Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus #4

Note introduttiva: questa è la seconda parte del racconto orchesco di redbavon. La prima parte, il Diario di Atreus #3, la trovate cliccandoci sopra.
Inoltre vi ricordo che le votazioni per il quinto capitolo della storia principale, Alla ricerca del Trono di Fuoco, sono ancora aperte. Se non l’avete ancora fatto, VOTATE!!

Buona lettura! 

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Su la testa!

L’attenzione di Ulkûrz fu attirata dall’immane gazzarra di un gruppetto di giovani orchi che erano venuti alle mani per spartirsi la carcassa di un ratto.

Ritornò a guardare fuori dalla finestra e, mentre con il dito indice liberava parte della finestra dalle ragnatele, mugugnò: “Dobbiamo inventarci qualcosa per tenere occupati questi ragazzi! Usciamo di nuovo e devastiamo tutto!”

Non erano rimasti così tanti Orchi da portare tutta la devastazione che immaginava. In confronto a trent’anni fa i clan tra queste montagne rappresentavano solo uno sbiadito ricordo delle schiere irte di lance come i fili d’erba delle pianure: brandelli malconci di ciò che era rimasto dall’ultima rovinosa guerra proclamata dall’ennesimo stregone che si professava l’incarnazione del Male Assoluto o presunto tale, che li aveva trascinati nell’ennesima carneficina; un sacrificio di Orchi sull’altare del Maligno, del Chaos o, molto più realisticamente, dell’ambizione di un invasato e megalomane. E guarda la coincidenza era sempre uno degli snaaga a essere lo stregone emissario del Nuovo Ordine del Chaos o dell’Oscurità Perenne o della Piaga Eterna o cose così…Insomma, Ulkûrz ne aveva sentite tante, il padre prima di lui altrettanto e gli Orchi più anziani ne potevano raccontare almeno un’altra mezza dozzina. Tutti questi stregoni promettono che questa volta gli Orchi si riprenderanno ciò che gli spetta.

Ma gli Orchi, anche in passati remoti, non hanno mai avuto chissà quali pretese: si accontentano di pane raffermo, formaggio rancido, carni fermentate di qualsiasi provenienza, grog, birra e qualunque bevanda purché alcolica. Gli Orchi non sono mai stati inclini all’accumulazione di oro, argento e pietre preziose: lasciano fare i Nani finché – in preda all’avidità – non scavano così in profondità da distruggere le dimore orchesche o, peggio, risvegliare antichi esseri che gli Orchi conoscono per antichissimo retaggio e temono più di ogni altra cosa.

Credono nella Magia, ma sono rari gli orchi-maghi; preferiscono di gran lunga il corpo a corpo, una mazza ferrata, una spadone, un’ascia, una mannaia, il rumore degli arti spaccati, di teste mozzate, elmi collassati sotto i colpi forsennati, le schegge nelle carni, le lame che lacerano, i fiotti di sangue, le urla, l’odore della paura dell’avversario, il profumo e il caldo del sangue fresco, l’aroma della morte dopo una grande battaglia. E chi dice che gli Orchi non amino la musica si sbaglia! Tamburi! Tamburi! Tamburi!
DumDudumDum La musica della battaglia!

A questi pensieri, Ulkûrz passò la larga e rasposa lingua sulle carnose labbra, gli sembrava di assaporare di nuovo il sapore del ferro, del sangue, della battaglia, ma era solo uno scherzo della sua immaginazione.
Rivolgendosi di nuovo verso quei giovani che, oltre il ratto, si stavano azzuffando per spartirsi il braccio di uno di loro, Ulkûrz si morse il labbro inferiore, lacerandolo nel punto in cui aveva una vecchia cicatrice. Il suo corpo era talmente pieno di cicatrici che sembrava fosse tatuato, ma questa cicatrice non era una cicatrice qualunque.
Questa cicatrice è il ricordo di una battaglia che non poteva dimenticare e non si era mai rimarginata perché ogni volta che era costretto a trattenere la sua ira e rabbia, serrava i denti aguzzi sempre in quello stesso punto martoriato delle labbra.

Ulkûrz sapeva esattamente come stavano le cose: erano troppo pochi, troppe femmine, troppi i giovani; i giovani compensavano la loro inesperienza con il loro ardore e voglia di sangue, ma non era sufficiente, anzi era una mistura letale.

Davanti ai suoi occhi scorreva la battaglia, la realtà così vivida, quasi da poterla toccare come quella ragnatela sotto le sue dita…Quei giovani Orchi si sarebbero infranti contro la prima fila della Coorte Elfica come l’onda contro la roccia e i loro corpi dispersi a pezzi nell’aria come le gocce dell’onda infranta nel vento!

Quei giovani non immaginano cosa si prova a essere circondati dalla Cavalleria degli snaaga: rapidi come folate di ali di vampiri, uccidono uno a uno gli Orchi nelle file più esterne, fino a ridurli a talmente pochi che ognuno è appoggiato alla schiena dell’altro e poi…arriva la carica.

Quei giovani non reggerebbero all’urto dei Nani: le asce tagliano gambe e braccia come la falce l’erba; i martelli si abbattono sui corpi ormai incapaci di opporsi.

“L’urlo dei Nani , quell’urlo mi fa rizzare i peli sulla schiena, figuriamoci l’effetto su quei ragazzi là!” pensò mentre lasciava che un abbondante sorso di grog bruciasse la nuova ferita sulla vecchia cicatrice.

Il loro posto era ancora qui. Casa! Questa torre di roccia naturale, le sue viscere scavate dai Nani alla ricerca di minerali preziosi di cui sono avidi, poi abbandonate perché i Nani erano entrati in contatto con l’Orrore Venuto dalle Stelle, così lo chiamavano, ma poi smettevano subito di raccontarne perché molti erano impazziti e si erano uccisi al solo immaginarlo. Un Orrore indescrivibile, che nessuna lingua può descrivere senza fare impazzire chi si avvicina con la mente ad abissi di follia così urlante. Queste storie erano antiche quanto questa montagna.

Questa montagna, dopotutto, era la loro casa.

Qui vivevano quando l’Oscuro Signore giunse e lì chiamò a sé come soldati eletti per la Guerra di Sterminio degli Elfi e qui erano ritornati dopo la sconfitta. Qui erano ritornati per ricucirsi le ferite e altre cose rivoltanti. Qui erano ritornati per riaversi dalle terribili sofferenze di mesi esposti alla luce del sole e all’aria aperta.

L’ultima volta la disfatta era stata al di sopra del peggiore massacro che un orco possa concepire. Ma in questo caso, senza poterne gioire. La grande armata di Orchi al centro, preceduta dai Warg, cavalca-lupi e Lupi Mannari; gli Uomini-Iena dell’Ovest sul fianco sinistro; i Grandi Troll sul fianco destro; l’Oscuro Signore in testa avanzava circondato dalle sue creature demoniache e non-morte. I grandi vampiri e pipistrelli con in testa il potente Kamazotz, sua Sanguinolenza Volante, coprivano il cielo su quest’armata oscurando la luce del sole. Un’immensa marea nera capace di distruggere chiunque.

E cosa accadde?

(da web)
(da web)

La cavalleria degli snaaga tagliò in diagonale verso destra, l’Oscuro Signore ordinò al nostro fianco sinistro di seguirla, gli Uomini-Iena vennero circondati e infilzati come quella mano, che infilata in un favo, viene assalita e punta da centinaia e centinaia di api. A quel punto l’Oscuro Signore, preso dall’ira, inviò noi Orchi per arginare l’avanzata della cavalleria nemica, sguarnendo così il fronte centrale. Fu lì che la trappola scattò: i cavalieri invertirono la direzione e fecero una rapida conversione verso il centro, in cui si era aperta una breccia; sugli Orchi piombarono le coorti degli Elfi e dei Nani. La Regina Zahel e tutto il suo dannato Popolo Alato calarono dall’alto e sterminarono pipistrelli e vampiri, già bersagliati da fitte nuvole di dardi elfici. Per raggiungere i cavalieri i Troll iniziarono a calpestare ciò che rimaneva di noi Orchi al centro e, ancora peggio, diedero le spalle agli Elfi e ai Nani.

Solo un potente incantesimo avrebbe potuto cambiare l’esito della battaglia e proprio quando avevamo bisogno di lui, L’Oscuro Signore ha deciso di sparire in una nuvola di fumo. Puff! I Troll si trasformarono immediatamente in pietra, i Warg si rivoltarono contro i loro cavalieri e li sbranarono con l’aiuto anche dei Licantropi; le creature demoniache senza padrone andarono fuori controllo e iniziarono a smembrare i non-morti e divorare Orchi. Ciò che rimaneva degli Uomini-Iena fuggì a gambe levate. Gli Orchi rimasero sul campo a combattere contro tutti e ne pagarono amaramente le conseguenze.

“Oh, beh” pensò Ulkûrz “almeno io sono riuscito a tornare a casa. Mio padre, come molti altri, sono rimasti lì sul campo. Uno di questi giorni saremo pronti per ritornare e vendicarci. Mai più stregoni o altri unti dal Male: portano iella.”

Assorto in questi ricordi, Ulkûrz realizzò che qualcosa gli stava strisciando sul collo, portò una mano dietro, appena sopra il centro delle spalle e catturò un verme bello grosso. Se lo girò un po’ tra le dita, lo bloccò tra il pollice e l’indice, lo fissò, lo avvicinò alle labbra e gli sussurrò: “Uhm, come sei bello cicciotto, Verme. Gli Snaaga sono come te.Vermi.” E ne fece un solo boccone.

D’un tratto la galleria che porta verso l’esterno risuonò di un rapido scalpiccio di numerosi piedi, suoni rochi e urla piene di eccitazione. Ulkûrz, con un gesto naturale e automatico, lasciò cadere la bisaccia di grog e portò la mano alla cintola sull’elsa della sua spada.

La spada di Ulkûrz non è di quelle rozze lame che portano gli Orchi. È un’arma precisa ed elegante: una lunga lama ricurva che termina a punta da una parte e un’elsa a croce dall’altra, tre grosse pietre verdi di malachite sono poste a ognuna delle estremità dell’impugnatura. L’acciaio non si arrugginisce mai e la lama è sempre tagliente senza che vi sia bisogno di sottoporla alla molatura e affilatura.

Questa spada era appartenuta al padre, che l’aveva ricevuta in dono dall’unico uomo che Ulkûrz non chiamava snaaga e reputava degno del suo rispetto. Un uomo incontrato trent’anni fa, durante il saccheggio della città di Xaharness: un episodio che aveva segnato Ulkûrz e che il padre spesso gli ricordava come insegnamento di onore, rispetto e dignità. Quando il padre cadde durante la disfatta a causa del tradimento dell’Oscuro Signore, Ulkûrz prese la spada per sé.

L’antro fu in breve invaso da una ventina di giovani Orchi appartenenti a vari clan, alcuni anche odiati da Ulkûrz. Il grande orco si rivolse a quello più eccitato e scalmanato e gli fece cenno di avvicinarsi. Quando gli fu a qualche passo, senza che Ulkûrz avesse il tempo di pronunciare la domanda che gli sorgeva spontanea, il giovane orco attaccò a parlare: “Guerra! Guerra! È la Guerra! Gli Orchi oltre la Foresta già stanno devastando le terre degli Elfi, ora è giunto il nostro tempo! Guerra! Guerra! È la Guerra! Morte agli snaaaaaagaaaaa! Tremate Elfi e Nani, gli Orchi stanno arrivando!”.

Concluso il sermone – per un Orco dieci parole di fila senza bestemmie può essere considerato un vero e proprio “discorso” – il giovane invasato si girò verso gli altri del gruppo incitandoli con ruggiti, urla sguaiate e altri suoni gutturali.

Ulkûrz sbuffò e si alzò lentamente. Il rumore della sua cotta di maglia, della spada e della mazza, che portava sull’altro lato della cintola, fece girare nuovamente il giovane orco. Gli altri ammutolirono nel tempo di un fiato.

Ulkûrz, dall’alto della sua mole, che superava il giovane almeno di un braccio, pronunciò le sue prima parole di tutta la mattinata: “Guerra…E tu cosa sai della Guerra? Piccolo escremento di warg stitico…non riempirti la bocca di cose che non conosci! A malapena riesci a usare la tua spada come spiedo per l’arrosto! Cosa esulti per qualcosa che non conosci?”

Il giovane orco, invece di darsela a gambe come avrebbe fatto uno qualsiasi della sua specie anche di stazza più grande, ribatté: “Grande Ulkûrz le tue parole puzzano…puzzano di paura…” e lo fissò in attesa di una reazione alla sua provocazione.

Erano accorsi molti altri Orchi nel mentre, tuttavia regnava un silenzio innaturale.

Tanto silenzio in una tana di Orchi poteva significare solo due cose: la tana era vuota o erano tutti morti.

Ulkûrz mostrò le sue zanne al giovane: era un sorriso. In silenzio, fece un paio di passi oltre, affiancando il giovane e fermandosi in una posizione leggermente dietro alla sua spalla destra.

Ci fu un colpo sordo.

Una testa volò in aria, attraversando l’ampia sala con una parabola perfetta, e si andò a infilare sulla parete opposta nella cesta del Testa-A- Canestro, senza toccarne nemmeno i bordi.

La testa cadde a terra e rotolò per quattro, cinque volte. Quando si fermò, la caverna risuonò di un solo, potentissimo urlo di esultanza: “Ulkûrz! Ulkûrz! Ulkûrz!”

[To Be Continued]

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17 Replies to “Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus #4”

  1. E così abbiamo un altro fronte eh! Orchi dappertutto, una vera e propria “invasione”…Ma perché mi ricorda qualcos’altro?…Grazie a Zeus per avere accolto quest’orco poco convinto, tutto sommato una “casa” ce l’ha, non che viva nel lusso, ma farsi mandare al macello da uno stregone unto dal Male qualsiasi non ci sta. Ho la netta impressione che però, se si tratta di menare le mani, non si tirerà indietro.
    Una partita a Testa-A-Canestro per ingannare l’attesa? 😉

    1. Ci sono tanti fronti aperti e mi gusta in maniera terribile la cosa: un fronte esplorativo (il mio), un fronte introspettivo (al momento, il tuo) e un fronte magico (Mela). Ormai c’è carne al fuoco e divertimento assicurato per tutti.
      Ci sto. Incominci te? 🙂

      1. … io dicevo su tutta questa saga che raccoglie mani e idee di più persone e le tue restano le principali, son quelle di Dio 😉

      2. Sulla bravura di Oste non si può dire nulla di nulla, riesce a rendere magnificamente le ambientazioni e le caratteristiche del personaggio
        ( ma due paroline al padrone di casa è sempre buono farle… sai, son sabauda)

  2. Mamma mia quanto è splendido questo guazzabuglio di sangue, violenza ed ironia! Un vero delirio che si deposita sul palato del lettore meglio che il miele di castagno, dolce ed amarognolo, l’ideale anche per gli orchi alcoolizzati dal grog…….
    I miei complimenti all’autore ma anche all’ospite
    un caro saluto

Si!?

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