Alla ricerca del Trono di Fuoco #6

La notte era sporcata dai rumori della montagna e dalle lacrime, invisibili, di Torvi e Oleg, ma dove il primo piangeva l’amico del Nord nonché compagno di diverse avventure, il secondo era perso nel labile confine fra sogno e realtà. Il passato, per così tanto tempo evitato e tenuto a bada, era filtrato nelle crepe della mente e lo riportava ad un’epoca che cercava disperatamente di mandare nell’oblio.

Nel sogno, Oleg era insieme alla sua famiglia attorno al fuoco della loro casa nella pianura. Sua madre era curva sulla pentola di metallo messa a scaldare sul fuoco del camino; il grande mestolo di legno, intagliato dallo stesso Oleg con immagini del raccolto autunnale, sbatteva sul metallo mentre rimestava il contenuto della pentola. Suo padre era nei campi intorno alla casa. Sporgendosi oltre la finestra, Oleg vedeva il capofamiglia piegato sulla zappa e, nelle vicinanze, un grande bue scuro e dalle corna alte e ricurve stava tirando un pesante aratro sollecitato dagli schiocchi della frusta di un’altro uomo.
Anche la figlia minore, sorella di Oleg, nella sala. Il vestito della ragazza era sgargiante, almeno secondo i canoni della moda delle pianure. La ragazza aveva raccolto le stoffe e aveva cucito l’abito da sé: il vestito, lungo fino ai piedi, era di pesante tessuto viola prugna sulla gonna e sulla parte del busto, mentre le braccia e la zona del collo erano coperte da un panno di un beige molto chiaro e leggero. Il fondo della gonna era scuro e morbido, mentre i leggeri ricami sui fianchi donavano al vestito quella leggerezza che il colore non permetteva.

Con un salto temporale tipico dei sogni, la scena mutò in un batter d’occhio. La stanza dove prima c’erano solo le due donne e lo stesso Oleg, adesso vedeva anche il padre seduto a capotavola. Sul lato sinistro del pesante tavolo di quercia c’erano la madre e la figlia, mentre sul lato destro era seduto Oleg. L’uomo delle pianure guardò suo padre. Adesso non portava più il grande cappello di paglia e il volto era segnato dalla stanchezza e dal caldo. I capelli, grigi e tenuti lunghi, cadevano pesanti sulla stoffa del vestito da lavoro. Il volto era arrossato e scuro dalle lunghe ore passate in campagna sotto il sole e la carnagione, così simile al cuoio era solcata da pesanti rughe che seguivano i folti baffi a manubrio del padre. Oleg vedeva suo padre parlare, ma la voce, come spesso accade nei sogni, era confusa o inudibile. Ma all’uomo della pianura non serviva ascoltare, le parole le sapeva; erano informazioni sulla casa, qualche sottile presa in giro alla figlia sulla ricerca di un buon partito e, non ultimo, i suoi dubbi sulla resa del raccolto.
Mentre il padre parlava, e stuzzicava la figlia che rideva portandosi la mano davanti alla bocca, la madre riempiva i piatti di legno con generose porzioni di pollo fumante. Era un’occasione speciale visto che la cena a base di carne, in campagna, era una cosa rara prima della vendita dei prodotti della terra. Quel giorno, però, sua madre aveva deciso di sovvertire l’ordine e aveva preso d’assalto la dispensa riuscendo a ricavarne una cena nobiliare. Il pollo cucinato in precedenza e messo in grandi urne di cotto, a questo poi seguiva tutto il grasso di cottura, tanto da coprirlo. Una volta fatta questa operazione, si lasciava riposare e si copriva finché il grasso non si rapprendeva. Questo sistema di conservazione era perfetto per certi tipi di carne e la madre sapeva che il pollo era eccezionale una volta tirato fuori da quel grasso saporito e scaldato fino a diventare croccante e gustoso. Di fianco aggiunse un po’ di radici commestibili e del pane scuro e dal forte odore di cumino per assorbire tutto il grasso nel piatto. L’odore della birra si alzava dai boccali davanti a loro. La schiuma bianca e compatta copriva una birra chiara, leggera e molto rinfrescante proveniente dalle cantine a Nord.
Le cantine del Nord, rinomate per le varietà di birre che producevano, erano uno pochi vizi nella vita del padre di Oleg. La campagna non gli permetteva molto e chiedeva un grande compenso in termini di forze, ore lavorate e dedizione. Le birre del Nord erano perfette per ristorare corpo e mente dopo, o durante, le lunghe giornate sotto il sole o dietro l’aratro.

Oleg cercò di divincolarsi da quel sogno, ma non c’era verso. Perciò questo continuò.

Il pranzo era incominciato. Il padre affondava il coltello nella carne tenera del pollo e poi, con i denti, ne strappava la carne bianca dall’osso. Il rumore di risucchio faceva sempre storcere il naso alla figlia che, altezzosa nel suo vestito viola, cercava di mangiare la sua coscia con movimenti eleganti del coltello e della forchetta a due rebbi. Sua madre, seduta quasi dall’altro capo del tavolo, si stava ancora versando delle radici e, Oleg lo sapeva, avrebbe mangiato meno carne rispetto ai due uomini sostenendo che “non aveva fame“; Oleg sapeva che non era del tutto vero e che lo faceva per dare una porzione maggiore al marito e al figlio, ma non l’avrebbe mai ammesso.
Sua madre era una persona orgogliosa.

Quando si girò a guardare sua sorella, che continuava a lottare con il suo pollo – Oleg sapeva che, prima o poi, avrebbe vinto il pollo e lei si sarebbe dovuta buttare sul volatile con mani e denti – vide un’ombra che prima non c’era. Quando mise a fuoco la nuova figura, il grande uomo della pianura vide che era Argar.

L’uomo del Nord, però, era pallido, smunto e il collo era percorso da una ferita slabbrata senza sangue. Il taglio, ampio e profondo, metteva in mostra tutto il contenuto della gola.
Oleg vide i pezzi della trachea, le vene e i muscoli del corpo.
Rabbrividì. Anche altre parti del corpo erano ridotte nello stesso modo: le ferite, orribili, erano esangui e lasciavano alla vista l’interiora del guerriero del Nord. Una di queste, all’altezza del petto, aveva scoperchiato la cassa toracica mostrando il cuore fermo, raggrinzito e scuro come la pelle delle castagne.
Come accortosi che il vecchio compagno d’avventura lo stava guardando, Argar girò la testa e guardò il vecchio amico attraverso gli occhi morti. Delle voragini vuote e lattiginose. Argar si passò la mano sul petto, sprofondando nella voragine del petto e lasciando la mano ad accudire il cuore come un nido si prende cura dell’uovo.

Mentre Argar lo guardava, anche il resto della scena mutò. I colori si fecero più freddi, come se il calore della stagione fosse stato risucchiato via. Su tutto, però, pesava un silenzio cupo e compatto come l’ottone. Il padre, che prima stava addentando in maniera vorace la coscia, adesso era riverso contro il muro. Una grossa corda nera era stretta intorno al collo, tanto aver provocato delle profonde incisioni sulla pelle dell’uomo. La lingua del padre, spessa e nera come la pece, gli usciva dalle labbra tumefatte. Gli occhi erano quasi usciti dalle orbite e sotto il naso c’erano delle strisce di muco e sangue. La testa, riversa sulla parete retrostante, non era più sostenuta dalla rigidità del collo che, a causa della corda, era rotto alla base del cranio.

Spaziando con lo sguardo nella stanza, Oleg si accorse che anche gli altri due componenti della sua famiglia non c’erano più. Sua sorella, che prima era intenta a tagliuzzare il pollo, adesso era riversa in terra, in posizione fetale, con una macchia scura di sangue rappreso sotto la veste. Il vestito, già scuro, era diventato quasi nero dopo aver assorbito molto del sangue che era uscito dal corpo. Lo sguardo, più che di terrore o dolore, esprimeva sorpresa che, fossilizzata nella morte, adesso era infinita.
La madre, invece, aspettava l’ultimo sguardo prima di morire.Oleg non l’aveva vista cadere sotto i colpi dei suoi assassini, ma poteva ancora sentire quella domanda, rimprovero?, che veleggiava nell’aria fredda della stanza. Quel – dov’eri? – che continuava a tormentarlo da anni e anni.
Quando Oleg era rientrato in casa la scena era così, fermata nel tempo e cristallizzata nella morte. Aveva visto prima suo padre, poi sua sorella e, infine, lo sguardo stupito e triste della madre appoggiata alla parete, con la testa riversa sulla spalla sinistra e il corpo piegato sullo stesso lato in un’angolazione innaturale per una persona viva. Il sangue sul muro e la scalfitura, così profonda e così visibile, sulla parete erano un resoconto più che sufficiente di quello che era avvenuto quel giorno.

Oleg si svegliò in un bagno di sudore.

La grotta era ancora immersa nell’oscurità. L’aria fresca di montagna si appiccicava alla pelle sudata dell’uomo e la sensazione ghiacciata lo fece rabbrividire.
Di fianco a lui, Kirin dormiva sogni agitati.
Oleg si mise a sedere sul bordo del giaciglio. Al margine della grotta c’era l’ombra di Torvi, seduta su un masso. Oleg decise di raggiungere l’amico, tanto non avrebbe più ripreso sonno quella notte.
Hai ancora un po’ di tempo prima del tuo turno – il viso del nano, illuminato dalla brace arancione della pipa, era solcato da profonde rughe di stanchezza.
Non penso che riuscirò più ad addormentarmi – Oleg si sedette di fianco al nano e tirò fuori la sua pipa. Con gesti veloci la riempì di tabacco fresco preso da un borsello di pelle scura. Poi prese pezzo di brace e si accese la pipa tirando per far prendere il tabacco. Solo quando le prime nuvole di fumo bianco si sparsero nell’aria, ritornò a parlare – Cosa facciamo adesso? Mi chiedo che senso abbia proseguire su questa via dannata…
Non lo so, Oleg. Siamo nelle mani di quel dannato elfo… – bofonchiò il nano.
Questo viaggio sta diventando sempre più lungo, amico mio, e da tre siamo rimasti in due – mugugnò l’uomo masticando le soffici nubi della pipa.
Siamo dannati, questo è quanto. Qualcuno ci ha gettato addosso qualche malocchio e così ci troviamo non so dove in mezzo alle montagne e su un sentiero che va fino a dove ci sono solo lupi e neve… – Torvi aspirò una boccata dalla pipa, ma prima che potesse proseguire nella sua tirata venne interrotto da Kirin, apparso alle spalle dei due.
Perché dobbiamo andare avanti? Perché dietro di noi ci sono gli orchi che vorrebbero infilare la nostra testa su una picca. Perché se no la morte di Argar sarebbe inutile. E, aggiungo, perché solo davanti a noi c’è la via per tornare a valle, non indietro. Lo so che vi ho già chiesto tanto, che il fato ha preteso tanto da voi due… ma è davanti la nostra salvezza, non tornare indietro. –
I due amici si girarono all’unisono, con Torvi che sentiva un filo di vergogna bruciare dietro la nuca. Malvolentieri annuirono, le parole dell’elfo erano vere.
Mastro Kirin, chiedo scusa se le mie parole ti hanno in qualche maniera offeso – poi, accompagnando le parole con un gesto conciliatorio, continuò – Siediti con noi in questa notte fresca. La montagna dorme e l’alba non arriverà che in qualche ora.
L’elfo si accomodò di fianco ai suoi due compagni di avventura e, anch’egli, tolse dal taschino una lunga pipa bianca come l’avorio e finemente cesellata. Un motivo floreale correva su tutto il cannello. La brace nel fornello gli illuminò per un istante gli occhi stanchi.

Il Grande Sentiero davanti ai tre fumatori era immerso nella tenue luce della luna, ma già si vedevano i primi segni dell’arrivo dell’alba. Il cielo stava cambiando pelle e stava smettendo il grande manto scuro della notte per tirar fuori quello chiaro, e rarefatto, del giorno autunnale. L’aria fresca e leggermente umida correva in una brezza leggera verso valle. L’aria, a quell’ora, aveva un bouquet di profumi tipicamente notturni: l’odore della roccia, il muschio fresco, le foglie marce per terra, la terra bagnata e, ad annusare bene, si sentiva anche l’odore dei corpi dei tre viaggiatori.
La quiete notturna non venne più disturbata. Le parole diventarono rade e l’unico suono innaturale per quelle lande era quello dei tre uomini che aspiravano il fumo e si godevano l’energia del tabacco e il profumo del tabacco aromatico.
Quella pace innaturale venne rotta dalla voce di Kirin che disse ai suoi compagni di viaggio di dormire ancora un po’. Il giorno dopo sarebbe stato lungo e il cammino di fronte era irto e pericoloso. Oleg rifiutò e disse a Torvi di andare a dormire ancora un po’ – Io ho già dormito abbastanza, amico mio. Per questa notte ho visto anche troppo. – lasciò cadere la frase nella grotta e poi ritornò a guardare la vallata sottostante fumando lentamente la sua pipa.

Poco prima dell’alba i tre si rimisero in marcia. Nessuno era riuscito ad addormentarsi, perciò quando Oleg decise di rimettersi in marcia, Torvi e Kirin erano già pronti. Quando aprirono le bisacce videro che non c’erano quasi più provviste, perciò si misero in viaggio senza colazione. Lo stomaco borbottava e il malumore tornò ad infestare i pensieri dei tre. Solo la fatica distolse i tre dai rispettivi problemi, costringendoli a preoccuparsi di mantenere il ritmo ed evitare di cascare nella valle sottostante.

Quando i primi raggi del sole raggiunsero la via, i tre avevano già compiuto una buon tratto di strada. Rispetto alla parte a valle, il Grande Sentiero era diventato più largo, pur rimanendo sempre un sentiero diroccato e facile a franare. Il sentiero, ripido e ancora umido dalla rugiada notturna, non lasciava tregua alle gambe. Più passava il tempo, più i tre compagni di viaggio sentivano l’acido lattico mordere i muscoli delle gambe e la schiena doleva sotto il peso dell’armatura e delle armi.
Quando arrivò mezzogiorno, la grotta era ormai distante e si poteva intuire da dove erano partiti grazie ad uno sperone di roccia. Il sole, pur essendo allo zenit, non scaldava come in estate e, complice il vento umido montano, il freddo si intrufolava sotto il metallo per appiccicarsi ai vestiti sudati.  Le soste, sempre più frequenti per permettere di recuperare il fiato, diventarono molto brevi, così da evitare il freddo pungente.
Le ultime briciole delle provviste, un pane nero umido e dal sapore forte, venne diviso fra i tre e buttato giù con grosse sorsate d’acqua per ingannare la fame.

La fame e la stanchezza, che covavano come brace sotto la pelle dei tre, incominciarono ad ardere poco dopo mezzogiorno e l’ultima pausa. Dapprima furono dei semplici rimbrotti, a cui seguirono frecciatine e risposte velenose. I più rancorosi erano Torvi e Kirin, i quali non smettevano un momento di stuzzicarsi e rimproverarsi eventuali errori di giudizio o disattenzioni. La stabilità della compagnia, compromessa dalla mancanza di Argar, diventò ancora più incerta a causa delle tensioni interne.
Dove non riuscì Oleg, arrivò la difficoltà di quel tratto di sentiero. La pendenza era diventata ancora più ripida e ogni passo richiedeva una dose di forza fisica e d’animo che non lasciava spazio a nient’altro che la concentrazione e la solitudine dell’uomo di montagna.

Passata un’ora dall’ultima pausa, e rissa verbale, Oleg fermò di colpo la compagnia. La mano alzata, i gesti furtivi e lo sguardo interrogativo misero Torvi e Kirin sull’attenti. I tre tesero le orecchie ma, dapprima, non sentirono nient’altro che il rumore del vento fra le rocce e qualche occasionale frana da qualche parte sul costone della montagna. Ad un paio di centinaia di metri da loro il sentiero smetteva il suo costante salire e sembrava promettere una pausa rigeneratrice e, se la fortuna li assisteva, uno scollinamento verso il fondovalle. Non sentendo niente di strano, Oleg riprese a marciare verso la meta, ma non fece più di qualche passo che ritornò a fermarsi.
Questa volta l’aveva sentito in maniera netta. Aveva sentito il rumore di qualcosa, metallo o legno, che sbatteva contro un oggetto metallico. Il suono che aveva udito non era naturale, era il gesto continuativo, artificiale, di qualcuno che sbatteva qualcosa.

Fu questo particolare, la continuità, a far tendere le orecchie ad Oleg. Dove c’è una ripetizione sistematica, c’è qualcuno che sta compiendo delle azioni e, a quell’altitudine e in quella zona, non poteva che essere qualche brigante di montagna o…
C’è qualcuno – sussurrò Oleg rivolto a Torvi e Kirin – Assicurate tutte le cose metalliche, potrebbero esserci delle sorprese. –
I due compagni annuirono e assicurarono tutti gli oggetti metallici per evitare rumori rivelatori. Finita questa operazione, i tre ripresero il cammino fino a giungere ad una cresta rocciosa, alta e levigata dal vento e dal passaggio, in epoche passate, di un ghiacciaio, ma abbastanza bassa da permettere a Oleg di sbirciare oltre ad essa senza mettere a repentaglio il loro nascondiglio improvvisato.
Una rapida occhiata oltre la cresta rocciosa, permise di vedere che il sentiero portava ad uno spiazzo roccioso di grandi dimensioni, tanto grande da permettere la costruzione di alcune casette, il passaggio di un ruscello e, nell’angolo a sud, la presenza di vegetazione spontanea. Oleg riconobbe subito le casette: erano le tipiche abitazioni del popolo della montagna. Questo, ovviamente, prima che fossero requisite dai briganti e utilizzate come ricovero notturno dalla feccia della società.
Di fronte ad una delle casette c’era un grosso fuoco che crepitava vivace, lanciando fiamme, braci e cenere verso il cielo. Sopra di esso c’era un grosso pentolone scuro, da cui usciva un filo di fumo biancastro. Vicino alla casa con davanti il pentolone c’era una grossa catasta di legna tagliata di fresco e, poco distante, c’era un’accetta piantata in un tronco.

Oleg comunicò la scoperta ai suoi due compagni.

Quando tornò a spiare lo spiazzo, sentì prima il rumore dei passi seguiti dall’apparizione di un grosso orco che, ciondolando, si diresse verso il pentolone per rimestarne il contenuto.
L’orco era sgraziato, con braccia lunghe e muscolose attaccate ad un tronco corto e gambe tozze – per la media della sua razza -. Sul capo portava un copricapo di pelle scura e da sotto sporgevano dei grossi denti giallastri e un anello penzolava dal labbro inferiore. Il luccichio sbiadito del gioiello tremò quando l’orco portò il mestolo alla bocca e assaggiò il contenuto del pentolone.
Dopo quelli che dovevano essere grugniti d’apprezzamento, si rivolse verso la casa alle sue spalle e disse – Grom, Turum, Thurg! Æt! -.
Poco dopo queste parole, dalla casa uscirono tre orchi dall’aspetto ben più minaccioso di quello del cuoco. Nessuno dei tre portava armi con sé, si sentivano sicuri di dove stavano, ma il corpo massiccio, le pelli ed il miscuglio disordinato di armature emanava un’aura minacciosa e di pericolo latente. Due di loro, rispettivamente il secondo e il terzo della fila, stavano battibeccando su qualcosa. La discussione, vivace e ricca di quelle che sembravano bestemmie e improperi orcheschi, degenerò in una rissa a tutti gli effetti. L’orco che chiudeva la fila tirò uno spintone a quello che lo precedeva, percuotendosi poi il petto con la mano grossa come un martello da guerra.

– Thurg! Grom!! Ogg gezzno!!! – bestemmiò il cuoco. Il terzo orco, a cui Oleg assegnò il nome di Turum, rise pregustando la rissa fra i suoi compagni. Thurg, l’orco-con-le-mani-enormi, sferrò un paio di montanti e una testata infida al suo sfidante, Grom. Questi, pur di dimensioni inferiori del suo assalitore, incassò i colpi tremendi ma non arretrò di un passo. Del sangue scuro scese a bagnargli il grosso labbro inferiore, lasciandogli addosso una liquida maschera di guerra. Visto il sangue, Thurg rinnovò lo sforzo e sferrò altri colpi al corpo del suo avversario che, come un pugile professionista, teneva le braccia a difesa del busto e della faccia; Grom teneva la guardia alta e aspettava ansando sotto le bordate del suo assalitore.

Ogg gezzno! – ribadì l’orco-cuoco, questa volta gridando e sbattendo il mestolo contro il bordo del pentolone. Grossi schizzi scuri si levarono dal legno e finirono sul terreno intorno al fuoco. Ma Grom non aveva certo intenzione di fermarsi e dichiararsi sconfitto. In maniera repentina, l’orco prese l’iniziativa e, con movimenti rapidi e precisi, fece partire una serie di colpi al ventre e alla mascella di Thurg.  Colto alla sprovvista, quello che prima era l’assalitore, si ritrovò a difendersi in maniera caotica contro i colpi precisi e letali di Grom. Ripresosi dallo shock, il grosso orco ritornò alla carica, ma venne intercettato dal mestolo del cuoco. Il pesante legno lo colpì sul muso, spaccandogli il labbro e lasciandolo confuso e indeciso sul da farsi. Anche Grom, cercando di sfruttare il vantaggio dello stordimento di Thurg, ricevette un colpo sulla schiena e poi sul petto che lo lasciò senza fiato. Questo fu il segnale della pace fra gli orchi.

Oleg, assistito alla scena, spiegò quello che aveva visto ai suoi compari e poi, grattandosi il capo, accennò all’idea che aveva avuto. Kirin e Torvi ascoltarono il piano in silenzio, annuendo ogni qual volta Oleg indicava i movimenti da fare e, quando necessario, ascoltava gli eventuali suggerimenti dei suoi due compagni d’arme.

In men che non si dica, i tre partirono all’attacco. L’effetto sorpresa era essenziale alla riuscita del piano. Senza forze e affamati, non avrebbero retto per molto contro quattro orchi in salute e ben armati. Se volevano colpire, dovevano farlo adesso che erano disarmati e intenti a mettersi a pranzo.
Il rumore dei passi mise in allarme gli orchi al pentolone. Turum, l’orco che non aveva preso parte alla rissa, fu il primo a notarli, ma lo scatto di Torvi fu notevole e riuscì ad ingaggiare il duello prima che il suo avversario potesse decidere cosa fare. L’ascia del nano, maneggiata con eleganza e destrezza, si conficcò in profondità nel braccio, poi nel fianco e, quando Turum cedette dal dolore e si piegò su sé stesso, scese ferale sulla testa spaccandogliela di netto.

Ma non a tutti andò così bene.
L’orco contro cui si era avventato Oleg era ben più scaltro di Turum.
– Lok-Narash!!!!! – grugnì Grom evitando il primo fendente di Oleg – Lok-Narash!!!! 
Anche Thurg, con le sue mani enormi strette a pugno, stava dando del filo da torcere a Kirin che, con la spada elfica, cercava in qualche modo di far capitolare l’orco.
Il cuoco non partecipò alla rissa e, per prima cosa, si nascose dietro il pentolone. Le lunghe braccia sgraziate continuavano ad agitare il pesante mestolo di legno mentre, con voce roca, gridava qualcosa all’indirizzo dei compagni restanti.
Vedendo Kirin in seria difficoltà, Torvi decise di aiutarlo ad affrontare l’orco. Dopo un’attacco a vuoto del nano, Kirin riuscì a prendere alla sprovvista Thurg e affondare la lama nel ventre dell’orco aprendogli gran parte dell’intestino. L’urlo di dolore dell’orco lacerò l’aria, mentre questi si stringeva le viscere nelle grosse mani e cadeva in ginocchio.
Un’ultimo colpo, in stile esecuzione, mise fine alla vita di Thurg.

Anche la serie di finte e colpi di Grom vide la fine in maniera imprevista. Dopo diversi colpi a vuoto, o superficiali, di Oleg, il grande uomo della pianura penetrò nella difesa dell’orco aprendogli uno squarcio nel braccio.
Ahhhhh Gar’mak!!! – l’urlo dell’orco venne stroncato con un colpo netto della spada.

Vistosi sopraffatto, il cuoco passò all’attacco. Con un movimento rapido delle braccia, il cuoco colpì Torvi al petto. L’attacco, improvviso, lasciò il nano senza fiato e con una grossa ammaccatura sull’armatura. Sfruttando il momento positivo, l’orco valutò l’avversario e diresse il secondo fendente contro Kirin. L’elfo si mosse veloce, agile sulle gambe nonostante i chilometri, la stanchezza e la fame, ma non abbastanza da evitare che il pesante mestolo lo colpisse al braccio e poi al volto. La violenza della botta gli fece perdere la presa sull’arma e lo stordì tanto da metterlo fuori gioco.
Quello che il cuoco non aveva previsto era la velocità di Oleg. L’uomo della pianura si mosse rapido e mortale, facendo scendere il pesante spadone sull’attaccatura del collo. La lama scese fino a spaccare la scapola e penetrando profonda nel polmone del cuoco, il quale morì poco dopo soffocato dal suo stesso sangue.

Dall’inizio del combattimento al suo finale non erano passati più di venti minuti.

Oleg si accertò che Kirin fosse ancora vivo; l’elfo era bianco e sul viso scendeva molto sangue proveniente dalla ferita al volto, ma non sembrava aver riportato altri danni. Anche Torvi stava bene, l’armatura aveva attutito il colpo lasciandogli solo un grosso ematoma sul petto.
Curate alla meglio le ferite, i tre si sedettero intorno al fuoco. Il pentolone continuava a borbottare e, da quella distanza, Torvi poté sentire il puzzo pestilenziale che si alzava dal fuoco. Il nano raccolse il mestolo e lo ficcò dentro la brodaglia, tirandone fuori dei pezzi scuri di carne.
L’odore del pasto orchesco era penetrante, pungente, ma la fame ebbe la meglio e così si gettarono sul primo piatto caldo da diverso tempo a questa parte.
Il gusto della carne era, se possibile, ancora peggio dell’odore. I pezzi di carne erano duri, stopposi e con un retrogusto che evitarono di indagare in maniera approfondita. Non trovando niente da bere, Torvi si diresse al torrente per riempire gli otri.
Fu in quel momento che vide cosa c’era oltre il terrazzo montano.
Il nano, in maniera naturale seppur illogica in quel frangente, si abbassò sulle ginocchia per non farsi vedere e corse indietro dai suoi due amici che stavano ancora mangiando dal pentolone.
Oleg, Kirin. Venite! – sussurrò Torvi, impaziente. Non vedendo i suoi compari muoversi, perorò la sua causa e aggiunse un insindacabile – Ora! -.
Stupiti dall’atteggiamento dell’amico, Oleg e Kirin lo seguirono al torrente e videro cosa aveva turbato Torvi.

Sotto di loro, in lontananza, c’era un’enorme accampamento degli orchi.

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25 Replies to “Alla ricerca del Trono di Fuoco #6”

    1. Grazie mille Mela!
      Sono contentissimo che ti sia piaciuto. L’ho riscritto diverse volte e ci ho messo molto, ma il risultato mi ha soddisfatto.
      Questa volta ho gettato un po’ di luce sul background di uno dei personaggi (Oleg)

  1. Bello!… Bravo dio, mi son presa del tempo e ne valeva decisamente la pena. Questa è una storia da leggere con calma, come ha detto mela, senza perdere una parola… sei preciso, sottile.
    Hai descritto bene ogni singolo pezzetto.
    e ora… ALL’ATTACCOOOOOOOO! 😀

    1. Grazie Tati! Questa volta ci ho messo tanto a scriverlo, ma volevo essere sicuro di riuscire a mettere giù tutto quello che avevo in testa per questo capitolo. L’ho scritto e riscritto e non mi convinceva… finché non ha fatto click e via… è andato 🙂
      Adesso vediamo cosa pensano gli altri lettori 🙂

      1. Si legge tutta la tua attenzione, si sentono anche i cambi, le lavorazioni… si respira veramente un bel lavoro.

  2. Molto emozionante questo capitolo. Dalla madre che si priva della porzione in più per sfamare i suoi famigliari, alla sua domanda che perseguita ancora Oleg… L’insofferenza dei protagonisti causata dalla fame. Insomma, un capitolo doloroso! Hai reso tutto davvero bene!

    1. Grazie mille V.
      Sì, questo capitolo è stato difficile per me e, di conseguenza, si è trasmesso anche ai personaggi. Dopo cinque capitoli c’era bisogno di approfondire il personaggio di Oleg. E, come ho detto diverse volte nei commenti, le vostre scelte influenzano in maniera profonda lo svolgimento del racconto: stanchezza, fame, dolore, felicità… derivano tutte dalle vostre scelte. Non si fermano, dopo un po’ si stancano e, di conseguenza, ci sono altre scelte da compiere e via dicendo.

      1. Oh! 🙂 Sono contentissimo. Grazie mille.
        Stavolta ho abbondato con paturnie e introspezione psicologica 😀

      2. Allora il prossimo (se continua così la scelta dei lettori) sarà un po’ più guerresco che paturnioso 😀 ma cercherò di metterci dentro la paturnia per tenerti attaccata al racconto 🙂

  3. OrcoCan! Bel passo Zeus! Cambi di ritmo e tensione a fil di spada. Mi sono buttato sulla prima opzione per vedere se ne tiri fuori un Metal Gear Solid, perché non ci andrai mica a testa bassa, no? Ottimo lavoro!

    1. Grazie mille. Stavolta ho messo dentro background del personaggio, storia, conflitti, scelte… un po’ di tutto. Ho rischiato il malloppone (perché il rischio era dietro l’angolo e ci ho pestato su un paio di volte eheh), ma poi ho stretto le redini e tirato dritto.
      Vediamo cosa ne tiro fuori… testa bassa e all’attacco o qualcosa di più ragionato e da “guerriglia”? Sarà un capitolo divertente, se rimane così la votazione.

  4. Questo capitolo mi è piaciuto moltissimo. La prima parte è stasi, con un sogno che ci svela un po’ il background dell’uomo delle pianure. La seconda parte, movimentata, dimostra ancora una volta che gli scontri tu li sai raccontare.
    Ora, data la pregevolezza del capitolo, posso azzardare le critiche stilistiche e spero costruttive. Che uno può dire: che palle! Non hai detto che era bello! Appunto! Scatta in me il livello perfezionista. Veniamo a noi. La tua scarsa abitudine a rileggere comporta tutta una serie di ripetizioni che tolte migliorerebbero la lettura. E qui, ok. Una rilettura e la cosa si risolve. Però … “i tre” in qualità di soggetto… lo ripeti sempre e non serve. Il soggetto viene specificato solo se può esserci confusione, altrimenti si può omettere e evitare fastidiose ripetizione. A un certo punto tu scrivi di un colpo da esecuzione. È impreciso. Io lettore non so esattamente cosa immaginare: gli ha tagliato la testa, lo ha colpito in testa, come, perché …
    🙂
    Riguardo la scelta. Appena riesco a connettermi da pc, voto. Ma ti anticipo già che sto sulla seconda.
    Hanno un obiettivo. Non è che possono star lì a salvare tutto il mondo. In tre tra l’altro. Ma se proprio devono fare i buoni samaritani … facciamoglielo fare con stile. 🙂

    1. Partiamo dai complimenti: ti ringrazio molto. L’espediente sogno era necessario per creare il background del personaggio senza interrompere la narrazione con un nuovo “capitolo buco”. Il combattimento mi piace, cerco di immaginare movimenti e velocità, così da renderlo il più “realistico” possibile.
      Passiamo al cazziatone 😀 lo so, dovrei rileggere meglio. E visto che rileggo male, tiro dentro delle amene vaccate. Cerco di migliorare nel prossimo 🙂

      Vediamo come finisce questo voto… e poi si parte con il capitolo 7.

  5. Devo recuperare i capitoli precedenti! Cmq molto bravo, sai tenere viva l’attenzione ! Attendo il prossimo anche perché son curiosa di vedere cosa si inventeranno i tre compagni d’avventura per avere la meglio su un enorme accampamento di orchi!!! 😮😮😮😮io da vera fifona ho votato x chiedere rinforzi 😃

    1. Grazie mille 🙂
      I precedenti capitoli sono, sfortunatamente, già chiusi (hanno tutti contribuito a portare i personaggi a questo livello), ma almeno ti fai un’idea del perché i nostri eroi sono finiti davanti a questo accampamento.

      Fra un po’ chiudo il voto e poi proseguo con il settimo capitolo, sfruttando il risultato delle votazioni. Ti anticipo una cosa (lo ripeto spesso): le vostre decisioni, quelle di maggioranza :), influenzano come si svolgerà la storia. Se non fate riposare i personaggi, per esempio, questi saranno sempre più stanchi nel racconto e li renderò più deboli etc etc 😀
      Sono malvagio! 😀

Si!?

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