Per chi suonò la campana… Ottobre

Il verdetto

Il mese di ottobre segnò una serie di cambiamenti che, da quel momento in avanti, spinsero la vita di Leeville ad alta velocità verso il 1953. Le settimane di ottobre si stringevano nelle spalle per l’arrivo delle prime temperature fresche e guardavano, con non poca preoccupazione, al rigido inverno davanti a loro.
Il processo, che ormai procedeva a passo d’uomo e sembrava non produrre più novità, era frequentato solo da qualche apprendista giornalista della cronaca locale spedito in aula a farsi le ossa. Che era un buon modo per dire che venivano schiavizzati in aula per lasciare le grandi firme libere di dedicarsi alle loro attività extra-lavorative. Sulle panche scure eravamo rimasti in pochi e potevate cercarci sotto le seguenti voci: irriducibili, perditempo o inabili al lavoro. Qualunque fosse la motivazione alla base della nostra presenza, si strinse un rapporto di mutuo supporto, tanto che era diventata abitudine dividersi porzioni di pollo fritto o il cibo che ognuno si era portato nelle carte oleose. Con le mani unte e speziate dalle cibarie, restavamo in attesa di una rivelazione che non sarebbe mai arrivata.
Gli avvocati di entrambe le parti stavano perdendo entusiasmo e gli interrogatori erano stanche formalità da espletare nel minor tempo possibile.
Il giudice, avvolto nella tunica nera e sprofondato nella poltrona di pelle marrone, cercava ogni scusa per ridestare l’aula, e sé stesso, dal torpore. I suoi Accolta! e i suoi Rigettata! erano troppo enfatici rispetto alla situazione. Ma non si poteva condannare nessuno di loro, stavano cercando di portare a casa la giornata nel miglior modo possibile.
In fin dei conti, questo era quello per cui erano pagati.
Il processo ebbe un sussulto d’orgoglio solo verso la fine. I testimoni erano ormai finiti e si attendevano le arringhe finali e la decisione.
Per questi ultimi scampoli di processo, anche Louise tornò in aula. Era sempre seduta al mio fianco, le mani incrociate sopra le ginocchia in una sorta di preghiera laica. Anche Vernon era ritornato a farsi vedere al Tribunale. Non avevo frequentato molto Vernon e il Klan da quando era morta la figlia del Rev. Hopkins. Non penso fosse pudore o un’improvvisa rinascita spirituale, piuttosto mi trovavo in una condizione di sospensione fra la volontà di vedere Louise anche fuori dall’orario dell’ospedale e l’attesa del verdetto.
Nel corso delle settimane di malattia le mie priorità erano mutate.
Le arringhe finali furono vibranti, come se le parti coinvolte si fossero tenute il meglio per questo momento. I presenti sussultarono, rinvigoriti dall’energia dell’aula.
Il resto fu solo attesa e così Leeville si ritrovò a trattenere il fiato in attesa del finale di quel processo. Cosa che io, invece, non riuscii a fare.
Quando ormai si sussurrava che una decisione era stata raggiunta, decisi di uscire dall’aula ed allontanarmi da quelle mura bianche e decadenti e da quei banchi scuri, lisi da centinaia di ore di ascolto e pena. Per qualche strana ragione, non riuscivo a sopportare l’idea di mettere una fine a quella storia. Una decisione, pro o contro, significava immettere una parte della mia vita su un binario morto. Le parole del giudice mi avrebbero costretto a riprendere il controllo della mia vita, del mio corpo e, in definitiva, del mio futuro. Crescita che, adesso, non stava avvenendo ma era un percorso che sapevo di dover fare.
Vi avrebbe fatto tremare le gambe anche a voi, che da dove siete leggete queste parole.
Per tutti questi motivi presi il cappello, il bastone di legno scuro con il pomello d’argento a forma di becco di anatra e mi diressi verso una delle tavole calde che erano spuntate intorno al Tribunale. Immerso nei miei pensieri entrai da Leevilles’ Steakhouse. La sala odorava di griglia arroventata, di uova bruciacchiate e delle spezie delle salsicce. Mi sedetti ad uno dei tavoli vicino alla finestra e, con una costruita indifferenza, mi misi a guardare le persone che si accalcavano sulle scale di pietra bianca del Tribunale. La cameriera si avvicinò con una grossa caraffa di caffè nelle mani. Era una ragazza abbastanza giovane, avrà avuto una ventina d’anni, e portava i capelli all’ultima moda sopra l’anonima divisa della Leevilles’ Steakhouse. Con gesto sicuro e rapido, mi versò una generosa porzione di caffè che, subito, sparse nell’aria il suo inconfondibile aroma.
Inalai con avidità e mi beai della tranquillità di quella Steakhouse.
Lei era tutto un tesoro e un dolcezza, io le risposi con uno sfacciato zuccherino e ordinai uova, prosciutto, salsicce e una porzione di fagioli. Lei si segnò tutto, graffiando la carta con energia e poi, girando sui piedi, volteggiò fino al banco e gridò al cuoco la comanda. Pochi secondi dopo il ritmico ribollire dell’uovo sul metallo ardente anticipò il profumo del cibo. Nel giro di qualche minuto la ragazza arrivò portandomi un piatto di porcellana bianca pieno di uova ben cotte, prosciutto e dei fagioli.
Mi disse dolcezza abbiamo aggiunto anche un fetta di bacon. Non si può fare un pranzo senza una bella fetta di bacon. Mi riempì la tazza di altro caffè scuro e bollente. La ringraziai e se ne andò a servire altri clienti, coccolandoli tutti con i suoi tesoro e dolcezza.
Aggiunsi una presa di sale alle uova e un po’ di pepe e tirai su una forchettata piena dell’albume. La consistenza molliccia, viscida ma gradevolissima come sapore invase la mia bocca. Il grasso speziato del bacon, spargendosi sul piano di cottura incandescente, aveva insaporito anche le uova. I fagioli erano tiepidi e, visto il sapore ben amalgamato, con buona probabilità erano stati fatti la sera prima e lasciati riposare. La consistenza tenera diventò pastosa nella bocca e si mescolò al sugo ristretto che, sul fondo del piatto, faceva da piccolo mare per quei velieri saporiti. Mescolai i fagioli con un tozzo di pane bianco e ne mangiai un boccone guardando fuori dalla finestra.
La gente stava uscendo dall’aula del Tribunale. Da dove mi trovavo, tutti sembravano dei protagonisti dei film di Charlie Chaplin. Si muovevano agitando le braccia e camminando nervosamente da uno scalino all’altro. Si vedevano anche discussioni animate. Le osservai, mentre con il pane cercavo il piatto e lo tuffavo dentro facendogli assorbire gli aromi. Alcune donne vennero portate fuori a braccia.
Mi misi in bocca un’altra porzione di uova e un grosso pezzo di prosciutto. Il tuorlo, liquido e arancione come il sole d’agosto, mi colò sul lato della bocca correndo a perdifiato verso il mento. Lo fermai con un tovagliolo di carta ruvida e, mentre mi pulivo il tuorlo ribelle, intercettai anche gli occhi divertiti della cameriera.
Le sorrisi, mentre lei ritornava a concentrare la propria attenzione su un ragazzo dalla giacca in pelle scura e un bel po’ di brillantina a tenere imbrigliata una foresta selvaggia di capelli. Poteva essere un semplice cliente o il suo ragazzo, ma la ragazza era evidentemente lusingata dalle parole che il giovane le stava sussurrando.
Sulla piazza antistante il Tribunale, i miei ex compagni del Klan lanciavano slogan, almeno a giudicare da come le braccia frustavano l’aria, dall’alzarsi ritmico dei cartelloni e dai mantelli bianchi svolazzanti nel pigro vento del mezzogiorno. Alcuni abitanti di Trenchtown, i più giovani, i più insofferenti o solo quelli nervosi, reagirono scatenando piccole tafferugli. Ogni rissa venne sedata, diligentemente, dalle forze di polizia presenti.
Una costante della piazza era che, tutti i presenti, sembravano incapaci di restare fermi. Erano stati caricati a molla e adesso dovevano scatenare l’energia accumulata in movimenti e parole.
A parte me, a quanto sembrava, che stavo aggredendo la crosta del bacon a cui aggiunsi una generosa porzione dell’uovo. Lo masticai lentamente, gustandomi come i sapori si mischiavano rendendo speziato e dal retrogusto affumicato l’uovo e dolce e morbido il bacon.
Affondai la forchetta nei fagioli e li diressi alla bocca, continuai a masticare piano e guardare fuori dalla finestra.
E la sentenza?, vi starete chiedendo.
Nessuno era stato trovato colpevole. Un crimine senza colpevoli non diventa un non-crimine?  
Abbassai la testa sul piatto e continuai a mangiare, spostando l’uovo sulla lingua per accogliere un po’ di prosciutto e di pane. Feci seguire una bella sorsata di caffè e attesi, anche se non saprei dirvi cosa.

Annunci

28 Replies to “Per chi suonò la campana… Ottobre”

      1. E ci sei riuscito…. Maledizione quanto sei bravo! Sei capace di scrivere in diversi modi ( si capisce) per questo sei bravo, ci sei te sotto ma riesci a rinnovarti… A cambiare… Basta la smetto 😉

      2. Grazie! 🙂 in questo racconto sto cercando di mettere dentro tutto, ma rimanendo sempre un racconto di un certo tipo. Non voglio fare la grande “Mare e Monti” che unisce stili completamente diversi. Deve avere un senso… ma diversi momenti (anche del personaggio) necessitano di cambiamenti nel linguaggio.

  1. Sembra un tempo dilatato, come se Roger volesse prolungare il più possibile quel limbo in cui la sua vita è sospesa nel nulla… (e leggerlo fa venire fame! Quelle descrizioni così particolareggiate… 🙂 )
    Un non-crimine? Non so, forse è solo che tutti partono alla pari nelle discussioni (o nelle risse)

    1. Già. Una scena rallentata, questo sì!
      Calma ed eccitazione a distanza di vetro.
      Ricorda che, in questo momento, Roger parla con gli occhi della vittima (per la prima volta) e sente che il verdetto comporta un non-crimine. Nessuno ha compiuto qualcosa e allora sente che il fatto non è stato compiuto.
      Spero di essermi spiegato. Ho cercato il passaggio da colui che fa violenza a chi è la vittima di tale violenza.

      1. Esatto. Direi che è questo il sentimento. Sta provando cose nuove… anche se, in effetti, non è ancora mutato di forma. Sarebbe improbabile un capovolgimento di personalità.

  2. Ma siamo in USA o in Italia? Un qualsiasi processo insabbiato a tuo piacimento…Ma com’è? Tiro una bomba, faccio un macello e qui tutti stanno pensando alle uova e al bacon?!? Sai a me, lui che mangiava, fagioli, albume, tuorlo, pane, caffè…mi ha dato il voltastomaco. Se avessi girato la scena che hai descritto, avrei chiuso con un campo stretto sulla bocca, che mastica e mastica e mastica, zoom sui cibi che si mescolano dentro gii uomori della bocca e vengono triturati. Triturati come la giustizia e la verità.

    1. Mi piace che trovi questo paragone USA-Italia. Insabbiare, non sapere, non capire. Hanno qualcosa di molto, come potrei dire, globalizzato. E, come sempre, non solo gli individui singoli, ma è proprio la socialità che ha fallito.
      Questa volta l’intento non era renderlo disgustoso, questa volta Roger è una vittima e, per la prima volta in vita sua (anche in guerra era carnefice), prova le sensazioni della vittima e ne è sopraffatto. Ma non è una persona buona, non è una Madre Teresa di Calcutta eheh… continua a mantenere il germe di un dato pensiero. Solo che questo germe collide con il suo nuovo status e il suo nuovo modo di pensare.

      1. Non crederò mai alla redenzione di questo ignavo e carnefice. Quantomeno non accetto che possa rimanere impunità nella coscienza di chi legge, i misfatti cui ha partecipato, di persona o comunque supportando. Non è una vittima, per me. È un carnefice, che – come solitamente accade – tende a essere assolto perché tutto viene insabbiato, anche le teste di chi assiste o legge. E di nuovo questa scena io la vedo diversamente (il che dovrebbe farti piacere): assiste dietro un vetro, mangiando, adempiendo a una routine, come se nulla fosse. Abbiamo già dimenticato che, saputo del programmato eccidio, non ha mosso ciglio? La violenza chiama altra violenza e. le sue ferite sono nulla in confronto ai morti che le sue azioni, il suo sodalizio, la sua ignavia hanno lasciato a terra, sia dal l’una sia dall’altra parte.
        Ho l’impressione che qualcuno ci si possa pure affezionare a questo esempio di mediocrità di essere umano. Vernon è “il cattivo” ed è evidente, ma il peggio, il vero Male di questa società, americana o italiana non importa, sta in questo soggettazzo qui. Vittima è la società in cui vive, vittime sono i morti “veri”. Perdonami, ma il suo nuovo “status” io non lo percepisco e neanche voglio accettarlo, a meno che denuncia tutti, fa i nomi, rinuncia ai comodi silenzi , alle menzogne di questa società e si fa i suoi 30 anni di galera.

      2. Mi piace moltissimo questo commento. Anzi, se posso usare termini forti, lo adoro.
        Lo adoro perché è qualcosa che fa pensare. Roger si smarca, è vittima (in effetti sì, ha subito il torto di essere in mezzo all’esplosione… ma chi c’era dietro l’esplosione non si sa. Il piano originale di Vernon, quello contro cui lui non ha effettivamente detto niente, non è stato neanche messo in moto).
        Roger è vittima, ma è una vittima che si è data tale nomea. Non gli è stato conferito lo status di vittima (anche questo è vero).
        Comunque vedi che il protagonista, nella prima puntata, aveva ragione? Vernon è un personaggio orribile, cattivo come il demonio, ma ha lo charme del cattivo. Il suo schifoso appeal. Roger è il narratore, spesso si confonde anche con il lettore stesso.
        Ti posso assicurare che novembre, che è pronto e in revisione, porta un’ultima, grande rivelazione.

      3. La malvagità di Vermon è scontata. È facile prenderne le distanze, talmente è poco socialmente accettabile. Il marcio di Roger è infinitamente più subdolo e riscontrabile bella vita di tutti i giorni, perciò mi ci accanisco.
        Se Roger dovesse morire, vedrai che qualcuno lo verrebbe “santo subito!” 😉

      4. La malvagità di Vernon è forse scontata… il prossimo capitolo darà alcune rivelazioni così incredibili che faranno cambiare il tono della lettura su tutto il racconto (spero ahahah).
        Lo so, Roger è il male accettato e supportato. Quello che rimane perché, in fin dei conti, è il minore dei mali.

  3. Bellissimo e gustoso capitolo, questo! Le descrizioni del cibo per me sono molto importanti, primo perché aggiungono realismo alla vicenda, secondo perché se ben fatte mi fanno venire fame : D Non mi è dispiaciuta l’attesa di sapere visto che l’hai accompagnata con caffè e cibarie varie. Infine l’immagine del tuorlo ribelle che cola l’ho trovata davvero ben descritta.

    1. Grazie mille!
      A me piace inserire parti con il cibo, aggiungono sensazioni, colori e odori che tutti hanno in mente (o uguali o similari). E poi mi piace cucinare, perciò ho scavato nella mia testa per mettere insieme i gusti e i profumi e descrivere la cosa.
      Una piccola cosa è venuta fuori da questo capitolo (e redbavon ha notato questo particolare)… ma il prossimo è definitivo, spiega molte cose (anche particolari che, fino ad oggi, sono passati inosservati).

      1. Ho letto i commenti di red, davvero molto acuto… Ha fatto un’analisi lucidissima del personaggio! A me invece non piace cucinare ma ho la fissa per le ricette e robe varie! Boh, stranezze mie : D

      2. Mi sono piaciuti anche a me. Bravo red. Bravo.
        Adesso spiegami cosa significa “ho la fissa per le ricette e robe varie” ehehe.

      3. io passerei la mia esistenza a guardare gente che cucina, in tv, dal vivo, nel giornale… non so, ho un’ossessione per i fornelli ma in realtà io non cucino… : D

      4. Mmm… interessante. Condividiamo metà passione 😀 io cucino anche. Mi guardo e leggo libri di cucina e mi gusto le trasmissioni televisive (lo ammetto, le puntate di Jamie Oliver le ho guardate mille volte)

      5. Io assaggio quello che cucinano gli altri, ecco… A volte ti dirò che qualche esperimento lo faccio. Però preferisco guardare, sono una guardona di gente che cucina!

Si!?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...