Mary-Ann Parker

Chiedo perdono a tutti.
Questo è un primo tentativo di scrittura diversa dal solito. Prima di tutto, è il primo “raccontino” dal punto di vista femminile (qua devo ringraziare per l’ispirazione inconsapevole Le Cose da V)
e, in secondo luogo, è una storia d’amore. O forse di passione, diciamo così.
Secondo me, ad onor del vero, è solo la descrizione di un momento. Una diapositiva di un momento che è stato e non sarà più (infatti non ci sarà un raccontino – bis).

Spero vi piaccia.
Buona lettura.

Ho conosciuto Mary-Ann Parker nel 1969 a San Francisco, California. Giusto in tempo per sentire la Summer Of Love gonfiare il petto ed esalare l’ultimo respiro, come un palloncino troppo gonfio che svolazza via dalle mani malferme di un bambino.
Woodstock era di lì a venire. La prima giravolta nella tomba, anche se l’amore libero non lo sapeva ancora. Il vero colpo di grazia lo diede il festival di Altamont, ma nessuno ha pianto più di tanto per quell’esecuzione a sangue freddo.
L’amore è un prodotto a scadenza: una merce che, appena presa, deve essere consumata in poco tempo.
E così è stato con Mary-Ann Parker.

Quando dissi che avevo visto la donna della mia vita, raccontai che prima dell’aspetto, avevo seguito il profumo. Lo dissi a Rory, il quale era solito dire – siamo prima di tutto animali. Seguiamo l’istinto base, olfattivo, ormonale e tutta la razionalità di questo mondo non ci salverà quando ci presenteranno il conto -.
Io gli avevo risposto – Ci sarà pur qualche differenza fra noi e gli animali, no? –
Lui, un junky ventenne con una barba troppo rada per essere bella da vedersi e dei lunghi capelli stopposi, aveva alzato le folte sopracciglia ad arco – Sì, noi ci ammazziamo senza troppi problemi -.
La sua visione cinica, così stupenda ma lontana dall’atmosfera di amore e fratellanza universale in quell’estate stupenda, era disturbante. Una macchia d’inchiostro sul vestito buono della domenica. Era il gracidio della testina prima della partenza del disco.

Quando Mary-Ann camminava sull’asfalto era come se fosse su una passerella di moda. Il capo alto e il mento appuntito ma grazioso che puntava, come una bussola, verso un improbabile Nord. I pantaloni che le stringevano i glutei in maniera discreta, ma poi si allargavano a zampa nascondendo un paio di stivaletti color vinaccia che, sotto la stoffa dei pantaloni, sembravano ricreare l’effetto Dorothy e il Mago di Oz. Una cintura chiassosa era lo stacco su cui si infrangeva la camicetta leggera, quasi trasparente, che faceva intuire l’assenza di un reggiseno.

Mia madre me lo ripeteva spesso – devi trovarti qualcuno da sposare e mettere su casa -. Lei ci teneva che diventassi a sua immagine e somiglianza: tutta casa e faccende domestiche. Non che avesse tutti i torti. Non lo dicevano anche i Jefferson Airplane? Bisogna cercare qualcuno da amare. Ma se li avesse sentiti mia madre, i Jefferson, si sarebbe strappata le orecchie.
– Come si fa a muoversi in quel modo sul palco? – Questo è stato l’unico commento che le avevo sentito dire quando avevamo visto un servizio su Elvis. Il bacino volava da una parte all’altra come l’ago di un filatoio. Avanti, indietro e ancora sui due lati. Le mani che tenevano il microfono erano delicate ma forti, come se l’asta fosse… oserei dire che lo teneva come si dovrebbe tenere una donna.
Non l’ho più sentita commentare niente di quello che succedeva fuori dalle quattro mura domestiche. Quello che succedeva nel mondo, o nelle strade di quella Summer Of Love. Il mormorio sotterraneo del vicinato, il pettegolezzo delle donne di Chiesa o del circolo di cucito erano materia di discussione. E riprovazione assoluta.
Il giudizio morale era presente – non avrebbe… – o – Gesù non approverebbe… –
Ma Gesù non aveva niente di meglio da fare che impicciarsi nella vita delle persone? – mi son sempre chiesta.
Mi sentisse parlare così, mia madre mi manderebbe da quel vecchio prete poco distante da dove abitiamo noi. Padre Krasintzky, il suo nome. Mia madre ne ha sempre parlato come di un santo, una persona che, da lì a poco, sarebbe evaporato in una colonna di luce, vapore e canti angelici per sedersi beato al fianco di Dio.
Non che non facesse tanto per la comunità. Era attivissimo per la sua età. Solo che aveva la tendenza ad essere eccessivamente affettuoso quando mi salutava. Quella grossa mano da ex contadino che mi accarezzava la schiena rimaneva su di me un tempo di poco superiore a quello che è considerato decente dalla comunità cristiana.
Il sorriso giallo, con i grossi denti sporgenti come quelli di un cavallo, e i pelucchi grigiastri che spuntavano irriverenti da quelle grosse orecchie completavano il quadro di Padre Krasintzky. Un’altra persona che, se sapesse della mia attuale passione per Mary-Ann Parker, farebbe una crociata morale e personale per riportarmi all’ovile.
La pecorella smarrita da salvare a tutti i costi.

Mary-Ann era un’artista, o questo è quello che diceva in giro.
Io l’ho sempre vista armeggiare con macchine fotografiche, pennelli o creta che le donavano, vedendola dalla vetrata del suo atelier, quell’aria annoiata e imbronciata tipica degli artisti sul punto del grande salto che mai compiranno.
Questa consapevolezza, il non poter entrare nell’eccellenza, era la causa del broncio perenne e della foga con cui Mary-Ann aderì al concetto di contro-cultura e di non-arte. Le fotografie smisero di essere dedicate alle modelle e incominciarono a  riprendere, rigorosamente in bianco/nero, la sporcizia della società. Il white-trash. Il particolare delle mani dell’outsider. La bottiglia, possibilmente rotta a testimoniare la decadenza della società, immersa nel paesaggio suburbano.
I dipinti seguirono lo stesso cambio. Bando ai colori ad olio e alle tempere. La pop-art era dietro l’angolo. Warhol e la Factory. Le iconografie a colori sgargianti. Il pugno levato in cielo in quadricromia.
Quando non era intenta a cercare il cono di luce giusto o l’armonia perfetta fra le linee dell’orizzonte, ecco che ritornava sui pennelli e come un pugile sul ring si muoveva leggera sui piedi nudi e imbrattava la tela candida. Quando la vedevo danzare, quasi in punta di piedi, con quelle lunghe dita affusolate piegate a sostenere il peso dell’arte, dell’ostinazione e solo per ultimo del corpo, mi veniva in mente quella frase di Muhammad Ali “danza come una farfalla…”. E io la immaginavo a muovere i piedi in cerchio, spostandosi di lato, peso sul calcagno e poi lo sforzo sulla punta, la strisciata della pianta del piede e poi la vedevo riprendere la posizione e di nuovo a ballare sul ring che era il suo atelier.
Quando finiva il round, ecco che si girava, mani strette a pugno e capelli di fronte al viso lucido di sudore, con quella sua maglia candida sporcata, un po’ ad arte e un po’ per vanità, con uno sbaffo di colore acceso che le navigava sulle rotondità del petto come un’onda marina si infrange sugli scogli.
Sapevo tutto questo perché, quando usciva di casa e si tuffava nella folla, nel marasma di colori, odori ed andature, io la seguivo e mi incollavo a quel profumo che, da quel momento in poi, avrei associato per sempre a Mary-Ann Parker.
Quando mi feci coraggio, entrai nel suo atelier.
Erano le dieci del mattino di un giorno di maggio. Lo studio era coccolato dai raggi del sole e le spire di polvere che danzavano nelle linee di luce erano arte in quel tempio della creatività.
Mary-Ann non era ancora entrata in trance creativa e stava seduta su una poltrona bianca di design a fumare una sigaretta sottile poggiata su un bocchino nero e lucido. I sottili sbuffi di fumo grigio le salivano lungo il naso come dei baffi cinesi e questo la rendeva stranamente androgina. Solo quando lo sguardo cadeva sul resto del corpo, la gamba appoggiata languidamente sul bracciolo e il piede a dondolare nell’aria, l’impressione svaniva in un tumulto di forme prorompenti.
Quando mi guardò, ogni coraggio si congelò come acqua in inverno.
– Desidera? –
Non mi diede del tu, era altera e distaccata nel suo mondo artistico. Io, venuta dalla strada e con vestiti messi addosso alla rinfusa e collane di perline al collo, ero l’antitesi della sua presenza in quella stanza. Il suo contrario.
Avrei voluto dirle quello che sentivo ribollire nel petto, ma non lo dissi. Non subito.
Infatti scappai dal negozio.
Ritornai altre due volte e rimasi sempre zitta, sopraffatta da quell’atmosfera strana, intrisa di arte e di rassegnazione, di genio e della consapevolezza che non ci sarà mai spazio, per il vero genio, fra quelle quattro mura.
La terza volta che mi vide era vestita in modo sgargiante, con contrasti così arditi di colori che, su una persona meno avvezza e sicura di sé, si sarebbero trasformati nella sua tomba sociale; su di lei, invece, si quietavano come animali domestici e lasciavano splendere chi li portava al posto che avere voce propria.
– Ancora te? – mi disse – Alla fine o parlerai o mi comprerai qualcosa. – Spero. – aggiunse. Aveva un sorriso stupendo che mi riscaldò il petto e sciolse le parole ghiacciate sulla lingua.

Forse fu quel momento di intimità, effimera e irreale, che mi fece cadere fra le braccia di Mary-Ann Parker.

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28 Replies to “Mary-Ann Parker”

    1. Grazie Mela.
      Sono veramente scarso nello scrivere dal punto di vista femminile… ci tento, ma non riesco proprio a rendere credibili al 100% i personaggi femminili.
      Cosa sarebbe da cambiare?

      1. Ci sono troppi maschi, Elvis, Cassius Clay (credo che negli anni 70 si chiamasse ancora così) e poche donne. Una ragazza con tendenze omosessuali forse parlerebbe delle movenze di Janice, dell’androginità sensuale di una Patti Smith, sarebbe attirata da qualcosa di più femmineo. Qui c’è molto testosterone.

      2. Hai ragione. Io li avevo inseriti come elemento di contestualizzazione storica più che apprezzamenti vari – infatti Elvis lo nomina la madre. Cassius Clay lo nomina lei, vero. Forse dovevo scovare personaggi femminili (a parte i Jefferson Airplane).
        Che poi, tendenze omosessuali non so… anche a me è sembrato, leggendolo la prima volta, poi mi sembrava più ossessione e, infine, la descrizione di questa Mary-Ann. Boh.
        Però hai pienamente ragione che, nonostante tutto, c’è troppo del mio modo di vedere nel racconto.
        Forse ritorno sul pezzo (nel senso che, da qui ad anni a venire, riscriverò qualcosa dal punto di vista femminile… eheh)

  1. Ottimo tentativo, mi piace anche se è un po’ “controllato”.
    Ti si sente dietro le parole, per la precisione, per quello stile che in fondo è tutto tuo. Non stona ma credo si percepisca… un po’ come vederti con la parrucca, il rossetto e i tacchi… ( anche se non sono gli elementi tipici della protagonista) con i fulmini che escono da dietro la schiena.
    😀
    Sì, ci devi tornare su ma è sempre una piacevole lettura.

    1. Eh, come ho detto a Mela, non sono un granché nel riuscire ad immergermi, come scrittore, nella mente femminile. I personaggi del “gentile sesso eheh” mi escono spesso troppo fumettosi, non sono credibilissimi.
      Ho dovuto tentare (che è un tentativo finalizzato ad altro… ma penso che verrà messo in stand-by al momento), ma il risultato è sotto le attese.
      Ci si tenta e si va avanti. Le prove servono anche a questo 🙂

      1. Ho letto i commenti di Mela e concordo con i suoi spunti.
        Devo dire che però come primo tentativo non è niente male e soprattutto ti fa onore il tentativo, il tuo continuo metterti in gioco… sei bravo Dio
        ( saltando tenta con una pacca sulla spalla ma la sua nanezza non permette se non un colpetto in mezzo alla schiena…uff)

      2. Concordo anche io, nonostante la relativa soddisfazione al momento del fatidico “pubblica”. Tentativo che va preso come tale, visto in prospettiva (per me) e continua progressione verso una “non ben definita” crescita.
        [ma io sono enorme, in mezzo alla schiena? No no, poco sotto il ginocchio eheheheheheheheheh]

  2. L’ho trovato molto piacevole, anche se per la prima metà ero convinta che il protagonista fosse un ragazzo. Il fattore che più mi ha colpito di questo racconto è stata l’atmosfera … Incastrati tra le righe, ho percepito l’odore tenue, i colori sgargianti, la quiete quasi surreale per le strade e quella voglia di innovazione degli anni ’60 …

    1. Grazie 🙂
      Non sono molto soddisfatto di questa prima prova… non sono riuscito a descrivere bene il punto di vista femminile, ma almeno l’ambientazione è venuta abbastanza bene 🙂

  3. Mi è piaciuto. Come sempre descrivi tutto benissimo, invidio (ma è ammirazione, la mia) l’abilità con cui delinei le caratteristiche fisiche e le movenze dei personaggi e anche lo sfondo. E poi hai tantissima fantasia. Mi ha ricordato un film che ho visto quest’estate su un amore tra due donne, c’era Cate Blanchette. Mi sfugge il titolo. Perché non vuoi continuarlo?
    A ogni modo, leggendo il tuo commento in risposta a Mela… Ti dico una cosa. Se vedo una persona, in questo caso una donna, la guardo e magari mi “attrae” un dettaglio, un atteggiamento, un lineamento. Nonostante io possa pensare e ammettere la bellezza (o il fascino) di una certa donna ciò non significa che io la desideri. Semplicemente rimango ammaliata per la sicurezza che sembra avere ecc… Anzi, solitamente rimango affascinata da caratteristiche che io non possiedo. Se invece vedo un uomo interessante allora lo penso in altri termini e se mi piace, lo desidero. Insomma, forse sono stata influenzata dal tuo commento, ma non ci ho visto un’attrazione sessuale, piuttosto un’ammirazione, ecco. Poi chiaro, ognuno lo interpreta a suo modo. Per me un pezzo credibile e ben riuscito. Ps: grazie per la menzione.

    1. Grazie mille V! Concordo con Mela sul fatto che, forse, è poco femminile come punto di vista.. ma non sono la persona più obiettiva nell’esporre questa cosa. Mi piace che, dei tre quesiti che ho posto sopra, hai preso il terzo: la descrizione di un attimo. Forse è solo quello.
      Il film è CAROL. L’ho visto al cinema 🙂 hehe. Ma non ci avevo pensato finché non l’hai nominato 😀 un po’ hai ragione.
      I personaggi, come sempre, provengono un po’ dalla fantasia e un po’ hanno le caratteristiche di persone che conosco. Mischio e accenno, giusto per rendere il personaggio adatto al racconto, ma che non sia solo un “cartonato”.
      Non voglio continuare perché… boh… non penso ci sia più molto da raccontare, o sbaglio? Tu vedi altro?
      E poi c’è sempre il problema del racconto dal punto di vista femminile
      che è poco dal punto di vista femminile… eheheheheh
      Ps: grazie mille del commento 🙂

      1. Sai che immaginavo non avessi pensato a Carol? Il fatto che mi abbia fatto venire in mente quel film significa che è un pezzo credibile. Ma poi, io sono donna. pensi che sappia come ragiona una donna? So come ragiono io e cosa penso se vedo qualcuno che mi intriga. Ma non lo so cosa pensa Tizia o Caia. So che ovviamente la sto facendo molto semplice, la questione. Sicuramente per un maschio non è facile risultare credibile descrivendo i pensieri di una donna (e viceversa, ovvio) tuttavia mi è sembrato un racconto molto convincente.

      2. Il film l’ho visto e non mi era dispiaciuto, ma non ci ho pensato finché non l’hai nominato. Ho scritto come sentivo… come “suonava bene”. Se ti ha fatto venire in mente il film, mi rende contento.
        Grazie V.
        Una prima prova, forse ne seguiranno altre, non con questo personaggio… ma al momento ho visto pro e contro e i commenti mi hanno permesso di “annusare” un po’ l’aria eheh

      3. A me non erano piaciuti i dialoghi di quel film, li ricordo molto banali. Tuttavia l’attrazione ricordo era resa molto bene, solo che la Blanchette era troppo forzata. Quindi mi hai ricordato la tizia che era ammaliata dalla Blanchette, quasi ossessionata. Se ti cimenti di nuovo mi fa piacere, la stoffa ce l’hai.

      4. Sai che i dialoghi non me li ricordo molto bene? Sarà che l’ho visto in tedesco quel film? 😀
        La Blanchette era sicuramente sopra le righe, ma ultimamente fa film così…un po’ eccessivi come caricatura (mi viene in mente solo il film di Woody Allen con lei come protagonista).
        Grazie V. Se ritorno sul luogo del delitto, ti faccio sapere in anteprima 🙂

    1. Ciao!
      Grazie mille!!
      Sai, per questo racconto ho ricevuto diversi critiche.. a qualcuno è piaciuto, a qualcuno no perché non c’era abbastanza “punto di vista femminile” dentro…
      Non credo lo continuerò, al massimo proverò a trovare nuovi personaggi femminili e tentare, in qualche modo, di renderli più vivi e veri.

      1. Bhe si, è stata una sorpresa quando ho capito che a raccontare era una donna, nonostante avessi letto la premessa 😅
        Però complimenti ancora

      2. Ehehehehe… già, forse perché era un po’ troppo maschile il punto di vista!? Può essere sai.
        Grazie mille per averlo letto comunque 🙂

Si!?

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