Sul balcone

Come ogni sera, mentre eravamo seduti in balcone a bere un drink, lei si tirava via le scarpe e metteva i piedi sul bordo di metallo. Era una consuetudine a cui non poteva rinunciare e che io, conoscendola, aspettavo impaziente.
Mi godevo anche quel momento, non posso dire di no, e rimiravo le lunghe dita dei piedi, come piccole patatine fritte, fluttuare nel tiepido vento serale.
Questa sera, poi, sembravano essere i soldati della regina de L’Alice Nel Paese Delle Meraviglie. Un dito con lo smalto rosso e uno con lo smalto nero. Uno avanti e uno indietro seguendo la brezza.
Glielo dissi.
– Le tue dita, Marla, sembrano i pedoni degli scacchi. O i soldati di Alice nel paese delle meraviglie -.
Mi guardò sorridendo.
– Ti piacciono? –
– Sì, fanno un bell’effetto – lo dissi con determinazione. Forse troppa.
Marla rise mettendosi la mano davanti alla bocca. La risata tintinnò veloce, come il ghiaccio nel bicchiere che teneva in mano. Poi spostò i piedi qualche centimetro più a destra. Qualche centimetro più lontano da me.
– Hai sentito che Liam e Susan si sono lasciati? Da quanto mi ha detto Susan, lui beveva troppo – mimò il gesto di bere, solo che lo fece veramente.
Dopo una pausa troppo lunga per essere medita, aggiunse – e poi, a lui, non disprezzava alzare le mani. –
– C’è gente che non sa reggere l’alcool – le dissi. Il mio viso a 45° gradi esatti, ma la coda dell’occhio era tutta per quelle dita che stavano fluttuando nella penombra serale.
– Vero? Le ho detto la stessa cosa! Avresti dovuto vedere la faccia che ha fatto – sgranò gli occhi e la bocca diventò un’enorme O che, nelle sue intenzioni, doveva essere l’espressione assoluta dello shock.
Risi a vederla così. Sembrava un pesce-palla incapace di fare la palla.
Glielo dissi.
– Sembri un pesce palla principiante, lo sai? – sottolineai la frase con le mani, non saprei dire perché ho usato anche le mani quando le parole, queste parole, erano sufficienti. Poi, per occupare gli arti ormai svolazzanti nell’aria serale, misi le mani a coppa e l’aiutai ad accendere la sigaretta.
Lei mormorò un grazie, prima di adagiarsi languida sulla sedia. Avevamo comprato quelle sedie qualche anno prima in un negozio del centro, quelli che contengono tutto il creato e che sembrano sempre sul punto di abbassare la serranda. Non mi ricordo il nome, forse perché non era una catena grossa ma una di quelle gestioni famigliari, quelle che hanno il nome del fondatore sull’insegna. Qualcosa come McFarlane? O forse era Smith? Tutti rigorosamente con date provenienti dalla Grande Depressione.
Non avevamo in programma nessun acquisto quel giorno, eravamo in giro con qualche drink in corpo, siamo entrati e, in un raptus, le abbiamo prese.
Marla stiracchiò le gambe, muovendo verso di lei le dita rossonere
– Susan mi ha detto che non ho nessuna pietà, ti rendi conto? – si toccò i capelli corti, così scuri da sembrare neri.
– Mica è colpa tua se Liam ha un problema con l’alcool. O mi hai nascosto qualcosa? – lo dissi ridendo, ma guardai attento la sua reazione.
– Ma no, sciocco, non vado mica a bere con lui – pausa forzata e un lungo tiro alla sigaretta, tanto intenso che la cenere sulla punta crebbe fino a perdere la sua battaglia con la forza di gravità – Solo una volta abbiamo bevuto insieme, ma c’eri anche te. –
Mi puntò l’indice al petto. Notai subito che aveva invertito il colore dello smalto: dove sui piedi partiva con il rosso, sulle mani era l’inverso.
Quando mi toccò la fronte, spingendomi indietro, il pensierò si dileguò.
– Vero, hai ragione, c’ero anche io – confermai mentre allungavo il braccio a chiedere del gin&tonic – ma non mi ricordo bene cosa è successo –
– Me lo ricordo io – lo disse mimando un dritto di tennis.
Io non afferrai il riferimento.
– Anche in quel caso Liam era ubriaco? –
– Sicuramente non si reggeva in piedi. Ubriaco? Non lo so – sorseggiò il drink mentre una goccia di condensa le scivolava lungo l’indice e il polso marchiato di blu. – So che il giorno dopo Susan mi chiamò e mi disse che Liam era rientrato a casa sbraitando e l’aveva spinta contro il divano, dandole schiaffi e pugni, e poi l’avea gettata contro il tavolo.
Un casino incredibile, una lotta all’ultimo quartiere. Alla fine hanno addirittura rovesciato dei vasi e le bottiglie di vino -.
– Che scempio! – lo dissi gonfiando le gote e soffiando fuori l’aria.
– Che scandalo, vero? E pensa, tutto quel vino andato buttato. L’avranno pagato una cifra!- si portò la mano sul cuore, mentre stirava i piedi affusolati.
Da dove sedevo io, sembravano un trampolino verso l’orizzonte.
– Già, chissà cosa è andato perso. – lo dissi mentre riempivo il bicchiere con il drink
– Secondo te è una buona idea andare a comprare un paio di bottiglie di rosso e portarlo a Susan e Liam? –
– Potrebbe essere una bella idea, sai? – Marla sorseggiò dal bicchiere fancedo un leggero rumore di risucchio, prima di tirare fuori l’astuccio con il tabacco e prepararsi un’altra sigaretta. Tirò fuori mezzo centimetro di lingua rosata e leccò il bordo colloso della cartina. Poi arrotolò il viso di disgusto e si mise in bocca la sigaretta.
Mi sporsi in avanti, tanto da sentire il profumo di cocco provenire dalla sua pelle, e le accesi la sigaretta.
– Ma visto che Liam non tiene l’alcool, perché non ci compriamo noi le bottiglie? –
Marla rise ma non rispose, sempre in silenzio riempì i bicchieri. Il liquido brillava stanco sotto la luce arancione della brace incandescente.
Ritornammo a bere in santa pace, io con il drink appoggiato al petto, lei con i piedi sul bordo del balcone e la sigaretta nella mano. Un gatto miagolò il suo disappunto verso questa serata e io vidi Marla stringere le dita e allargarle, come ad assaporare quel leggero venticello fresco serale. Un’unghia rossa e una nera. Avanti e indietro.

Ci sono ricordi agrodolci, come quelli che riguardano Marla.
Ricordo che l’amavo, più di quanto avesse meritato.
Raccontai questa storia, più volte, a Layla. Le raccontai le serate sul balcone, i drink e le discussioni. Il sole e, pur con qualche imbarazzo, quella strana fascinazione che avevo per le sue dita. Le dissi, candidamente e con il fiato corto da bambino, che avrei inciso tutto nella pietra: ogni ricordo e ogni momento.

Le dissi che il momento migliore, quello che più volentieri racconto alle persone che prestano un’orecchio, è quello successivo a quella serata.
E cioè quando ci lasciammo.

12 pensieri su “Sul balcone

  1. Tu pubblichi e io corro a vedere perché so che ogni volta c’è un’aria diversa, c’è sempre qualcosa sottopelle di delizioso, anche quando le parole dipingono quadri che possono sembrare poco piacevoli.
    C’è un sacco di roba qua, una luce serale perfettamente visibile, i respiri, le pause, le parole leggere e poi ( fine del momento serio…. attimo di silenzio) IL BALCONE!!!!!!!

    1. Eheheeh c’è un balcone – c’è una serata e ci sono delle chiacchiere che, seppur leggere e condite con un po’ (?) di alcol, hanno un sottotesto che molto pesante.

      Questi racconti sono per ingannare l’attesa mentre controllo il resto di INFIERNO. Ho visto la mail, ti rispondo il prima possibile stasera 🙂

      1. Quello che mi ha colpita è proprio la leggerezza con cui i due parlano di cose tutt’altro che leggere… eppure non disturba, sei bravo Dio… posso ripetermi, sì… tanto faccio cosa voglio! 😀

        Quando potrai, senza fretta

      2. Già, una conversazione casuale che parla di cose incredibili – alcolismo, violenza e famiglie distrutte.
        Grazie Tati, vedo di ritagliarmi adesso un minuto 🙂

      3. E se ci pensiamo, a volte capita di parlare di cose pesanti con quella leggerezza strabiliante… mi fa venire i brividi questo pensiero…
        Per fortuna avevo detto ” non c’è fretta” 😀

      4. Ci rifiutiamo di metterci il carico da 90 quando trattiamo di certe cose. Penso, a volte, in maniera inconscia.
        Lo so 😀 se no mi perdo 😀

      5. Interessarsi a certe cose vuol dire prendersene cura, in qualche modo. Allora sì, credo sia un atteggiamento inconscio, a volte.

      6. Esatto, non è un qualcosa di “volutamente cattivo”. Diciamo che è un disinteresse “senza qualifica di negatività” o, in questo caso, solo alcolismo eheh

  2. Molto bello, molto americano. Adesso parto con un paragone alla Carver, tu ti schermisci e via così, ma lo penso sinceramente. Hai lavorato per sottrazione, lasciando molti non detti che restano solo intuizioni o dubbi irrisolti nella testa di chi legge. Affascinante il particolare delle dita, sei stato bravissimo!

    1. Allora salto tutta la prima parte, ti ringrazio e ti dico che è un vecchio racconto, uno di quelli che avevo tenuto nel cassetto e ho riutilizzato (corretto e riveduto) in questa occasione.
      Di certo è estremamente moooooolto meno logorroico di Infierno 😀 ehehe.. quindi ci sono molte cose che devono essere suggeriti.
      Le dita erano un particolare su cui volevo soffermarmi, anche per distrarre..

      1. Infierno ha una trama molto articolata, è bello così, con le sue descrizioni sensoriali che fanno immergere nella storia. Però ho una passione per le short stories di stampo americano e questa mi ha conquistato 🙂

      2. Già, hai detto perfettamente (ti anticipo che è partita la stesura del “secondo libro” di Infierno).
        Questa short story è decisamente americana, molto alcolica (ammetto che l’avevo scritta dopo aver letto qualcosa di Carver) e con un filo di feticismo – vai te a sapere perché il particolare piedi + alice + alcool sia venuto fuori in questo racconto.
        Ah, senza dimenticarsi la brutalità nascosta dietro le tende di casa 😀

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