Per chi suonò la campana… Settembre

06Il processo.

L’autunno a Leeville non è niente altro che l’agonia dell’estate. Una lunga, lenta, agonia. La temperatura non accenna a diminuire, acquisendo solo quella connotazione settembrina del cielo che, dove prima era di un azzurro intenso, diventava via via sempre più tenue e percorso da impalpabili riflessi lattei, come delle nuvole fantasma. La natura, ovvio, sentiva questo cambio, si preparava all’arrivo dell’autunno e del seguente inverno, ma la temperatura non arretrava. Una volta conquistato terreno, sembrava restia ad andarsene, a lasciare spazio a qualsivoglia sospiro fresco. Il caldo-umido, zuccheroso da quanto era consistente e appiccicoso, imperversava lungo le strade di Leeville lasciando dietro di sé solo terre bruciate; terreni aridi e rotti dalla forza di un sole e pronti ad essere violentati dalla potenza dei radi temporali improvvisi.
Dopo quasi due mesi in un letto d’ospedale, la mia attività fisica si era ridotta a qualche incerta passeggiata e, quando la temperatura me lo permetteva, mi godevo l’aria aperta all’ombra degli alberi nel giardino dell’ospedale. La mia frequentazione con Louise era sopravvissuta al rapporto infermiera – paziente e, con calma sorniona, si stava muovendo verso i binari di una relazione, a suo modo, ufficiale. Le nostre conversazioni si fecero sempre più complici, tanto da farci sentire come degli adolescenti in pausa dalle lezioni: le nostre teste vicine, il parlottare fitto e, occasionalmente, una mano che si incrociava con quella dell’altro. Gesti veloci, quasi inconsapevoli, ma tuttavia graditi e rigeneranti uno spirito rotto dagli eventi dei mesi precedenti.
Le notizie da Leeville mi venivano per lo più riportate, la mia salute cagionevole non mi permetteva le lunghe trasferte in città. La testa mi doleva con facilità e il braccio ferito continuava a rifiutarsi di collaborare, rimanendo debole e inerte al mio fianco. Il braccio pendente, insieme all’andatura lenta e incerta, mi davano un’aspetto sgraziato e più vecchio della mia età, ma Louise mi ripeteva questa era solo una tappa verso il recupero.
Io dubitavo, ma il suo entusiasmo mi contagiava trasmettendomi quell’energia che, in molti momenti di difficoltà, mi era venuta mente lasciandomi ozioso e in preda a pensieri oscuri.
Pur immerso nella mia solitudine del recupero, la grande notizia del processo giunse anche alle mie porte. Da quando era avvenuta l’esplosione, le investigazioni si erano susseguite e anche gli articoli, alcuni abbastanza obiettivi, altri faziosi e senza scrupoli. “L’omicidio dei fuochi d’artificio”, come venne ribattezzato dalla stampa scandalistica, prese piede come nome e, da quel momento in avanti il 4 luglio 1952 sarebbe rimasto nella mente con quel nomignolo così insignificante da risultare irritante. Gli agenti e gli investigatori ebbero non pochi problemi a recuperare prove o solo a ricevere un supporto qualitativo dall’astiosa popolazione di Leeville. L’esplosione nel giardino di casa, come dicevano in molti, aveva aumentato il tasso di diffidenza sia verso l’esterno che verso l’interno della città.
L’astio verso verso Trenchtown aumentò, corrisposto in egual, seppur silente, misura. L’aria che si respirava era quella del forte accerchiato, una Alamo dell’Alabama.
Visto il clima teso e la possibilità di avere, finalmente, delle informazioni su quello che mi era successo, chiesi ai medici di potermi assentare dall’ospedale nelle ore del processo. I pareri furono discordi, soprattutto quello di Louise. Secondo lei ripercorrere, in maniera così brutale, le tracce del mio inferno non era una cosa saggia da compiersi. Ribattei con efficacia ogni domanda, dubbio o perplessità e, vedendomi così risoluto e volenteroso, Louise mise da parte i dubbi e decise di accompagnarmi al Tribunale. La sua idea era quella di accompagnarmi per tenermi sotto controllo e, quando lei non fosse stata presente, il suo lavoro di infermiera non le permetteva certo grandi periodi d’assenza, aveva preso accordi con alcuni amici e conoscenti per venirmi a prendere o tenermi compagnia durante le interminabili ore del dibattito.
Il processo fu il piacevole punto di svolta nel rapporto con Louise. Il tempo passato con lei, i tragitti in auto e le lunghe ore ad ascoltare testimoni, periti, accusati e accusatori torchiati dagli avvocati, ci permise di conoscerci di più. Affinammo alcuni aspetti delle nostre personalità e indagammo un po’ di più sui rispettivi passati. Fu così che appresi, confermando la mia prima impressione data dall’accento, che Louise non era dell’Alabama. Venni a scoprire che lei era originaria del Maryland. Dopo un periodo passato proprio nella città natale, aveva incominciato a muoversi seguendo delle opportunità di lavoro che si aprivano negli Stati confinanti. Dopo aver prestato servizio come infermiera in Maryland e Tennessee, si trasferì in Arkansas per alcuni problemi con il precedente compagno, il quale non smise di importunarla neanche nell’Arkansas. Lasciato il lavoro provvisorio di cameriera in una tavola calda, puntò il suo orizzonte verso l’Alabama dove si era fermata ed era ritornata al suo lavoro originale: l’infermiera. A causa di una predisposizione naturale a recepire gli accenti locali, la sua parlata si era sporcata di inflessioni dei Paesi che aveva visitato, un po’ come le alghe si attaccano al fondo della nave. Ecco, ai miei occhi, che avevano visto solo l’Alabama oltre alla visita delle isole del Pacifico durante la guerra, Louise era esotica come Vasco De Gama. Un esploratore delle strade americane con occhiali grandi, dalla montatura scura e a forma di occhi di gatto.
Il processo, però, non fu l’unico evento di quello strano settembre. Se mi dovessero chiedere quale mese è sempre stato pacifico, avrei puntato il dito proprio su settembre, ma questo 1952 sembrava contraddire ogni logica e così fu anche per il settembre di quell’anno.
La cronaca nera invase le pagine dei giornali. Non riuscì a ritagliarsi abbastanza spazio nel quotidiano di Leeville, ma ci furono diversi articoli che parlarono di quello che successe. Quando era ormai il turno dei testimoni di cui fui, per una qualche ragione a me sconosciuta, escluso, esplose la notizia della morte della figlia del defunto Rev. Hopkins. Theresa Hopkins, questo il suo nome, era una notizia solo per il cognome che portava. Trenchtown fu sconvolta dalla sua morte, visto il carico di aspettative che avevano riversato sulla giovane. Leeville, invece, rimase abbastanza indifferente, almeno all’inizio.
Theresa Hopkins era una giovane ragazza, bella sotto diversi aspetti e, a quanto si sentiva sussurrare nel retro delle cucine o dei lavori adatti ai neri, una delle ragazze più corteggiate di tutta Trenchtown. Le speranze che fosse lei, una ragazza, a prendere il posto del padre erano un sussurro poco più che percepibile ma, di tanto in tanto, veniva ripetuto. Soprattutto perché la madre, Tisha Porte-Hopkins, dopo la morte del marito era avvizzita, come una prugna secca, in una solitudine dolente. Il passare delle settimane l’avevano trasformata in un movimento vivente, spogliandola dell’umanità che le era rimasta.
Tutto questo poteva portare una ragazza poco più che ventenne al suicidio? La domanda rimase senza risposta, al momento tutti avevano ben altre cose a cui pensare. La follia collettiva era troppo concentrata sulla strage per vedere che, in questo 1952, tanti giovani erano ormai entrati nei sermoni di entrambe le parrocchie. E io, viste le mie condizioni, ero rimasto fuori dagli elogi del Prete per poco.
Dopo un momento di elettricità, il processo si era incanalato in una lunga sequela di prove e interrogatori. La lista dei testimoni era lunga e, una volta iniziate le schermaglie dei due avvocati, l’atmosfera diventò ben presto sonnolenta. Anche io, che non avevo molto altro da fare se non presenziare al processo, incominciai a perdere testimonianze e parti del processo. Divenni un fanatico del processo per rimpiazzare una delle attività che avevo diminuito negli ultimi tempi: frequentare attivamente il Klan. Vernon era venuto ancora a trovarmi all’ospedale e, in diverse occasioni, mi aveva portato in giro sulla sua auto. Durante i lunghi tragitti nelle campagne e nei boschi dei dintorni di Leeville, Vernon continuava a perorare la sua causa e lanciare anatemi contro la commistione dei negri con i bianchi, contro i lavori che quelli stavano rubando ai giovani di Leeville e contro tutti i soldi che lo Stato, che non era certo ricco e doveva prima pensare ai suoi figli legittimi, stava sperperando per mantenere quartieri come Trenchtown e le loro abitudini.
La sua naturale baldanza, il suo vigore bellicoso scemarono dopo l’inizio del processo e gli articoli della cronaca nera. La quantità di risse e ritorsioni praticate del Klan, una misura attendibile sullo stato di virulenza del suo capo, diminuirono, lasciando molti dei Knight esterrefatti e con una rinnovata voglia di menare le mani. Cosa che avvenne, sia chiaro, visto che il sentiero di guerra di Vernon era segnato nel suo sangue e il sangue, come si sa, non mente mai.
Le attività del Klan, di conseguenza, ripresero quota e le sparute pattuglie coperte dagli ampi abiti bianchi ritornarono a infoltirsi di fronte al Tribunale. I cartelli contro Trenchtown, contro il Governo servo e molto altro fendettero l’aria come asce di guerra. Il nervosismo crebbe in maniera esponenziale e portò a scontri fra alcuni Knight e dei giovani di Trenchtown. La polizia ebbe il suo bel daffare per tenere l’ordine, soprattutto con quelli della stampa, seppur in misura in costante diminuzione, ancora presenti in città.
L’NAACP cercò di far spostare il processo, cercando un pubblico più sensibile alle esigenze degli afroamericani, ma non ci fu verso e, con scherno, Vernon continuò ad approvare la scelta di tenere il processo dove il giudice e la giura fossero più candidi delle camice fresche di lavanderia.
Il processo, perciò, continuò con la sua eterea inconsistenza. Le prove a supporto di qualsiasi punto di vista erano o corrotte o talmente labili che anche un avvocato di media bravura le avrebbe smontate in poco tempo. Si profilava uno stallo e un nulla di fatto. Leeville, sentendo nell’aria l’arenarsi del processo, si incominciò a lustrare il panciotto facendosi forte di un’immagine non più compromessa dal barbaro attentato. Trenchtown si sentì lasciata da sola dalla comunità e dall’NAACP, soprattutto con i dubbi riguardanti il suo rapporto con l’esplosione.
L’unica persona che espresse in maniera plateale il suo disaccordo con l’andamento del processo fu Louise che lo definì una farsa, un processo beffa per tutti. Ci sono state delle vittime, per Dio! Ci sono stati dei feriti. Qualcuno sarà stato pur responsabile? E poi, sono arrivati tutti quelli dell’NAACP e non hanno retto a Leeville se non per qualche settimana? Perché non hanno fatto più pressioni sul giudice, si sa che… non farmi parlare. Mi chiedo, perché non hanno scelto di appoggiare di più questo processo? Hanno avvocati, hanno soldi e supporto in varie parti dell’America.
Io le dissi: qua siamo a Leeville, Louise. Non siamo America. O non nel senso stretto del termine. L’unica domanda che posso pormi è: si arriverà ad un verdetto? Si scoprirà qualcosa? 
La risposta, al momento, sembrava no. Ma il processo continuava a muoversi lento e inesorabile come il Mississippi e, prima o poi, ci sarebbe stato il verdetto finale.

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44 Replies to “Per chi suonò la campana… Settembre”

      1. Ma lo credo bene.
        Posso dire che non ho mai letto Grisham però? Non mi ha mai veramente convinto abbastanza da invogliarmi a spingermi nella lettura delle sue scritte da lui opere cioè libri…

    1. Si sta arrivando alla fine, si vedono i personaggi che si muovono e che cambiano verso la loro ultima forma. Si vede la città (che è un personaggio), Vernon, Louise, il protagonista Roger e via dicendo.. Tutti si avviano verso la loro definizione ultima!

    1. Grazie mille.
      Sì, questo è un capitolo meno opprimente, meno soffocante. Hai ragione. Ci sono descrizioni, c’è qualche dialogo… ma non c’è quella violenza espressa o inespressa.
      Si arriva a vedere un primo barlume di soluzione o…

      1. Ecco… facciamo finta di niente per la frase (anche perchè potrei usarla anche io nei miei post e sono contrario ai detti… anche se sono rassicuranti).

  1. Bene, abbiamo il tempo di fare la conoscenza con un po’ di persone “normali”, ma temo che la “normalità” durerà poco. L’infermiera razzista che ammazza gli uomini di colore nei letti d’ospedale, alla Misery intendo, sarebbe stato troppo per me. Mi prendo un posto tra il pubblico del processo e mi porto pure un cuscino nel caso tiri per le lunghe. E pure un pacco di patatine.

    1. Guarda, stiamo arrivando alla fine. I personaggi stanno arrivando al loro cambio strutturale. La normalità dici? Ma sai che in questo caso la normalità è quello che tu definisci anormale? 🙂
      L’infermiera alla Misery, no, sarebbe stato troppo per il racconto. Non ci stava.
      Il processo non lo descrivo come Grisham, ci mancherebbe… farò qualche riferimento, qualche spot, ma niente di definito, rischierei la cappellata.

      1. scelte che condivido. Misery no, te l’ho scritto, che non ci stava. Io “ragiono” spesso per estremi opposti, per segnare il perimetro esterno.
        Per il processo allora mi porto un pacchetto di patatine piccolo 😉

      2. Sì, infatti cercavo di motivare il perché “non ci stava” 🙂
        Porta quello piccolo… non mi ricordo più tanto delle lezioni di Diritto Americano, perciò c’è il rischio di dire stupidate… perciò, brevità-accenni-evitare il problema 😀

  2. Anch’io la penserei come Roger riguardo al processo, però chissà come l’hai pensato tu… Chissà che piega avrebbe preso la sua vita senza il ricovero, ce l’avrebbe fatta a stare alla larga dal klan e dai suoi riti? Addirittura due morti “strane” nella famiglia Hopkins (solo un elemento di contorno, o qualcosa di più? Mmm…)
    Procede bene, e adesso mi chiedo se ci saranno ancora botti

    1. Anche secondo te non ci sarà un responso? Guarda, in ottobre si conclude la parte del processo, perciò si vedrà cosa dice il giudice.
      Non lo so, secondo me era troppo dentro per smuoversi da quella posizione. In più ci sono state delle variabili che l’hanno cambiato (e non è Louise).
      Le morti strane ci sono… si capirà tutto nei prossimi capitoli (cerco di spiegare tutto e non lasciare sottotrame aperte).
      Grazie mille. Sono contento di essere riuscito a tenere l’attenzione per ben 9 racconti!!

      1. Diciamo che forse l’avrei pensato se fossi stato dentro la storia, come lettore invece non ho proprio idea di che strada prenderai…
        Bene bene, mi fa piacere che spiegherai, non è così scontato- dopotutto non sempre tutto si spiega (nella realtà, intendo)
        Sì, puoi esserne orgoglioso, non è affatto facile… ma d’altronde sei o non sei Zeus? 😉

      2. Sì, ci sono cose che spiegherò, altre… beh… si desumono dal comportamento dei personaggi 😀 eheheh. Spero di essermi spiegato anche io 😀 ahahah
        Sì, sono Zeus. Ma di solito subappalto a scrittori vari (Omero etc) ahahahahahaa

    1. Prima ti chiedo: ti piace?
      Sei sicuro? Io sono sempre molto dubbioso sull’infliggere alla gente la tortura di leggermi.
      E poi non è corto? Ci potrebbero essere dei capitoli intermedi di approfondimento.

      1. Ok. Allora vediamo quando completo la storia (con il mese di dicembre), cosa ne viene fuori. Riletta, corretta, riveduta e ricorretta ancora.

  3. Sai che spesso vorrei esprimere il caldo appiccicoso estivo che è una sensazione che a provarla sulla pelle dà fastidio ma a leggerla invece è piacevole. Ecco, zuccheroso non mi era mai venuto in mente come aggettivo e devo dire che descrive perfettamente quel tipo di clima. A ogni modo, questa storia continua a intrigare e la mia stima nei confronti di Louise sta crescendo!

    1. Grazie mille sai?
      Ho tentato di esprimere il concetto di calore in maniera diversa dal solito: non volevo sempre ripetere calura, afa, camicia bagnata, sole rovente o un martello… etc etc. La sensazione di una sostanza zuccherina (o miele) sulla pelle era la cosa più vicina alla sensazione che volevo trasmettere (ammetto: probabilmente mi ero lerciato di miele qualche secondo prima).
      Louise è un personaggio a tutto tondo, cerco di renderla a 360° e non lasciarla abbozzata.

Si!?

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