Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus #3

Eccomi da voi, care lettrici e cari lettori. Mi piace questa introduzione perché mi fa sembrare un blogger a modo (cosa che non sono). Comunque sia, dopo una pausa per questioni legate, beh, diciamo a cause di forza maggiore (stavo combattendo con la peste bubbonica) ritorno sulla saga fantasy più amata degli ultimi giorni: Alla Ricerca del Trono di Fuoco [Vi ricordo che il sondaggio per la quinta puntata della storia principale è ancora aperto!!! Cliccate QUI per rileggere e votare!!].
Il grande redbavon ritorna sul luogo del delitto, Il Diario di Atreus, e sforna un racconto stupendo dal punto di vista di… ma veramente volete che vi faccia uno spoiler di questo tipo!? Ma leggete orsù. Leggete. 

Non vi tedio oltre, vi lascio alla prima di questo Diario di Atreus. Il titolo?
Lo vedete sotto.

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Puzza di Primavera

Quella mattina Ulkûrz non aveva ancora messo il muso fuori dal suo buco di casa, per quanto il concetto di “casa” per gli Orchi sia quasi inesistente. Nessuna dimora può fare “sentire a casa” un orco. Tuttavia, quel buco buio e sudicio per Ulkûrz era quanto più vicino al “sentirsi a casa”. Il grosso orco, appoggiato contro il piccolo foro irregolare che fungeva da unica finestra, completamente coperta da ragnatele, guardava fuori.

La finestra era poco più di una fessura malamente scavata nella roccia: il suo scavo era talmente grezzo che, dall’esterno, appariva come una profonda crepa nella roccia, perfettamente mimetizzata con la montagna; tuttavia, l’immane puzzo che ne veniva fuori, faceva intuire l’esistenza di un qualche spazio ricavato all’interno, in corrispondenza di quella parete rocciosa: con tutta probabilità, una tomba con dei cadaveri, anche piuttosto recenti, visto l’evidente stato di putrefazione.

Quel buco aveva visto generazioni e generazioni di Orchi del clan di Ulkûrz e in diverse occasioni era stata teatro di feroci e sanguinose dispute: diverse frattaglie di orco si erano spalmate su quel ruvido pavimento e il sangue di parecchi altri aveva contribuito a dare ciò che gli uomini chiamano “una bella rinfrescata alle pareti”. Le pareti erano adornate da un cospicuo numero di teste: trofei di battaglie e razzie, ma anche teste di chi aveva avuto la malaugurata idea di entrare nella residenza del clan di Ulkûrz, non tanto senza chiedere il permesso – poiché quest’usanza è sconosciuta presso gli Orchi – piuttosto con la pretesa di mandare via gli attuali occupanti.

(da web)
(da web)

Le teste erano disposte con un ordine sorprendente per essere “a casa” di Orchi: c’era del “gusto” in quella disposizione, un gusto del macabro, ma pure sempre una sensibilità che agli Orchi è aliena: una fila senza soluzione di continuità lungo tutte le pareti della grotta, da ciascun angolo dipartiva un’altra fila verso l’alto fino al centro della volta naturale, da cui pendeva, mediante catene, una sorta di grande trofeo su un supporto metallico piatto di forma circolare, decorato da teste fino a coprirne tutta la superficie. I pipistrelli ne avevano fatto la loro “casa”.

In particolare, il clan di Ulkûrz era noto, oltre che per la sua brutalità in battaglia, anche per un gioco che gli avi avevano inventato in un passato di cui se n’era perso il ricordo. Molto facile per gli Orchi: pochissimi scrivono e a malapena, i più tramandano oralmente le poche storie che riescono a ricordare e il narratore le modifica a proprio favore e piacimento.

Nella tana di Ulkûrz, fissato a una parete, a circa tre metri di altezza, c’è una cesta bucata sul fondo. Il gioco consiste nel lanciare una testa mozzata cercando di centrare la cesta e fare quindi cadere la testa di nuovo a terra. Ogni giocatore ha un certo numero di teste a disposizione, ognuno si porta le sue (come se le sia procurate, non interessa). Le teste, che centrano la cesta e ricadono a terra, possono essere raccolte e tirate nuovamente. Se la testa non centra la cesta, non può essere utilizzata per un nuovo tiro. Si va avanti fino a esaurimento teste.

L’ultimo che rimane con una testa (oltre la sua), vince.

Nella pratica però non si arriva mai alla fine del gioco né alla proclamazione di un vincitore poiché qualsiasi gioco tra gli Orchi si conclude sempre nello stesso modo: una rissa con qualche arto e dito mozzato, nelle occasioni più importanti, ci scappa anche più di un morto. Occasione per rimpinguare la scorta di “palle” per questo gioco, che gli Orchi chiamano: Testa-A- Canestro.

Per questi e altri motivi Ulkûrz sentiva quel buco come “casa”, per quanto un orco possa provare questa sensazione, tuttavia molto differente rispetto a quella degli Uomini e mai come quella degli Elfi o dei Nani.

Ulkûrz guardava fuori dalla finestra, sorseggiando un liquido scuro da una bisaccia di pelle sudicia e consunta. Era il suo momento preferito della giornata: ogni mattina, appoggiato a quell’unica finestra, consumava la sua dose di quella bevanda che tra gli Orchi è nota come “grog”. L’unica finestra di quel buco di “casa”, ma con una vista davvero unica.

La “casa” del clan di Ulkûrz era su uno sperone della montagna e dominava tutta le terre circostanti. Era possibile spingere lo sguardo e coprire distanze che neanche in groppa al potente Kamazotz, sua Sanguinolenza Volante Re di tutti i Pipistrelli Giganti, sarebbero state raggiungibili in così breve tempo.

Quel giorno Ulkûrz era stato davanti a quella finestra sorseggiando grog per quasi tutta la mattina. C’era stato il solito movimento e i soliti battibecchi per futili motivi nella grotta. Ulkûrz non aveva dato peso alle urla e agli schiamazzi, a un paio di risse e un orecchio che era volato nel grande pentolone, in cui ribolliva lentamente e da tempo immemore, un liquame spacciato per “zuppa del giorno”, anzi “zuppa di ogni giorno”.

Molto meglio della zuppa, il grog. Gli Orchi non bevono solo grog, non essendo capaci di distillare altro che grog, tuttavia non disdegnano qualsiasi bevanda alcolica che dovessero trovare durante le loro razzie. Non è noto esattamente come il grog sia fatto, ma sulla base della tipica dieta degli Orchi si ipotizza che sia una miscela di carne fermentata, sangue e qualche tipo di alcol. Qualsiasi siano gli ingredienti, il grog è famoso per le spettacolari esplosioni generate quando entra in contatto con una fiamma. Il resto delle razze conosciute considerano il grog disgustoso e nauseabondo, ma tra gli Orchi, se durante un banchetto dovesse terminare il grog, l’ospite viene trucidato sul posto. Nei lunghi viaggi, gli Orchi fanno grande scorta di grog, praticamente sostituisce l’acqua e viene utilizzato alla bisogna come medicinale: versato sulle ferite, ne riduce drasticamente il tempo di cicatrizzazione.

A eccezione del movimento del braccio che portava di tanto in tanto la bisaccia alle labbra, Ulkûrz era rimasto immobile e in silenzio, lo sguardo fisso oltre le ragnatele delle finestra.

Facendosi largo attraverso le ragnatele e sgranocchiando i ragni che ne venivano allo scoperto, davanti ai suoi occhi si stendevano immense distese verdi, punteggiate da quei colori insopportabili: rosa, bianco, giallo, blu, ciclamini, margherite, bocche di leone, nontiscordardimé, ortiche e tarassachi, macchie di fiori di campo interrompevano la distesa verde a perdita d’occhio. Gli alberi s’innalzavano a gruppi o isolati, invadendo con le loro sfumature di verde anche il cielo di un insostenibile colore azzurro compatto, senza nemmeno una nuvola a mitigare il sole splendente, che all’aria aperta gli avrebbe provocato un forte bruciore agli occhi. Tirò giù un abbondante sorso di grog, buttò fuori un sordo grugnito somigliante a un’espressione di rassegnazione e accettazione: era una perfetta giornata di primavera!

Ulkûrz spaziò con lo sguardo nell’aperto e insopportabilmente verde panorama: avrebbe scommesso tutta la sua collezione di teste mozzate, molto ambita dagli altri giocatori di Testa-A- Canestro, che uscendo dalla grotta, il vento avrebbe anche portato il suono del cinguettio delle allodole, dei cardellini, dei fanelli e di tutta quella razza di volatili spioni, amici di maghi e stregoni. Ulkûrz odiava qualsiasi uccello: non capiva il senso della loro esistenza. Emettevano dei suoni fastidiosissimi, erano per lo più di piccole dimensioni e, anche con quelli più grandi, ci si mangiava poco.

Una perfetta giornata di primavera con quei colori insopportabili! Oh com’era cambiato quel paesaggio! Così differente rispetto a una trentina di anni fa.

(da web)
(da web)

Non che gli Orchi diano particolare importanza al trascorrere degli anni, ma Ulkûrz aveva fissato il ricordo di quel periodo perché era con suo padre, il grande Ulkrag SpaccaCrani, grande orco rispettato da tutti i clan, anche quelli avversari, tanto che ancora oggi i più anziani raccontavano di lui: “Come spaccava i crani Ulkrag, aaah! Roba pulita, non perdevi un goccio di sangue…il corpo neanche se ne accorgeva subito, continuava a camminare senza testa, che risate!”.

Trenta anni fa quando le valli e pianure sottostanti erano distese aride, silenziose e avvolte dai fumi dei roghi così densi che il giorno e la notte erano indistinguibili: erano i giorni degli Orchi, quando decisero che una parte di quel mondo spettava anche a loro. Da troppo tempo relegati nelle viscere delle montagne più aspre, ingiustamente allontanati solo perché “diversi”: d’accordo, non erano belli e perfetti come gli Elfi, non erano laboriosi e abili come i Nani; d’accordo, erano sgradevoli alla vista, egoisti, di indole violenta e tendenti alla corruzione…E allora gli Uomini? Questa razza, la più giovane tra tutte quelle tra l’una all’altra sponda della Grande Acqua, cosa aveva di diverso dagli Orchi? Egoisti, violenti, corrotti e – per i canoni di un orco – terribilmente sgradevoli alla vista: quei corpi minuti, con pochi peli, talmente deboli da spezzarsi come ramoscelli secchi.
Aggiungiamo pure che di tutte le razze era l’unica che non comprendeva – se non pochi esemplari tra loro – la Magia. Non la capivano, non la sapevano usare e perciò questi miscredenti arrivavano ad affermare che non esistesse; anzi, in alcune delle loro città, chi veniva colto a esercitare la Magia, veniva messo a rosolare su un rogo.
E nemmeno se lo mangiavano. Che immane spreco!

Al solo pensiero degli snaaga – in orchesco significa “schiavo, debole” – Ulkûrz venne colto da un senso di disgusto e nausea. Sputò con forza a terra un ammasso nero misto di sangue, catarro e grog.

Ulkûrz era rimasto nel silenzio più assoluto, sempre con lo sguardo perso all’orizzonte, alla ricerca di un qualcosa che gli sfuggiva come il fumo sfugge alla sua mano. Ulkûrz  conosceva bene questa sensazione: qualcosa stava per accadere.

Senza distogliere lo sguardo oltre la finestra, imprecò e sbottò: “Trent’anni buttati! Che immane spreco di tempo!Trent’anni buttati!”.

[To Be Continued]

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37 Replies to “Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus #3”

  1. Urca!… no, ORCO!… mi piace questa angolazione, questa visione dall’altra parte e quasi quasi… mi potrebbe stare simpatico questo cucciolone… potrebbe anche rivelarsi estremamente interessante, con le caramelle giuste… ma magari mi sbaglio…
    Urcamalura! e adesso io come faccio a bere ancora Grog!?… avrò sempre quest’immagine in testa…

      1. Vero! 🙂 ha scritto molto bene. E fra qualche giorno dovrebbe uscire la seconda parte.

        [puoi.. eheh… oggi molto molto meglio]

      2. E’ riuscito a renderlo “orcobruttoecattivo”… ma c’è una fiammella… che non so… può far aprire davvero un po’ di porte parallele… non vedo l’ora di leggere ancora!
        [bene] 🙂

      3. Sì, questo è il bello di questo orco. Meno bidimensionale del classico (lo dicevo anche a lui, i miei sono più tradizionali… anche se sono meno scemi di quelli classici dei fantasy, ma il suo ha la profondità tipica del carattere umano).

        🙂

      4. aggiungerei che è un orco tridimensionale e non hai bisogno nemmeno di metterti gli occhiali treddì. Troppo buoni ragazzi, troppo buoni…Ricordatevi: sono un orchetto, adesso.

      1. è per quello che ti ho messo la coda da scoiattolo… non potevo trasformarti in ranocchio, con ‘sta cosa poi sei sempre all’umido…

      2. Ma da rospo non c’avevo la schiena con tutte ste vertebre! E poi – onestamente – la coda da scoiattolo è bellina eh? E ti ringrazio tantissimo, però te lo devi dire…tu non hai colpa eh…da quando me l’hai fatta spuntare è un continuo mulinare di calci e schiaffoni perché gli orchetti piccoli provano ad addentarla e a dargli fuoco…ti dirò: che vita dimmmmelma la vita da scoiattoli!

      3. OssantaMaradonalaPeppaelamaialadiPeppapig!!!!! non ci avevo pensato!… scusa, scusa… oooooOOOOOOOPLA’! sei di nuovo orco BelloeBBbbuono! 😉

  2. Caspita che orco tutto d’un pezzo: riesce quasi più simpatico d’un campesino, nello scaracchiare così deciso e sprezzante. Piaciutissima anche la descrizione del gioco delle teste: provo ad immaginare il Kobe Briant degli orchi che tira teste a non finire: tutti tiri da tre, chiaramente…
    Bellissimo fantasy compadre, godibile come non mai, anche grazie alla tua inesauribile vena ironica…
    Un salutone

    1. Bravo il nostro redbavon, vero?
      Grazie mille per il commento.

      Se hai voglia, prova a guardare anche le altre storie del racconto “alla ricerca del trono di fuoco”… forse ti piacciono!

      Zeus

    2. Beh l’orologio di Kobe Briant tra gli Orchi c’è. Il suo nome è OrKobe Ubriakat. Il problema è che, quando gioca, si ingolla di grog. Quando il grog inizia ad annebbiargli la vista, sbaglia il tiro e poiché a perdere non ci sta – d’altronde è il Campione imbattuto – stacca la testa al vicino per fare un altro tiro. Puoi capire che gli altri giocatori a quel punto iniziano a sbagliare di proposito!
      Grazie compadre e benvenuto nella Compagnia!

      1. Ditemi se il mio telefono non è sotto sortilegio! Ditemi perché – e sono educato perché non sono nella mia webbettola altrimenti… – perché diamine io scrivo “omologo” e il telefono modifica in “orologio”. Uno che me lo spieghi prima che faccia al telefono ciò che farebbe un orco a un bambino molesto!

      2. Ahahahahahahah!!!! Un orologio tra gli orchi come fa: orkorologio?Anche loro abusano del grog:mi sa che tu ci fai scuola a questi malnati.Anche in campo cestistico ci sono i codini:rifiutano la palla per non rimetterci le palle…..
        Muchas gracias para el bienvenido compadre…

      3. L’orkologio l’aveva in effetti inventato un Orco di nome Kronog, ma al posto delle lancette aveva usato delle dita (di altri orchi naturalmente) e quando tutto orgoglioso lo mostro’ ai suoi del clan, se lo mangiarono. Gli orchi sono fatti così , mostruosamente complicati (cit. Fiorella MannAia)

      4. Ecco perchè gli orki sono sempre senza tempo: si sono pappati l’inventore dell’orkorologio: infami! Roba da fargli una lavanda gastrica, così imparano….

Si!?

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