La storia non scritta

La stanza è immersa in un’umidità pastosa ed unticcia, che assomiglia molto ad una leccata di cane sulla pelle nuda. Le luci basse, color frumento, si mescolano al blu elettrico e il rosso vivace delle slot e dei flipper, quello targato Star Wars, in fondo a destra, è quello più chiassoso di tutti. Qualcuno, credendosi più innovativo degli altri, ha coperto la scritta Wars e l’ha modificata in Whores.
La battuta, nonostante sia vecchia, mi fa ancora ridere.

Di fronte a me c’è il bancone, dietro del legno lucido sosta un barista dall’aspetto di uno spaventapasseri: dalla cintola in giù si vede solo il legno del banco mentre il petto è coperto da una salopette di jeans e una barba folta e scarmigliata. Il look e l’atteggiamento, la postura, sembrano essere un cliché del barista da bettola, tanto che, quando mi avvicino, appoggia la mano sinistra sul bordo di legno e ci appoggia sopra tutto il peso, mentre con l’altra pulisce immaginarie macchie di unto sul bancone. Mentre mi aspetto che lo spaventapasseri prenda un bicchiere, ci sputi dentro e lo pulisca con un panno bisunto, il barista mi guarda da sotto le sopracciglia cispose e, con voce rauca mi chiede:
– Cosa vuoi? -.
– Una birra. E, se non è troppo disturbo, qualcosa da mangiarci vicino -.
– Scura o chiara? – l’uomo non cambia posizione, immobile attende la mia ordinazione.
– Chiara. Fredda. Grazie – giro sui tacchi e tiro fuori il giornale.
– Ai suoi ordini – mugugna sarcastico mentre va a spillare una pinta di bionda.
Alla mia sinistra, seduta ad un tavolo, c’è una donna. Potrebbe avere fra i 30 e i 40 anni, ma non saprei esserne certo. Ha un qualcosa di indefinibile negli occhi coperti da occhiali con la montatura spessa e scura. I capelli hanno il colore della ruggine fresca e cascano pesanti sulle spalle coperte da una maglietta dei Rolling Stones. Dal tavolo spunta la punta lucida di uno stivale. La donna ride, un suono nasale che ben presto si spegne in una specie di rantolo sfiatato. Sentendosi osservata, la donna si ricompone e incrocia il mio sguardo. Non c’è ostilità nei suoi occhi.
– Hey – le dico, troppo basso da sentire. Quindi lo accompagno con il movimento della testa.
<< Ciao>> la donna mima il saluto con la bocca. La sua attenzione, però, è già scemata e ritorna a contemplare l’oggetto del suo divertimento: un cellulare che continua a tremare sul tavolo di legno.
– Ecco la birra e qualcosa da mangiare – getta sul tavolo un sottobicchiere della Bud e ci appoggia sopra la pinta dalla schiuma compatta. Il piatto di fronte a me comprende tre polpettine scure e unte, un peperone sottaceto e delle patatine.
L’idea di prendermi il tifo assaggiando quelle cosiddette prelibatezze non mi esalta molto, così sposto il piatto e aggredisco la pinta di birra. Il freddo del bicchiere è un toccasana in quel caldo e la birra, altrettanto fredda, mi scende nello stomaco dandomi brividi di gioia. Dopo un paio di sorsate generose, mi pulisco il labbro superiore con il dorso della mano e scruto l’ambiente che mi circonda.
La donna con i capelli color rame continua a parlottare con il cellulare, mentre il barista sta mettendo a posto i bicchieri e riordinando le bottiglie dietro il bancone. Il clangore del vetro è l’unico suono a coprire leggermente i suoni elettronici provenienti dai flipper.
Vicino ai giochi, noto tre persone che prima mi erano sfuggite. L’uomo più vicino a me, è sulla cinquantina, con i capelli grigi tagliati alla moda militare, una camicia a scacchi con le maniche rimboccate sugli avambracci pelosi. L’uomo dai capelli grigi sembra avere un rapporto tormentato con quello che c’è dentro il giornale, infatti continua ad indicare le pagine del quotidiano aperto davanti a lui. Lo sento mormorare qualcosa, ma è troppo distante per poter capire cosa sta imprecando. Insieme a lui c’è un tizio coperto da una sciarpa color vinaccia, da cui spunta una testa pelata e lucida sotto le luci del locale. La corporatura è tozza e, pur nascosto dietro a vestiti eleganti, il fare del teppista è ben disegnato negli spigoli del suo corpo. L’uomo dalla sciarpa sta leggendo un libro, da cui strappa le pagine appena girate. Lo guardo per un po’ di secondi, l’atteggiamento così calcolatamente disinteressato mi affascina.
Poco distante da questi due figuri, c’è un vecchio, il terzo uomo.
L’uomo, il motivo per cui mi sto sciacquando le budella con questa birra fredda e rischiando il colera solo respirando l’aria putrida del locale, è più anziano dei due gangster. Il vecchio sta scrivendo a penna su un blocco e, in trance, continua ad alzare la testa e guardare il muro di fronte a lui. Quando trova l’ispirazione, ritorna a riempire il foglio davanti a lui di righe scritte fitte con la penna.
L’uomo ha i capelli bianchi, lunghi fino all’orecchio e tirati indietro con generose dosi di brillantina. Il viso è smunto, lucido di sudore, con delle macchie scure dove l’acne giovanile ha reclamato spazio e carne. Sul naso porta degli occhiali dalla montatura leggera che rendono enormi i suoi occhi scuri.
Dopo aver studiato i tre uomini, mi alzo velocemente e divoro i metri che mi separano dal terzetto. Nessuno si accorge di me, sono tutti intenti a fare altro. Nessuno mi aspetta.
Solo il vecchio, dopo avermi squadrato per qualche secondo con occhi resi ciechi dalla concentrazione,  mi vede e blocca la bocca per metà aperta in un discorso fatto a sé stesso.
– Salve vecchio – e così appoggio il bicchiere con un dito di birra sul tavolo. Per rispetto del barista, appoggio anche il sottobicchiere.
– Non pensavo di vederti. Non adesso, almeno – alza le spalle, richiude la penna e la posa sul blocco.
– Ti ho cercato in lungo e in largo in questi mesi. Sono entrato in tutte le più fetide taverne dal Midwest a questa – abbraccio il locale con un gesto della mano e poi proseguo – fino a trovarti seduto al tavolo -.
Il vecchio si toglie gli occhiali e li pulisce sul maglione azzurro. Prima una lente, poi la seconda. Infine li alza, soffia sulle lenti ma non li rimette sul naso. Il vecchio tiene gli occhiali in mano soppesandoli.
– Come hai fatto a trovarmi? –
– Ho chiesto in giro –
– Non mi son mai fatto troppa pubblicità, lo sai anche tu –
– Sono molto bravo a far le domande – al che il vecchio tradisce un certo nervosismo. Lo vedo trattenere il respiro per un secondo. Lo vedo calcolare le sue chance e, soprattutto, cercare le risposte giuste da darmi.
– Mi sembri in anticipo – finalmente si rimette gli occhiali, ma non rimangono al loro posto per molto tempo. Qualche secondo ed ecco che ritornano in mano a volteggiare nell’aria unta del locale.
– Ho pensato che fossa ora, vecchio. Ormai è passato abbastanza tempo, non credi?-
Non credo sia necessaria una risposta esplicita, entrambi sappiamo cosa c’è da dire e cosa succederà.
La slot machine fischietta felice quando la donna la nutre con una moneta e poi eseguire uno strano, tribale, gesto magico sperando di guadagnare qualcosa.
La macchina, però, vincerà sempre e questo è un dato di fatto.
Ritorno a guardare il vecchio che è in attesa della sentenza.
– Come facciamo? – mi chiede ansioso – Perché io non ho ancora finito di scrivere la tua storia -.
– Non ha importanza, vecchio. La finirò io –
Il vecchio canuto perde ogni speranza, ogni asso nella manica è stato reso inutile dalle mie parole. Lo sento fremere, lo sento tremare, anche se il suo corpo rimane rigido dietro il tavolo.
– Scrivi finché puoi, scrivi mentre io bevo la mia birra. Quando finisco, finisce la storia -.

Detto questo, il vecchio si rimette a scrivere come se ne dipendesse la sua salvezza. Gli lascio la speranza e gli lascio anche l’illusione, così umana e così incomprensibile.
Distolgo lo sguardo dalla penna che corre impazzita sul foglio bianco e scruto la stanza. Questa è immersa in un’umidità pastosa ed unticcia, che assomiglia molto ad una leccata di cane sulla pelle nuda. Le luci basse, color frumento, si mescolano al blu elettrico e il rosso vivace delle slot e dei flipper, quello targato Star Wars, in fondo a destra, è quello più chiassoso di tutti. Qualcuno, credendosi più innovativo degli altri, ha coperto la scritta Wars e l’ha modificata in Whores.
Una donna nutre la slot, due uomini leggono e un barista pulisce il bancone.
Nessuno sa perché è in quel posto in quel momento, tranne io. Nessuno sa che ogni volta questo si ripete, tranne io.
Questa è la mia condanna: ricordare e riscrivere. Io sono il vecchio e l’uomo che beve la birra. Sono il barista e l’energumeno che discute con il giornale. Sono tutti e non sono nessuno. La mia condanna è ricordare e rivivere ogni volta il finale, senza mai poter riscriverne l’inizio.

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23 pensieri su “La storia non scritta

  1. Staresti bene anche come donna attaccata al cellulare.. 😀
    Stupidaggini a parte ( potevo dire minchiate ma mi son trattenuta, vorrei un applauso) continua a ricordare e riscrivere che noi ne siamo felici

  2. Scrivere e ri-scrivere. Scrivere è ri-scrivere. Scrivere ancora e ancora. Le storie e i personaggi si accavallano e si presentano a chiedere il conto che non potrà mai essere mai saldato perché l’autore è sempre a debito. In ogni storia lascia un po’ di se’, ma anche ciò che non è. Ciò che vorrebbe essere, ciò che non sarà mai. Un continuum spazio-temporale in non-luoghi e in ogni-tempo in cui la direzione è segnata solo dalla punta della sua penna. Una bussola di biro o inchiostro virtuale che (di)segna l’unica direzione (im)possibile: la fine di un racconto.
    Bel “pezzo” e l’Oste mi ha ricordato qualcuno.

    1. Hai descritto perfettamente tutto, non saprei cosa aggiungere.
      L’Oste? Quello vero, quello messico-americano, ha un fisico decisamente diverso dallo spaventapasseri 😀

      1. Se uno spaventapasseri potesse camminare, lo farebbe nel modo dinoccolato e strascicato dell’oste meso-americano. Considera comunque che è diventata per me una deformazione: ogni oste che incontro, è un attimo a mettermi dietro a quel bancone 😉

      2. Ehehe, su questo ci avrei scommesso 😉 ormai l’Oste è il tuo ruolo.
        Tu dici che, anche non conoscendolo, il mio spaventapasseri sarebbe l’alter ego smunto del tuo?

      3. In realtà il mio Oste, parte-messicano parte-nopeo, non è mai stato descritto nei dettagli in una volta sola, ma ne ho disperso alcune caratteristiche nel mezzo dei racconti. L’idea è di lasciare libero il lettore di immaginarsi l’Oste come più gli aggrada. Vorrebbe essere un esercizio di fantasia sempre vivo a ogni capitolo. La mia idea di Oste è con tutta probabilità diversa da chi legge.

      4. Capisco perfettamente… anche Kore ha più o meno la stessa caratteristica: è stata descritta brevemente e poi ho accennato alcune cose nel corso dei capitoli, ma mai una descrizione completa e accurata (infatti Orso Bianco mi ha chiesto com’è Kore… in realtà devi immaginartela un po’ in base alle sensazioni che provi leggendo).

  3. Davvero bello!! Mi piacciono sempre i tuoi racconti, ma questo l’ho trovato particolarmente interessante.
    Veritiera l’atmosfera, intriganti le descrizioni e il finale, a mio parere, ha un qualcosa di raffinato.

    1. Grazie mille. Sei sempre gentilissima.
      Le atmosfere cerco di renderle al meglio, anche se poi mi viene il dubbio che metto dentro troppe descrizioni e la velocità, o il ritmo, ne risente.

  4. Che bello Zeus! Mi è piaciuto moltissimo, soprattutto quando diventa metaracconto e dialoghi direttamente con chi sta leggendo. Aspettavo il momento giusto per leggerlo e me lo sono gustato appieno, come un sorso di birra gelata in un dannato pomeriggio di afa.

    1. Grazie mille Mela!
      Sono contento che ti sia piaciuto. In effetti ho cercato di dare un taglio un po’ particolare a questo racconto… prima storia in sé, poi memoriale e chissà.
      Appena ho il tempo per ricontrollare tutto, pubblico il nuovo di INFIERNO 😉

Si!?

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