Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus

Ricordatevi che la votazione per il QUARTO CAPITOLO della storia è ancora aperta!!!

Nel primo capitolo della storia, ho fatto una domanda a redbavon: “hai voglia di aiutarmi con questa storia?”. Il buon redbavon ha accettato con entusiasmo e mi ha spedito, con un falco, una pergamena che recava queste parole: Il Diario di Atreus.
Come potete immaginare, la curiosità è una brutta bestia e mi son messo a leggere questo scritto con l’avidità con cui l’affamato si getta sul tavolo del buffet. 
Non rimando oltre, ringrazio ancora REDBAVON e vi lascio alla lettura di questo scritto.

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Il giorno dopo che Argar, Oleg e Torvi lasciarono il Cinghiale di Ghiaccio…

Atreus guardava fuori dalla finestra, sorseggiando il suo sidro che ogni mattina consumava seduto al solito tavolo al Cinghiale di Ghiaccio. Il suo solito tavolo dava sull’unica finestra del locale la cui vista non fosse ostruita da case. Atreus non iniziava nessuna attività la mattina se non dopo avere buttato giù, lentamente, il suo sidro. Non che il sidro dell’oste fosse chissà quale nettare, ma non poteva fare a meno di questo rituale mattutino: varcava la soglia del Cinghiale di Ghiaccio, un cenno di saluto in silenzio all’oste, andava a prendere posto al suo solito tavolo, pochi minuti dopo l’oste gli portava il sidro e se ne andava senza che dovesse essere costretto in qualche inutile conversazione.

Quel giorno Atreus era stato seduto a quel tavolo sorseggiando sidro per quasi tutta la mattina. L’oste aveva fatto diverse volte avanti e indietro dal bancone al tavolo per riempire il boccale di Atreus. Il tutto si era svolto sempre nell’assoluto silenzio. L’oste sapeva che quando Atreus si tratteneva così a lungo, qualcosa stava per accadere e Atreus non era un avventore qualsiasi e, sopratutto, un uomo con una spada qualsiasi.

Il Cinghiale di Ghiaccio al mattino era un luogo tranquillo, la folla che gremiva le sale dall’ora del tramonto a notte inoltrata, gli strilli, il vociare, le parole grosse cui seguivanopuntuali le risse erano una distante eco: la mattina nella locanda vi era un’atmosfera da focolare domestico. Varcata la soglia del Cinghiale di Ghiaccio, la sua porta sembrava tenere magicamente fuori la febbrile attività nelle vie di Xaharness e il formicaio dei suoi abitanti, viandanti, mercanti di passaggio, muli, cavalli, cani, gatti e un gran numero di topi.

(da web)
(da web)

A eccezione del movimento del braccio che portava di tanto in tanto il boccale alle labbra, Atreus era immobile, lo sguardo fisso oltre la vetrata della finestra. Da quando si era seduto, stava cercando di ricordare una canzone che aveva imparato da bambino.

Oltre la finestra, facendosi largo attraverso impronte di mani, condensa e unto delle carni sulla griglia del grande camino sul lato Nord della locanda, era una perfetta giornata di primavera! Il tempo faceva le bizze, ma non c’era da lamentarsi se il sole riscaldava la terra e splendeva così in un cielo terso, non una nuvola all’orizzonte. Atreus spaziò con lo sguardo nell’aperto e verde panorama, vista possibile unicamente da quella finestra della locanda. La distesa verde era punteggiata di rosa, bianco, blu e giallo dei fiori di campo e disseminata di alberi.

Gli alberi, isolati e sparsi, mostravano le giovani foglie arricciate, pronte a srotolarsi crescendo, diventando larghe e dai bordi merlettati, dalla cima ai primi rami che dipartono dal tronco. Il cinguettio delle allodole, dei cardellini e dei fanelli risuonava per la distesa verde, inondata dalla luce e riscaldata dai raggi del sole. Margherite, bocche di leone, nontiscordardimé, ortiche e tarassachi in fiore interrompevano la sinfonia di verde e canti di uccelli come delle pause su un pentagramma.
C’erano voluti anni a suo padre per trasformare in un tappeto verde questa parte della campagna, che era stata devastata dalle ultime razzie degli orchetti dalle montagne. Erano anni che di quella infame genie non se ne vedeva né a valle, né nei boschi vicini, né sulle montagne. Eppure dovevano essere ancora lì, rintanati nelle profondità di qualche massiccio antico. Atreus lo sapeva. Era solo questione di tempo.
Quel prato gli ricordava il padre, quei giorni di intenso lavoro della ricostruzione e di un recuperato senso di comunità da parte di tutti i sopravvissuti. Erano giunti dalle campagne limitrofe e dalle città vicine per ricostruire Xaharness. Il ricordo di quei giorni gli era caro e gli si stringeva il cuore in petto all’immagine del padre, inginocchiato a terra, che gli insegnava a mettere a dimora le piantine e gli raccontava una storia per ogni fiore.

Perché ogni fiore ha una sua storia.

La storia di Atreus si leggeva sul suo volto e nel suo abbigliamento. Di alta statura, Atreus è esile, con una struttura di ossa sottili e muscoli tonici, ma per niente massicci. Sfuggente nei tratti del viso, gli occhi verdi cangianti secondo la temperatura, la luce o il momento della giornata, incastonati nell’ovale lungo con un taglio lievemente a mandorla, accentuato dall’usanza di Atreus di truccarsi gli occhi tratteggiando in modo marcato il contorno della palpebra, prolungandola agli angoli esterni.

Per questi suoi occhi, Atreus veniva chiamato anche “Occhi-che-cambiano”.

I capelli di colore nero corvino lambiscono le spalle e un ornato anello fatto da grani intrecciati di pietre dure ne raccoglie un ciuffo corto a metà altezza della parte posteriore del cranio.

Il suo abbigliamento è inusuale tra queste genti: indossa un’ampia tunica, lunga fino a metà gamba, di colore indaco con delle maniche ampie e dalle estremità svolazzanti in modo da fare circolare agevolmente l’aria; in vita la tunica è stretta da una cintura di cuoio, intarsiata con pietre dure rotonde, grosse come un uovo di quaglia. La cintura chiude il pantalone, anch’esso molto ampio, che si restringe all’altezza delle caviglie. È evidente la sua passione per i gioielli e gli ornamenti: dalle maniche si intravedono dei bracciali stretti a entrambi i polsi, anch’essi adornati da pietre; al collo diversi fili di collane pendono e spariscono al di sotto della tunica; alle dita spesso alterna anelli di dimensioni e fogge assai diverse; due eleganti fermagli di cuoio con fili d’oro cuciti fermano la tunica all’altezza del collo e appena al di sotto dello sterno; all’orecchio destro pende un minuto anello d’oro.

Atreus non passava inosservato, ma nessuno in città si sarebbe sognato di indugiare con lo sguardo sulla sua persona.

Ormai si avvicinava l’ora del pranzo e Atreus sapeva che la locanda avrebbe finito di essere la sua personale “isola-che-non-c’è”, lontana dal frastuono del mondo e l’inutile frenesia delle attività umane. La locanda di lì a poco si sarebbe riempita di quanto era lì fuori.

Indugiò per qualche altro minuto…Il pensiero del padre, del prima e del dopo la devastazione portata dagli orchetti aveva lasciato una strana scia persistente, si era diffusa come un miasma tra cervello, cuore e viscere. Mandò giù un altro sorso di sidro, sempre lo sguardo immerso in un punto non definito nella distesa verde oltre la finestra.

Con un gesto naturale, sfiorò l’elsa della spada alla sua cintola, la spada che aveva ricevuto dal padre all’età di quindici anni. Una spada anch’essa poco diffusa in questa parte del mondo: una lunga lama ricurva che termina a punta da una parte e un’elsa a croce dall’altra, tre grosse pietre verdi di malachite sono poste a ognuna delle estremità dell’impugnatura.

Tamburellò le dita sul tavolo alla ricerca di quel motivo che gli aveva insegnato il padre in quei giorni felici come una sorta di scaccia-malocchio, capace di scacciare questa sensazione in cui percepiva qualcosa di sottilmente subdolo, di inaspettatamente sbagliato.

Il gesto stesso di toccare l’elsa non era per sincerarsi di averla con sé perché Atreus senza spada non andava da nessuna parte, si dice che non se ne separasse nemmeno quando andava a letto a dormire. Atreus aveva accarezzato la spada, un gesto di affetto se le cose potessero provare la sensazione di essere toccate: la spada era il migliore rimedio a qualsiasi malocchio, di origine terrena o magica, qualunque esso fosse.

Era ora di andare, si aggiustò la lunga striscia di tessuto sul collo, che utilizzava come sciarpa o che avvolgeva sul capo e attorno al viso in modo che solo gli occhi rimanessero scoperti, e fece per alzarsi dalla sedia, quando una voce lo inchiodò sul posto.

[to be continued]

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39 Replies to “Alla ricerca del Trono di Fuoco – Il Diario di Atreus”

  1. Grazie a(l) Dio esiste l’e-mail 😉 I falchi ultimamente sono rari e c’è il rischio che li buttino giù scambiandoli per quaglie o, peggio, droni.
    Grazie al Dio per avermi fatto risalire la scimmia di D&D e ospitarmi nella sua storia.

      1. Se è per questo, quando resero disponibile per tutti la posta elettronica in azienda, per qualcuno era vista come una “stregoneria”. C’era gente che mi diceva:”non mi mandare quella cosa-lla’, stampa come facevi prima…”. A guardare oggi come viene usata da molti, mi sembrano orchetti che usano un bastone magico per girare la polenta!

      2. Direi che l’esempio è più che mai esatto eheheh. Giusto perché c’è gente che non ha ancora capito il magico trucco del Copia Conoscenza quando si risponde alle mail.

  2. OmannaggiaDio&Osteinsiemesonounosballocosmicooooooooooo!
    Quanto mi piace! In piedi su quel tavolo di legno che si vede nella foto parte un applauso degno dei tessitori di avventure che siete!
    🙂

    1. Grazie mille Tati!
      Ma i veri, grandissimi, ringraziamenti vanno a redbavon che ha scritto un nuovo capitolo che ti prende subito (non come le lungaggini mie ahahah).

      1. Oste è davvero bravo…
        e smettila di sminuire il tuo lavoro che vengo lì e ti scasso le casse dello stereo!
        SGRUNT!
        😀

    1. Grazie mille, Mela.
      Io rifletto tutti i complimenti su redbavon che, come ho già detto, è stato veramente bravo.
      La prossima puntata arriverà quanto prima (è già in mio possesso! eheh).

      1. Nessun battibecco, ogni tanto a Mela gli gira il piglio autoritario e io mi diverto a starle dietro. Oh, vuole favorire una fetta di torta?

      2. Chiaro come la grappa 😉 e dire che a quest’ora può giocare brutti scherzi sul tragitto di ritorno ufficio-casa. Senza considerare gli effetti in…ufficio. Poi, sia chiaro che non mi sarei mai permesso di battibeccare con nessuno a casa tua. Ecchemaniere! Roba da orchetti!

  3. Bello, molto bello.
    Bella la location (embè quando si parla di bere o di mangiare è sempre una figata)… Mi piace l’idea di starsene tranquilli e di ritagliarsi un momento di solitudine e di pace, lontani dal caos. Rende tutto molto realistico.
    Interessante la stravaganza di questo personaggio. Bravi!

  4. Grazie di qua (e un altro grazie c’è di la’). Hai colto bene lo spirito di questo personaggio di aspetto poco “guerriero” (ma lo è, Azz se lo è!): mentre là fuori si sta scatenando l’iradiDdio (quando c’è Zeus di mezzo, è normale), Atreus cerca la sua “isola-che-non-c’è” nella consapevolezza che non ci sarà mai lì fuori. Cerca di ricordare quando era da bambino (la canzone…) quando la sua isola felice c’era ed era il suo papà.
    Oddiomio che pistolotto! Mi sa che mi sono innamorato del personaggio! D’altronde i personaggi so’piezz’e core!

      1. Sshhh se mi sente Atreus m’incrocia la spada e fa sciopero di ammazzamento di orchetti. Non ce stanno più le manovalanze guerriere de na vorta! 😉

Si!?

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