Un po’ di passato, un po’ di presente e un po’ del resto

Sono ormai diverse ore che sono alla guida e, ancora, quel globo grande come un melograno non è sceso. Chiamatela paura o indecisione, ripensamenti o chissà che nome andrete a cercare, ma si è posizionata giusto fra l’epiglottide e la bocca dello stomaco. In effetti, dico tastando il petto scarno, potrebbe essere decisamente più grande di un melograno. Potrebbe benissimo essere un melone giallo.
La macchina saltella. L’asfalto dell’autostrada è percorso da orribili cicatrici nere, risaltano nel sole pallido dell’autunno e le gomme ci saltellano sopra senza prestarci troppa attenzione. Hanno un ritmo tutto loro quelle suture, potrebbe essere un 4/4.
Guardo fuori dal finestrino. Inspiro il silenzio e una canzone dei REM.
Qual’è?
Dovrei guardare la back cover ma non ne ho voglia. Lascio che vada avanti, forse riesco a indovinare il titolo dal ritornello.
Facciamo la magia più grande dell’universo? 
Mi giro e guardo il lato del passeggero. Niente.
Guardo nello specchietto retrovisore e lo vedo: un bambino. Ha le mani alzate, entrambe con i palmi ben aperti e un sorriso che gli taglia la faccia facendogli accartocciare leggermente il naso. Ha una camicia blu e i jeans.
Questo lo vedo con la coda dell’occhio.
Facciamo la magia più grande dell’universo? ripete il bambino.
Non so fare magie, mi dispiace.
Non è vero! Tutti i grandi sanno fare magie. Magie grandi! pur non guardandolo direttamente, sento che ha la faccia sintonizzata su un sorriso.
Ti giuro, non so fare magie. Mi fermo prima di dire che l’unica che mi riesce, in questi mesi, è arrivare a fine mese. Non capirebbe. Questo glielo dico.
Dai, provaci. Fammi una magia. 
Freno in tempo per lasciar passare una Subaru. Faccio i fari. Ritorno a premere l’acceleratore e sento il motore scalpitare. Il Tir al mio fianco sfila in tutta la sua bianca imponenza.
Non mi viene in mente niente…
Non hai fantasia?
Direi di no.
Il bambino si zittisce e tira giù le mani. Adesso ha l’indice in bocca, non tutto, solo l’unghia e sta muovendo la mascella a destra e sinistra. Non ha l’aria molto soddisfatta.
Come ti chiami? provo a rompere il silenzio.
Se non hai fantasia, che divertimento c’è?
Scuoto la testa. Intanto supero una Mazda rossa con troppe persone dentro. Ha uno di quei strani parasole sul finestrino dietro, lato guidatore.
Se guardi fuori dalla finestra – parabrezza, gli dico – se guardi fuori dal parabrezza – lo sottolinea – che cosa vedi?
Montagne. Questo sicuro. Il traffico, che mi innervosisce parecchio. Un paesino sul lato soleggiato della montagna, sì e no una decina di case bianche con i tetti scuri, forse anche dei balconi di legno scurito dal sole. I filari di uva ingialliti dall’autunno. Gli alberi gialli, arancioni, verdi e rossi. Mi fermo un secondo. Non mi sembra ci sia altro.
Hai visto come i camion dall’altro lato, così grandi e lenti, sembrano delle colonne di elefanti? Con la mano indica l’altra corsia. Vedo il gesto, insieme allo sfavillio dei fari allo Xeno di una Bmw dietro di me, dallo specchietto retrovisore.
Mi sposto sulla corsia di marcia e guardo l’altra corsia. Una fila di camion, dalle tonalità che vanno dal bianco sporco al blu scuro al rosso. Tutti lenti o, spesso quasi fermi, e in fila indiana. Quando passo davanti ad una fila più lunga del solito, il movimento della motrice del camion dà l’impressione di una scrollata di spalle. La motrice punta il becco in avanti quasi a baciare l’asfalto e il perno fra motrice e carico si alza leggermente. Ma è un’impressione.
Già. Anche se ci vuole un bel salto di fantasia per pensarli elefanti, sai?
Non ci vuole molto. Guardali bene.
Non riesco a vedere altro che i Tir e mi gratto la testa.
Ti piacciono gli animali? gli chiedo.
Sì. Si agita sul sedile posteriore, i jeans grattano sul tessuto del sedile. Ho un gatto bianco e nero. E ho avuto qualche criceto. 
Anche io ho avuto molti gatti.
Sento che si sporge dal sedile posteriore e mette la testa al centro dei due sedili davanti. Il gomito mi preme contro la spalla. Le mani incrociate sorreggono la testa piena di capelli.
Mi piacerebbe viaggiare. Andare a vedere gli elefanti. Quelli veri, intendo.
Aspetta qualche anno e poi puoi andarci. Lo guardo con la coda dell’occhio.
Tu li hai visti?
No. Non viaggio spesso.
Perché?
Hai presente quando si dice “ho perso il treno”?
No. 

Non c’è malizia nella voce. Non lo sa. O non l’ha ancora imparato.
Volevo viaggiare, ma poi non l’ho fatto.
Ma allora cosa stiamo facendo noi?
È diverso. 
Gli dico.
Lui rimane in silenzio qualche secondo, poi mi dice non riesco proprio a capirlo.
Sei fortunato. Questo te ne devo dare atto.
Parli molto strano sai? 
Annuisco una risposta muta. Lo guardo mangiarsi delle pellicine dalle dita. Sgranocchia il dito come uno scoiattolo con le noci. I capelli castani, lunghi fino alla fronte, fanno un’ombra che gli nasconde gli occhi.
Non dovresti torturarti le dita. 
Lui smette per un secondo, alza il viso e poi ritorna a mangiucchiare le dita.
Sento il rumore leggero dei denti che sbattono uno contro l’altro.
Esco dalla corsia di sorpasso e rientro sull’altra corsia di marcia, ma poi devo superare un paio di van colmi di gente, targa straniera e chiassosi nei colori che risaltano dai finestrini. La seconda macchina ha la targa gialla degli olandesi.
Il guidatore è un uomo di mezza età, i capelli grigi sono raccolti in una coda e gli cadono morbidi sulle spalle. Porta un pizzo leggero sul mento. Ha una camicia scura. L’immagine è fugace e poi passo alla macchina successiva.
Mentre sorpasso altre due macchine dico c’è tempo per viaggiare, peccato che non è sempre semplice. Lasciare tutto alle spalle, mettersi in moto. Non carichi mai la macchina dei soli bagagli che vuoi portarti dietro. Il bagagliaio è piano di promesse non mantenute, di accuse e scuse e, spesso, di compiti che avresti dovuto fare. Se fossimo una compagnia aerea, direi che il carico supera quello consentito anche per la stiva. È difficile lasciare dietro tutto. Ma questo, quando si ha la tua età, non lo si capisce. Si guarda fuori dal finestrino e si vedono gli elefanti. Io guardo fuori dal finestrino e cerco di non perdermi l’uscita dall’autostrada. Abbiamo perso qualcosa durante il tragitto.
Mi giro per sottolineare il concetto con un’occhiata esplicativa, ma non c’è nessuno.
Guardo nello specchietto posteriore ed è vuoto. Sul sedile posteriore c’è una borsa scura, dall’aspetto consumato, e una grossa giacca in pelle nera. Tutto il bagaglio che ho con me.

La radio intanto tossicchia We live and dream about our heroes/ I listen closely and I said/ “I’m not sure where to place myself here, friend./I might pawn the gold rings instead”/ The winners write the rulebooks, the histories and lullabies.

Io continuo sull’autostrada. Il sole mi acceca.
La musica ronza nell’aria calda della macchina.

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27 Replies to “Un po’ di passato, un po’ di presente e un po’ del resto”

  1. Ma che bello questo post…..quando si è soli è il momento migliore per conversare con il bambino che è in noi 🙂

    Buona giornata!

    ________________________________

  2. Questo post è dolcemente malinconico, delicatamente triste… come una coperta calda, come la nebbia di questa mattina che non so se mi piace , per il fatto che rallenta e copre un po’ il mondo… e se m’intristisce… devo ancora capirlo bene…
    Sai scrivere cose così delicate… e credo sia per questo che sei il nostro DiodiUnDio…
    (… e m’è piaciuto molto questo PiccoloPrincipe moderno….)

    1. Grazie Tati.
      Un po’ malinconico lo è… dev’essere il viaggiare da solo o la musica. Mi mette in modalità riflessione.
      Non posso sempre scrivere di cose becere, di cose brutte… a volte devo, ne sento la necessità di, scrivere anche altro. Trovare altri aspetti dell’emozione umana.
      (addirittura Piccolo Principe moderno?)

      1. … e questo tuo gironzolare per tanti mondi differenti ( e credimi non è parculaggine credo davvero tu sia bravo per cosa e come scrivi) rende sempre piacevole passare di qua…
        ( decisamente Piccolo Principe… m’è venuto in mente il pezzo in cui chiede di disegnare una pecora…)

      2. Grazie (e non è paraculaggine… quel grazie generico. Lo dico perché i commenti, e le critiche, mi interessano molto).
        Io ci tento… sarà che, come detto, mi annoio spesso… ehhe
        (e disegna tu!!! disegna!!!)

      3. ahahah!… ho visto un dito puntato al naso! 😀
        ( ho disegnato… anche parecchio… vedrai, vedrai…)
        … poco poco, sto imparando a conoscerti… e so che quando scrivi non è a membro di segugio ( anche se a volte fai finta che lo sia)

      4. Ottimo. Sono curioso di vedere i tuoi disegni. Se poi fai uno schizzo che richiama questo racconto… beh… te lo prendo in prestito e lo metto come foto d’apertura (se posso).

        Pian piano svelo parti del Dio che c’è in me 😀 eheheh (a volte, comunque, scrivo a membro di segugio 😀 ehehe)

      5. … potrebbe uscire qualcosa… voi mi punzecchiate tanto… e a me iniziano ad agitarsi le dita.. 😉
        ( tu continua a dirlo, tanto io non ti credo… ihihih)

  3. Mi è venuta nostalgia. Ovviamente della mia Io bambina : D Bella l’idea degli elefanti. E anche l’immagine che hai usato per descrivere “quel” bambino che si morsica il dito tipo scoiattolo con le noci. Ci ho visto tanta dolcezza in questo post : )

    1. Grazie mille V.
      Stavo andando in macchina (e quando in macchina, e sono da solo, divento riflessivo) e guardavo fuori dal parabrezza e dai finestrini… c’era questa lunga fila di camion e mi sono detto: assomigliano veramente a degli elefanti.
      Il resto sono ricordi o comportamenti che ho visto fare… 🙂

  4. Mi mordo le unghie, sempre, comunque e inevitabilmente. Quando sono triste o emozionata poi è un disastro e scavo a più non posso, finché fa un male cane e volano santoni. Quando hai detto “non dovresti torturarti le dita” mi sono tolta il dito di bocca, poi ho detto “beh, non mi vede” e ho continuato, perché era così bello, tenero e dolce ciò che stavo leggendo che valeva bene un dito! Sei bravo e profondo, misterioso e insondabile. Ogni volta un’emozione.

    1. Grazie mille Mela.
      Stavolta sì, ho cambiato registro in maniera netta. Uno scarto notevole da quello che, di solito, appare sul mio blog.
      Sono contento che hai sentito qualcosa… un po’ di “malinconia o dolcezza”.

  5. Credo sia una delle cose migliori che ho letto qui da te.
    C’è una stanchezza d’animo un po’ preoccupante in questo faccia a faccia con quel bimbo che sapeva poco, magari, ma aveva qualcosa in più…

    Stupendo, davvero.

    Ogni bene

    1. Veramente? Uno dei migliori?
      Spero di no, veramente!!! Perché il migliore (o uno dei migliori) deve ancora venire… lo so.
      La stanchezza d’animo c’è… forse è solo l’autunno…

      Grazie mille ivanof.

      1. Naturalmente mi aspetto sempre grandi cose da te ma i miei limiti mi impediscono di valutare i racconti futuri! 🙂

Si!?

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