nel mio regno alla ricerca dell’anima di un suo amico.”
– Un visitatore? – penso fra me e me.
“Ci avete messo molto prima di raggiungere la mia casa, avete girato abbastanza nel mio regno?”
Detto questo, che in bocca ad altri sarebbe suonato sarcastico o divertente, Ade mette il gomito sul bracciolo dello scranno e, appoggiando il mento sulle nocche della mano, prosegue con voce compressa e per niente divertita “Non sei venuto a trovarmi da tanto tempo. Hai mandato molti uomini quaggiù, li hai spediti nell’Oltretomba per rubarmi le anime, ma non sei mai venuto a vedere il regno in cui mi hai confinato.”
Quello che dice, alle mie orecchie, fa poco senso. Io? Mandare uomini? Probabilmente si sbaglia, anche se non lo credo realmente. Non sapendo cosa ribattere, continuo nel mio saggio e lungimirante silenzio.
“Il Fato, anche se secondo me hai barato, ha voluto questo: tu l’Olimpo e il cielo, Poseidone i mari ed io, Ade, il fratello maggiore, a governare sui morti. La vita mi ha riservato un trattamento strano. Credevo che avrei ereditato io il regno dei cieli dopo la vittoria, lo credevo veramente, invece la pagliuzza ha detto altro. Che il Fato sia dannato, ma c’è poco da piangere ormai.”
Il signore infernale fa una pausa e mi punta il dito contro prima di proseguire “Ma tu non sei mai venuto a trovarmi! Hai sempre temuto la mia presenza, così come tutti i tuoi figli. No, non è vero, Hermes viene quaggiù ad accompagnare le anime dei defunti, l’unico degli dei a venire a trovarmi. L’hai incontrato quando sei entrato, vero Zeus? Lui ti ha riconosciuto, anche se ti celi dietro quella pelle, quella carne! umana.”
Al mio posto, intervenire Kore “Non sapeva chi aveva di fronte, almeno all’inizio.”
Mi volto a guardarla, contento dell’aiuto e attonito dalla voce della mia amica: non c’è più niente di umano in quello che sento, la sua voce ha una tonalità così antica ed eterea che stento a riconoscerla.
“Ah, mia dolce sposa, hai sempre avuto un debole per…“
Ade lascia in sospeso la frase e mi guarda con un’occhiata eloquente.
– Mia dolce sposa? – sento le budella tremare e arrotolarsi su se stessa prima di sciogliersi nella morsa della rivelazione: chi mi viaggiava a fianco non era altro che Persefone, sposa di Ade, e regina del sottosuolo. Le ginocchia mi tremano e ci manca poco che cado a terra, fulminato sul posto dal peggior attacco d’ansia mai conosciuto.
“Che cosa potevo fare? Voleva entrare nell’Inferno, era alla ricerca dell’anima del suo amico ed io l’ho aiutato a entrare.” La figura di Kore/Persefone si fa sempre più statuaria e regale, quindi prosegue “E poi era la prima volta che Zeus, il padre degli dei, veniva a trovarci nel nostro regno.”
Tirato in mezzo da entrambi i sovrani dell’Oltretomba, mi faccio avanti di un passo e apro la bocca sperando non sia l’ennesima decisione sbagliata della mia vita.
“Scusatemi, ma io non so di cosa state parlando! Voi mi guardate e mi dite: lui è il padre degli dei e tante altre cose, ma io… beh, io non ne so niente” ribatto fra lo stizzito e lo sgomento.
Quanto possiamo rimandare quello che ci spaventa di più?
Quanto lontano possiamo correre, prima di accorgerci che non fuggiamo lontano ma che ci stiamo gettando nelle braccia della nostra paura?

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20 pensieri su “Infierno – El dios de los muertos

      1. Sì, era la mia ipotesi per entrambi.
        Credo sia solo perché sono una vera nerd della mitologia greca.
        La tensione ci stava a pennello.
        Bellissima atmosfera! 😊😊

      2. Ah bene bene! Ma per quanto riguarda Kore, la soluzione era nell’aria, io l’ho scoperto/pensato solo alla fine 😀 eheh
        Bene bene 🙂

    1. Mi ricordo, certo. Non potevo fare uno spoiler così ad inizio racconto ehehe. Anche se, Kore era quasi chiaro con tutti i rimandi. Il personaggio di Zeus (e non Giove, via via questi dei latini) è invece una scoperta anche per me.

Si!?

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