Per chi suonò la campana… Dicembre

Hellhound On My Trails

Quando mi allontanai da Vernon, me ne guardai bene dal voltarmi e controllare cosa facesse il mio, ormai ex, amico. Con grosse gocce di sangue che gocciolavano dalle pinne nasali, mi diressi verso l’appartamento di Louise.
Roger! Si portò la mano davanti alla bocca, poi allungò la mano e mi fece strada verso il divano. Mi stesi, mentre lei correva a prendere dei panni e dell’acqua per tamponare, e pulire, il sangue.
Scusa… indicai la macchia sul divano.
Stai zitto. E incominciò a tastare costole e addome. Non sembra esserci niente di rotto, sei stato fortunato. continuando a tastarmi il torace.
Forse fortunato non è la parola giusta. 
Cosa è successo?
Le raccontai tutto quello che era successo, tutti i particolari. Lei rimase in ascolto, le braccia in grembo e le mani giunte, con la sola testa che annuiva ripetutamente. Ascoltato tutto fece per alzarsi, ma poi cambiò idea e si sedette con la mia mano fra le sue. Erano straordinariamente morbide e calde. Poi ruppe il silenzio.
Scappiamo. Andiamocene da questo posto. Non c’è più niente per noi a Leeville.
Ma dove? Qua abbiamo tutto, un lavoro, una vita.
Cosa abbiamo qua? Dimmelo!
Non trovai una risposta intelligente, così rimasi zitto. Poco dopo mi addormentai. La mattina dopo svegliai con una coperta di lana sulle spalle e Louise che preparava il caffè in cucina. Non l’avevo sentita andare a dormire.
Come stai?
Come se mi avessero picchiato.
Eh, lo so. Il divano è un po’ duro.
 Rise, ma non c’era divertimento.
Quella mattina decidemmo che avrei passato del tempo nascosto a casa sua. Cercai di farle cambiare idea, in fin dei conti avevo un bersaglio attaccato alla schiena, ma lei non arretrò. Aveva preso una posizione e la manteneva. Fu così che incominciai la mia convivenza con Louise: un recluso impossibilitato a compiere qualsiasi cosa.
Quando pensammo di essere usciti dall’occhio del ciclone, trovammo una semplice busta bianca sullo stipite della porta. Al suo interno c’erano due proiettili e un foglio piegato a metà con la scritta Vendetta in stampatello.
Pregai che non avesse visto niente, ma era scivolata silenziosa alle mie spalle.
E adesso? Avrei voluto avere meno titubanza nella voce. Strinsi i proietti nel palmo fino a sentire il dolore e me lo gustai per un po’: mi sentivo lucido e sereno.
Vendiamo la casa, chiudiamo i conti e scappiamo. Ma dobbiamo fare veloci, se no… Fermai la frase ed ignorai la sua domanda muta. Dobbiamo fare veloci. La strinsi in un abbraccio.
Quella stessa notte, nel giardino sotto la finestra della stanza da letto, bruciava una grande croce di legno. Le assi impregnate di pece crepitavano in maniera feroce, illuminando la notte del loro chiarore arancione. Un fumo acre e denso saliva lento in cielo. Cercai di soffocare le fiamme con una coperta e della sabbia, ma il calore mi bruciava la faccia e le mani. Dopo alcune ore, la croce crollò sotto il suo stesso peso e riuscii a domare le fiamme rimanenti.
Con ancora la faccia e le mani arrossate dal calore, mi sedetti sui talloni davanti ai resti carbonizzati della croce. Respirai l’aria pungente della notte e poi rientrai a casa, ma non riuscendo a dormire mi misi a guardare fuori dalla finestra e pensare al futuro.
Il mattino dopo chiamai lo sceriffo di Leeville.
Buongiorno. Volevo denunciare un’aggressione.
Cosa le è successo?
Mi hanno piantato una croce in fiamme davanti a casa.
Non abbiamo sentito niente, mi dispiace.

Ve lo sto dicendo io, per Dio. Sono io che ho la croce bruciata in giardino. 
Non potrebbe essere stata autocombustione? O un cero? Succede più spesso del previsto.
Non mi tengo davanti a casa una croce nel giardino di casa. Non gli dissi anche imbecille 
Secondo me è autocombustione, ma ci faccia sapere se succede di nuovo.
Appena misero giù il telefono, mi sentii da solo.
Da quel giorno ci rifugiammo in casa. Anche il garzone che ci portava le provviste a casa diradò, con scuse sempre più improbabili, le sue visite fino a sparire del tutto.
Anche la sera era un continuo sfregamento sui nervi. Appena calava l’oscurità, ecco che appariva il profilo fiammeggiante delle croci nel giardino. Il loro crepitare selvaggio e le fiammate alte e rabbiose ci spaventavano a morte, ma non quanto il profilo di Vernon che torreggiava di fianco alla croce. Quando mi vide, o meglio vide lo spostamento della tenda, alzò il braccio in segno di saluto e poi capovolse la mano in aria, formando una coppa, e piegò l’altro braccio mimando la presa su un fucile e il seguente sparo.
Scivolai indietro dalla finestra e mi gettai verso il letto. Svegliai Louise e le ordinai di andare dietro l’armadio. Lei, senza far domande e intontita dal sonno, si mosse lenta verso l’armadio e ci si rannicchiò dietro. La raggiunsi e portai con me una grande coperta di lana. Gliela misi intorno alle spalle e l’abbracciai forte.
Alla domanda che mi posero i suoi occhi, rispose il ruggito ritmico delle mitragliatrici. Pezzi di legno e muratura incominciarono a piovere nella stanza. Nubi di piume dai cuscini massacrati, pezzi di carta da parati a fiori e schegge di vetro si mischiarono nella stanza. A volte, insieme al rumore ritmico delle mitragliatrice, si poteva sentire anche il colpo singolo, di una tonalità più sorda, del fucile: poco dopo, una rosa di fori appariva sul muro o sui mobili.
Louise gridò, terrorizzata, e cercò di alzarsi per fuggire. La trattenni sul posto, sussurrandole nell’orecchio che doveva stare bassa. La presi fra le braccia, le misi la coperta sulla testa e pregai che finisse tutto il prima possibile.
Dio non mi ascoltò, lasciandoci in balia di quell’orda di assassini per molti minuti. Quando se ne andarono, era già l’alba.
Rimanemmo nascosti fino a quando il sole pallido di dicembre non fu abbastanza alto nel cielo. La stanza, ma tutta la facciata della casa, era piena di buchi e bastava un soffio di vento abbastanza forte per far crollare pezzi di legno o della muratura. Il giardino brillava dei bossoli sparsi sul pavimento.
Provai a chiamare la polizia, ricevendo la stessa, insensata, risposta dei giorni precedenti.
Quella stessa mattina accelerammo le pratiche di vendita della casa, ma l’agenzia che ci seguiva alzò numerosi problemi, fra cui le condizioni della casa, il quartiere rischioso e molto altro. Il prezzo che ci propose fu del 50% inferiore al valore di mercato dell’immobile. Fummo costretti ad accettare questa rapina.
Ci accordammo per concludere l’affare all’inizio di gennaio del 1953.
Le sere successive alla sparatoria rientrarono nel concetto di normalità del periodo: appena scendeva la notte, ecco apparire la croce in fiamme e la figura, alta e muta, di Vernon al suo fianco. Qualche volta l’esibizione finiva con una sparatoria, per lo più dimostrativa, ma nella maggior parte dei casi preferivano far brillare la croce e restare in attesa fuori dalla porta.
La mancanza di sonno ci aveva spezzato le gambe e incominciammo a litigare sulle piccolezze. Ogni rumore o ogni commento ci risultava sprezzante ed arrogante, tanto che ci trovavamo in mezzo a litigi per questioni stupide e di cui ci eravamo dimenticati pochi momenti dopo. Oltre al nervosismo palpabile, spesso ci addormentavamo nel mezzo delle faccende domestiche. Un momento prima eravamo al tavolo e quello dopo ci si svegliava con il cucchiaio della minestra sui pantaloni e un calore bagnaticcio che si spargeva sulle cosce.
Una delle sere prima della vigilia di Natale, il telefono suonò. Erano settimane che nessuno ci chiamava, perciò il cuore ci saltò in gola prendendo a pugni la cassa toracica.
La voce dall’altra parte della cornetta disse Sei morto, solo che ancora non lo sai. 
Buttai giù il telefono. Il cuore tambureggiava.
Chi era? Louise lo chiese con un’indifferenza spossata nella voce.
La guardai raccogliere i barattoli dal pavimento. Era bella nonostante che la mancanza di sonno, e la paura, le avessero disegnato ombre profonde sotto gli occhi e le avesse affilato il viso e teso la pelle sopra gli zigomi.
Non le risposi. Andai nella stanza di fianco al soggiorno, presi due valigie, andai al piano di sopra e ci buttai dentro un po’ di vestiti. Quando scesi con le borse sotto le braccia, Louise mi guardò sgranando gli occhi. Aveva ancora un barattolo in mano.
Allora? mi disse.
Dobbiamo andarcene stasera. Le dissi.
Stasera? 
Stasera.
Ma non abbiamo i soldi.
Se restiamo oltre, ti posso assicurare che i soldi non ci serviranno.
Dove andiamo? 
Mise giù il barattolo e si rassettò la gonna.
Non lo so. Ad est, penso.
Le dissi.
Quando calò la notte, agimmo. Ci muovemmo verso il retro della casa, io davanti con le due borse e lei dietro di me, e ci fermammo diverse volte ad ascoltare l’aria umida e fredda della notte. Un rumore di motore di paralizzò a pochi passi dalla macchina, ma era solo qualcuno che rientrava tardi a casa. Passato l’automobilista, proseguimmo a piccoli passi verso la macchina.
Gli eventi che seguirono furono veloci e molto caotici.
Con già la mano sulla portiera, dietro di noi si scatenò l’inferno. Un fragore assordante e una serie di esplosioni ci investirono e sbatterono contro la fiancata dell’auto. Louise, che era già dal lato passeggero, venne spinta a terra, mentre io venni scaraventato contro la fiancata ammaccandola tutta con il mio peso. Rimasi a terra senza fiato e dolorante in ogni parte del mio corpo.
Stai bene? Ero roco e la voce usciva stentata.
Sì. Non aggiunse molto altro. Ma poi sentii la portiera che si apriva e chiudeva.
Guardai in direzione della casa e vidi che era una fornace a cielo aperto. Fiamme enormi lambivano il cielo e il calore era intenso, tanto che mi bruciava la faccia. Sulla mia destra, vedevo un’altra fiammata che si levava verso il cielo. La mia macchina aveva fatto la stessa fine.
Ringraziai Dio per aver preso quella di Louise, che avevo parcheggiato qualche ora prima in una strada laterale.
Mi alzi a fatica dal terreno, buttai le borse sul sedile posteriore e, con uno stridio di gomme, partii in direzione est. Louise, i capelli scompigliati e un piccolo rivolo di sangue che le scendeva dal naso tumefatto, si girò a guardare la sua casa distrutta e divorata dalle fiamme. Le misi una mano sulla gonna che le copriva il ginocchio. Strinsi dolcemente la gamba, ma non le dissi nulla. Non avrei saputo cosa dirle.
Guardai la casa dallo specchietto retrovisore; il fuoco illuminava il quartiere a giorno. Premetti sull’acceleratore e sentii scalpitare i cavalli del motore e la macchina che prendeva velocità mentre ci allontanavamo da Leeville.
Guidai tutta la notte e attraversai il confine dello Stato della Georgia che il sole non era ancora sorto.
Louise si era rannicchiata nel sedile, dormiva sfinita, con il pesante cappotto che si sollevava appena sotto il respiro pesante di quel sonno turbato.
Sempre guidando, cercai nel vano portaoggetti qualcosa da mangiare o da bere. Incominciavo a sentire la stanchezza di quei giorni, ma non volevo fermarmi proprio adesso, non sarei riuscito a rimettere la macchina in moto. Non c’era niente di interessante a parte i documenti ed un foglio piegato a metà.
Lo presi e me lo portai davanti agli occhi.
Con una grafia precisa, era riportato questo messaggio

Scappa, coniglio, scappa.

Lo stomaco mi si chiuse immediatamente e la saliva si seccò in bocca.
Guardai Louise e poi il foglio.
Poi mi decisi. Accartocciai la minaccia, aprii il finestrino e la gettai nei campi. Accelerai e non mi guardai più alle spalle.
Guidai molte miglia ad est e poi ancora qualcuna di più, fino a raggiungere il Nord.

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50 Replies to “Per chi suonò la campana… Dicembre”

  1. Lascia la bocca asciutta, salivazione azzerata e un dolore alla bocca dello stomaco ma è bellissimo. Voglio credere nella promessa di una serenità faticosamente riacquistata dopo che le ferie dell’anima si saranno rimarginate.
    Bravissimo Zeus, fanne un libro, lo merita!

    1. Grazie mille Mela!
      Ho dovuto riflettere molto su questo finale… non sapevo se far vincere uno o l’altro… alla fine, come nella realtà, non ha vinto nessuno. Ognuno si porta via la propria disperazione, i propri demoni.
      Un finale che lascia aperte possibilità di nuove indagini (se mai vorrò ritornare sul personaggio).

      Devo rileggermelo tutto… se mai vorrò racchiuderlo tutto in un ebook, voglio che sia corretto e che ci siano dei “plus” che qua, su blog, non avete letto.

      1. È credo il finale più realistico, nessuna redenzione, nessuna vittoria del bene sul male, solo la voglia di dimenticare almeno per un po’ la paura. Mi piace la possibilità che ci sia un seguito. Bravissimo!

      2. Ecco, questa è stata la mia idea. La redenzione non doveva essere tipo “redenzione cristiana totale”, ma un percorso che, si immagina, continuerà anche dopo la fuga.
        C’è la possibilità, vediamo se avrò il coraggio di affrontare, di nuovo, questo mondo 🙂
        Grazie ancora e grazie per aver letto tutte queste 12 puntate. Sono onorato.

  2. Oh Zeus, magnifico finale! Ansia e agitazione a ogni parola, con gli occhi che cercano di leggere il più velocemente possibile. E come sempre mi trovo li, a guardare in prima persona, a sentire le cose.
    Finale secondo me perfetto, non vince e non perde nessuno. Che poi è come la vita di tutti i giorni no? Si fa e si agisce, ma non c’è mai davvero un vincitore o un vinto. Chissà cosa succederà dopo la fuga- e via di menate mentali come solo io so fare-. L’America ti dona . Bravissimo. Applausi e inchino, davvero.

    1. Grazie mille!
      Sì, ho chiuso la storia non facendo vincere nessuno. Una serie di sconfitti, una serie di ferite che non si rimarginano e via con la fuga.
      Ti ringrazio molto per aver letto tutto, Torment. Sono onorato.
      Grazie.

      1. Hai fatto bene! Inoltre lasci spazio al lettore e alla sua immaginazione… e pure a un eventuale sequel 😉

      2. Già. Il sequel non l’ho neanche pensato… l’ho “visto” solo dopo che l’ho pubblicato. Non so come spiegarlo… ehehe

  3. Questo è scrivere da Dio!
    Per questo finale vorrei prenderti a ceffoni ( scusa ma io ho tanto bisogno di finali decisamente sorridenti) ma sei tu… E devo ammettere che è il finale più azzeccato …
    “… il sole di questa sera d’estate entra dalla finestra mezza aperta verso il lago, dietro l’olmo, al fondo del prato, si intravede il pontile e la piccola barca a remi nera con un una riga rossa appena accennata…
    Seduto alla scrivania, a ridosso della finestra, alza appena la testa, osserva l’erba muoversi sotto il vento fresco e leggero… Si ributta sul suo quaderno dalla copertina di cuoio… Prende in mano la sua penna e sorridendo scrive… Fine”

    1. Grazie mille Tati.
      Lo so che mi vorresti prendere a schiaffoni… lo so. Non potevo mettere un finale sorridente dopo questa storia… il finale, vero, che avevo in mente era quasi un flash forward sul futuro, ma era sbagliato. Poco “intonato”. Allora ho scelto la versione “cinematografica” eheh.

      E grazie per la diapositiva.
      Sì, stavolta ho messo la parola FINE.

      1. è veramente una bella storia DiodiUnDio, concordo con Mela… ci vorrebbe una versione cartacea… ci vorrebbe proprio…

      2. (ehhh… ho visto i costi… e sono un po’ alti anche solo per uno… “sfizio” e poi dovrei trovare una grande copertina etc etc)

  4. Io odio i finali! Che muoia il protagonista, che vinca il bene o il male, qualsiasi cosa: odio le conclusioni. Sono una fan sfegatata degli inizi e forse l’avevo detto al tuo primo capitolo. Sarà che mi dispiace sempre dire addio a una storia che mi è piaciuta. Secondo me hai ancora qualcosa da raccontare! No a parte questo, complimenti per l’intera storia : )

    1. Io odio scrivere i finali. Non mi riescono mai bene quanto gli inizi. Non chiedermi perché… ci sono persone che tirano fuori dei finali eccezionali, ma iniziano le storie in maniera debole… io preferisco gli inizi. Il finale mi distrugge le quattro cellule cerebrali 😀

      Ancora da raccontare? Forse. Non so quando però… ma forse.

      Grazie mille tu! 🙂

      1. Il tuo finale secondo me è stato scritto bene e non mi ha disturbata. Non amo i finali troppo pazzeschi, li trovo forzati e fasulli. Gli inizi (soprattutto con la colazione, nel tuo caso, no?) sono bellissimi!

      2. In effetti volevo quello. Un finale implausibile è una cosa che stona e non poteva essere così!
        Gli inizi hanno un certo effetto… se sbagli l’inizio, secondo me, la storia ne risente (anche se poi tiri fuori un buon finale)

      3. Infatti io ho abbandonato molti libri percHè gli inizi erano poco accattivanti. Quindi se avessero un buon finale non l’ho mai scoperto!

  5. Bel racconto, un bel racconto. il mio primo commento è andato non si sa dove e sicuramente non mi verrà fuori la stessa cosa, perché era scritto sull’onda della lettura fresca.
    Il finale mi è sembrato fin troppo “cinematografico”, permettimi: ruffiano. “Ruffiano” nel senso che evita la “punizione” o la “redenzione”. In questo senso, il viaggio dell’Eroe, personalmente, mi è sembrato incompleto: tutto è rimasto identico a come era iniziato. Forse hai voluto dare proprio questo “messaggio”, cioè “che nulla cambia”, che la cattiveria e l’egoismo umano è più forte di qualsiasi cosa.
    E anche qui sono rimasto deluso. Deluso nelle mie aspettative di lettore affezionato, non deluso dal tuo racconto, perché è davvero bello, intendiamoci.
    Sai perché? Perché credo ancora che si possa avere un mondo migliore, che a piccoli passi, qualcosa cambi in meglio e non mi rassegno pragmaticamente a segnare il passo di una realtà pesante, difficile, avversa. Ma davvero dobbiamo piangerci addosso e non tentare di fare qualcosa? Vecchio discorso già affrontato in una quadrupletta di post nella mia webbettola.
    Il fatto che tu poi hai mescolato il 1952 e l’attualità in un filo che andato sempre più assottigliandosi nello scorrere degli eventi, mi ha lasciato pensare a un finale diverso. Invece, hai scelto un finale…tale e quale alla realtà che viviamo. Potevi osare.
    Per il resto, bella prova, Zeus. Bella prova.
    Ci vediamo a El Bavon Rojo, porta la chitarra come al solito 😉

    1. Adesso, per qualche strano motivo, vedo il tuo commento. Quello precedente spero riemerga dal web… ma dubito che questo succederà.
      Capisco la tua “critica”: potevo osare e tentare di far evolvere il personaggio, Roger, che di eroico non ha praticamente nulla. Un personaggio infido che si piange addosso, che diventa “aperto mentalmente” quando gli pare e quando le situazioni esterne lo richiedo o lo mettono all’angolo.
      La mia idea iniziale, solo ora posso svelarla, è proprio quella del mancato cambiamento. Ho preso spunto dalla realtà dei telegiornali e dalla realtà della città dove abito e l’ho trasporata nel 1952, cambiando poi eventi e situazioni e “inzozzando” (inzozzando nel senso di immergendo la storia nella palude e nell’atmosfera del posto) tutto con USA e Alabama. Vernon non doveva cambiare, non volevo il cattivo che diventava buono o che moriva. Vernon è il male e quello che, in fin dei conti, rimane. Rimane perché per tutto il racconto, per quanto disgustoso fosse, era la luce per le falene. Roger non ha mai avuto un’epifania nel corso della narrazione, la sua coscienza, perché tale era, era il personaggio di Louise. Lei diceva quello che Roger avrebbe dovuto dire ma che, per tante questioni (politiche, personali, di carattere etc etc), non ha mai voluto/avuto modo di dire.
      Non c’è redenzione e non c’è neanche una punizione, per quanto, nel corso del racconto, tutti abbiano perso qualcosa: Vernon ha perso il figlio, l’amico e la credibilità di “purezza” con cui voleva ammantarsi le spalle; Roger ha perso l’amico, le certezze, la casa… ma ha guadagnato Louise. Louise ha perso il lavoro, la casa (tutte cose materiali) ma ha toccato con mano uno sviluppo emotivo.
      Non so, volevo un finale umano… forse sbagliando.

      E arrivo a El Baron Rojo. Ci mancherebbe 🙂

      1. Quale sbaglio oh! Ribadisco: mie aspettative. Il racconto è dell’autore e il lettore decide quanto farlo diventare parte di sé. Non c’è errore. Anzi, anche alla luce dei tuoi intenti, la cosa quadra ed è coerente. Forse è proprio la coerenza con una realtà quasi scontata e rassegnata che non eleva il finale nel mio immaginario e, sottolineo, mio. Non mi dà lo spunto per ritornarci, per rifletterci: è già tutto scritto. Nella realtà di tutti i giorni, nelle trasmissioni becere televisive, in certi politici urlanti e rancorosi per il proprio tornaconto, per certe chiacchiere da bar e non da Parlamento, su certi giornali, a causa di certi giornalisti. Il finale, più che umano, è tutto già scritto.
        Ribadisco tutto il mio apprezzamento e stima per una storia che io non avrei sicuramente saputo raccontare.

      2. Questo è vero. Non lascia spazio a riflessioni, perché, in fin dei conti, è un finale che “doveva succedere”. Non so spiegarlo meglio. Un finale chiamato, telefonato… e con quella sottile vena di “impotenza” che caratterizza alcuni dei miei racconti.
        O, forse, è un finale aperto che lascia spazio ad una nuova storia… che ieri, come dicevo a ivanof, ha incominciato a bussare nel retro del cervello. Piccoli rumori, ma sta bussando.
        Ribadisco i ringraziamenti. Senza il tuo supporto, i tuoi commenti e il confronto, beh, sarebbe stato molto più difficile andare avanti.

  6. This is the end…
    Nulla cambia,nulla ascende al cielo. Si può solo continuare a scappare inesorabilmente. Dai nemici, dai propri demoni, da se stessi. E fino a quando scapperemo avremo l’illusione di sentirci vivi…
    Bravo,amico mio… Davvero… E grazie…

Si!?

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