Heracles Reed – finale alternativo


Qualche giorno fa avete letto la storia di Heracles Reed. Una storia creata a quattro mani da M3Mango e il sottoscritto e con protagonista un personaggio, Heracles, particolarmente restio a muoversi e girare il mondo. Ad un certo punto della stesura ci siamo detti: “come deve finire?”. Non ne avevamo idea… ed ecco che ci è venuta, naturale, la soluzione: scriviamo due finali diversi e pubblichiamoli in momenti diversi.
Questo perché, in fin dei conti, se ci sono due storie identiche ma due finali diversi, forse forse il personaggio è diverso anche lui.
Vorrei sottolineare una cosa: il disegno in apertura è di Ali di Velluto. Vi dirà che è capace solo di disegnare tette… ma non credetegli, oltre alle tette c’è di più!

Buona lettura. O, meglio, buona seconda lettura!

Heracles Reed non aveva mai viaggiato molto. Aveva sempre visto qualcuno viaggiare, muoversi, mentre lui era nel suo cubicolo a respirare smog, polveri sottili e maledizioni. Vivere così l’aveva invecchiato precocemente. I capelli, lunghi fino alle spalle e tenuti insieme con un elastico nero, erano striati di grigio e così, per qualche riflesso strano dei vetri, sembrava anche la faccia. Una faccia che, vista in un qualche pub o sulla piazza cittadina, poteva essere definita senza età, in quel cubicolo, con quei vetri resi scuri da una patina persistente di sporcizia, Heracles sembrava vecchio. I giovani avevano l’impressione di trovarsi di fronte ad un nuovo Matusalemme, i vecchi vedevano quello che li aspettava da lì a poco. Heracles, come diceva la carta d’identità, non aveva più di quarantacinque anni. Ogni giorno l’uomo si alzava, faceva una colazione veloce con un caffé nero, lungo, e con un donuts coperto di una crosta di zucchero rosa dall’aspetto chimico. Finito il pasto, immerso in un silenzio quasi irreale, prendeva la metro e si dirigeva verso il posto di lavoro. Aveva odiato, e denigrato, quelle quattro mura per così tanti anni che, adesso, le bramava in una forma sadica di contrappasso. Si era abituato ad osservare tutta quella umanità in movimento, distratta, sfuggente, muta. Buttavano tre monete sul suo piatto di metallo sbilenco e in cambio afferravano qualcosa da mettere sottobraccio. Rotoli di carta, che in poche ore perdevano di significato, come un biglietto della lotteria con l’ultima cifra strappata. Con le valigie pesanti, trascinate per corridoi bui e cupi, scarpe lucide su pavimenti lerci, musicanti improvvisati e stonati, che occupano troppo spazio e limitano il passaggio frenetico nelle ore di punta. Tacchi incerti sulle scale mobili rotte, militari con mitra che non avevano mai sparato, macchinette spara documenti di viaggio che nessuno pretendeva. Questo era il suo mondo, un’isola infelice, un cubicolo ricolmo di carta straccia, utile solo a pulirsi il culo. Heracles osservava i clienti coi suoi occhi a fessura e senza proferir parola, con gesti lenti e misurati consegnava l’oracolo. Le ore e i giorni passavano identici e inesorabili. Non si fermavano per un morto al centro della dura piazza di granito o per un bambino disperso sotto le ali dei piccioni. Piccole unità di tempo, come eserciti in marcia, passavano davanti agli occhi di Heracles. L’uomo cercava di fermarli ma, ogni volta, ritraeva il pugno contenente aria e uno stelo di speranza essiccata. Dopo anni cercando di racchiudere il tempo nella coppa delle mani o di fermare le lancette dell’orologio, Heracles aveva optato per un’altra attività, spogliare chi li passava davanti di un bene prezioso: il loro tempo libero e le loro storie. Era un hobby senza vittime, almeno così la pensava. Non chiedeva niente alle persone, le guardava passare indifferenti o fermarsi davanti a lui e porgere monete per informazioni. Lui rispondeva dando giornali e, nel suo piccolo, rubando qualcosa al suo interlocutore. Heracles non aveva nessun interesse per carte di credito o gioielli, non gli interessavano le proprietà o i beni materiali. La sua vita, per quanto semplice e dettata da un’economia di risparmio, gli andava bene così com’era. Lui si impossessava del tempo libero che lui, nella sua vita, non aveva mai assaporato. Un giorno perciò smetteva di essere Heracles Reed e metteva i panni dell’uomo in viaggio per Miami. Il giorno successivo, stufo di essere stato a Miami, scioglieva l’identità dell’uomo in un miscuglio di rimpianti e nebbia, ed indossava le vesti del manager in tour per il Nord della Francia.
Quanto ho amato la baguette con il paté – si vantava con i suoi amici – Che emozione vedere le cattedrali e passeggiare nelle vicinanze dell’Arco di Trionfo. E il cimitero di Parigi! Che decadenza – soleva ripetere al suo piccolo pubblico che, incantato dai suoi viaggi e dalle sue avventure, beveva queste storie come un poppante succhia il latte materno. I giorni si ripetevano, inesorabili, uguali a se stessi, intervallati solo dai clienti dell’edicola che si presentavano al suo cospetto per comprare i giornali. I suoi vacui racconti immaginari scandivano il suo tempo. Ma un giorno arrivarono due uomini e gli consegnarono una busta bianca. C’è posta per te, gli dissero e se ne tornarono da dove erano venuti. Non aveva mai ricevuto nulla in tutti questi anni. Mai un telegramma, una lettera, niente. Giusto le bollette a fine mese, miseri conti, da pagare in ritardo, sperando di evitare la mora. Heracles era stordito da questa novità e per dieci minuti la fissò in silenzio. Chi poteva mai avergli scritto? Non aveva parenti, non aveva amici, neanche un vicino di casa. Contollò più volte l’indirizzo per essere sicuro che non si fossero sbagliati. Ma a caratteri ben leggibili compariva il suo nome. Inequivocabilmente la missiva era per lui. A un certo punto inforcò gli occhiali fermati con lo scotch e prese ad aprire la busta, provando a non sgualcire la carta. Estrasse la lettera e prese a leggere.

Egregio dottor Heracles Reed,
La informiamo che deve recarsi entro 10 giorni dal ricevimento della seguente, all’indirizzo di via Boston 16, Chicago. Farà fede il timbro postale.
Cordiali saluti.

Ohibò. Heracles fece un lungo sospiro e si accasciò sulla sedia.

FINALE 2:
Quando mise giù la lettera, Heracles fu preso dallo sconforto.
Solo adesso?, si chiese.
Anni e anni ad aspettare qualcosa e solo adesso, che aveva un lavoro, un ritmo quotidiano, gli veniva recapitata una lettera che gli distruggeva quel piccolo castello di certezze e immobilità.
Batté i pugni sul tavolo, imprecando sottovoce. Quando l’imprecazione finì, si stupì di sé stesso. Prima la lettera e poi l’emozione. Non si era sentito così vivo da… non finì la frase nel suo cervello. Aveva percorso la stessa strada ed espresso le stesse emozioni come un robot per troppo tempo e adesso sentiva qualcosa di diverso.
Come quando si annaffia una pianta che sta avvizzendo. All’inizio non c’è nessun cambiamento, ma poi incomincia a tingersi di verde brillante e le foglie ritornano gonfie e turgide. Così si sentiva all’interno, come se quella lettera fosse l’acqua che gli stava bagnando l’animo.
Nelle ore seguenti, e nei due giorni dopo, prese una serie di decisioni che non avrebbe mai pensato di prendere: abbandonò il lavoro e la routine. Abbandonò la sicurezza e la tranquillità. Si mise in gioco. Non c’era un vero bisogno di licenziarsi, sia chiaro, e glielo aveva ribadito anche il suo capo. Ma il dado era tratto e se di cambio doveva trattarsi, che fosse un cambio radicale. Quando si chiuse la porta di legno alle spalle, era chiaro che non sarebbe più tornato indietro.

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27 Replies to “Heracles Reed – finale alternativo”

      1. Ma figurati. Se vuoi, sai che sei libero di scrivere il terzo finale.
        Se no puoi suggerirlo e uno di noi due (M3 o il sottoscritto) lo scrive…

      2. Semplicemente pensavo che il terso finale poteva vedere l’umo immobile lì dov’era, senza sapere o voler cogliere l’opportunità, paralizzato dall’abitudine o dalla paura.
        PS (So che il mio avatar inganna, ma io sono donna ;-))

      3. Parto dal fondo dicendo: scusa 😀 mi sono perso nell’avatar e ho cannato.
        Di solito scrivo, in velocità, nelle pause del lavoro e non ho fatto il solito controllo sul blog ehehe.
        Detto questo, in effetti la tua idea non è male. In entrambi i finali è successo qualcosa – partenza o morte -, ma non è successo il “niente”, il proseguire la vita come doveva andare.
        Vediamo se ci mettiamo all’opera o lo teniamo a due finali.
        Grazie Pendolante donna 😀

Si!?

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