Per chi suonò la campana… Luglio

L’assalto

Alla sera, precisamente all’imbrunire, incominciò tutto.
Le urla. I pianti. Il sangue scorreva sulla terra assetata che lo beveva avidamente. Vidi uomini inginocchiarsi e piangere i figli, le mogli o gli amici o solo invocare la mamma. Si aspettavano che lei risolvesse tutto, che arrivasse con un bacio sulla fronte e togliesse quel dolore tremendo che provavano. Li trovarono con gli occhi chiusi, in posizione fetale. Alcuni con il pollice in bocca. Vidi donne coraggiose, vestite del rosso scuro del loro sangue, correre a salvarsi, o per salvare qualcuno, da quel frastuono mortale.
L’odore di cordite, di sangue, di pianto e di paura. L’insieme era un misto disgustoso e profondamente umano.
Anche io piansi. Lacrime pesanti come proiettili che mi bruciarono le guance.

Sapete cosa mi piaceva di Leeville in luglio? Tutto e niente.
L’aria era così torrida che ogni boccata ti dava l’impressione di respirare il fumo del caminetto, lasciandoti in bocca cenere e la sensazione di avere un tappeto ruvido al posto della lingua. La polvere, sospinta dal vento caldo, si alzava dal terreno secco tanto che, di sera, mentre ti levavi i capi sudati per andare a dormire, ti sembrava di togliersi di dosso una tunica rigida e rossastra. L’unica attività di svago a Leeville consisteva nell’uscire di casa e andare a caccia di procioni o qualsiasi animale che passeggiava nelle foreste intorno alla città.
Il 4 di luglio forse è uno dei pochi momenti di festa di una città che aveva preso il lavoro come stella polare e religione di Stato. Il 4 di luglio significava vedere le strade vestite a festa e la gente, di solito troppo occupata ad affondare il naso nel proprio lavoro, ti guardava sorridendo. Te lo dovevi far bastare fino all’anno successivo, sia chiaro, ma si vive di queste poche certezze.
La festa di quest’anno, però, la stavo aspettando con un’ansia particolare.
I piani per l’assalto alla comunità negra nella seconda metà di luglio mi avevano lasciato insonne per molte sere. L’azione, nella sua semplicità, era di un’efficacia spaventosa. I membri del Klan non avrebbero dovuto neanche sudare troppo per spingerli a percorrere la strada verso il mattatoio. Vernon aveva pensato a tutto, bisognava dargli atto di questo. L’agguato non era privo di rischi, sia chiaro: chiunque fosse stato presente avrebbe rischiato la pena di morte e, se non era lo Stato ad amministrarla, erano direttamente gli abitanti di Trenchtown a garantirvela.
La sera prima del 4 luglio ci trovammo per una riunione. Tutti indossavano i paramenti rituali, ma c’era una vaga noia che serpeggiava fra i membri. Non c’era la tensione classica, tutti sentivano i festeggiamenti imminenti. Vernon fiutò l’umore generale e non calcò la mano. Durante la sera si limitò ad abbaiare qualche invettiva velenosa contro quegli italiani che puzzano d’aglio e contro gli irlandesi, parlò dei bei tempi nel grande Sud e poi ci augurò un buon 4 luglio. Bisogna festeggiare un evento così perché, dicendolo con parole sue, è sempre bello ricordare che l’abbiamo messo nel culo a quelle mezze seghe degli inglesi.
La mattina del 4 luglio la città si trasformò in una grande parata colorata di rosso, bianco e blu. Tutte le case fecero sventolare la bandiera, lasciandola cavalcare il vento di quel caldo luglio del 1952. Girai per la città per gustarmi quell’atmosfera elettrica e i preparativi per la grande festa della sera. I fuochi d’artificio sarebbero stati grandiosi, dicevano. I bambini correvano eccitati per la strada con le madri che, invano, cercavano di tenere a freno le scorrerie dei propri figli. Dalle finestre sulla strada principale si vedevano le cucine all’opera e si respirava l’odore del pollo fritto, delle focaccine di mais e di tutto il ben di Dio che quella giornata ci riservava.
Quella eccitazione, con tanto di musica e stormi di ragazze vestite in maniera appariscente e con i capelli cotonati e dai riflessi del grano, riuscirono a spingere nello sgabuzzino della mia mente per qualche ora il pensiero terribile dei giorni a venire. Dopo pranzo ci fu la sfilata, una versione ridotta delle grandi sfilate cittadine, ma si respirava l’orgoglio di appartenere a questa Nazione.
Tutta la città partecipò alla sfilata, anche i negri di Trenchtown, a cui erano, logicamente, riservati dei posti speciali distanti da noi di Leeville. Li vidi sventolare la bandiera americana e sorridere al passaggio dei carri. I bambini volevano correre dietro i colori e le persone, ma venivano trattenuti, con forza, dai genitori.
Tirai tardi quel pomeriggio. Mi cercai un riparo e rimasi a godermi la sfilata e il chiacchiericcio eccitato della gente. Ognuno aveva un suo ricordo, una sua opinione che voleva assolutamente esprimere. Mi immersi in una discussione accesa sulla guerra in Corea.
Persi il conto delle ore e, quando arrivammo ad un punto d’accordo sulla politica estera, era già ora di cena. Decisi di rimanere a mangiare un boccone alla tavola calda prima di andare a vedere i fuochi d’artificio.
Solo quando arrivò la prima prima brezza notturna e il cielo diventò scuro, lo spettacolo incominciò. La folla gremiva lo spiazzo erboso dove, in un ordine ormai perso, erano state posizionate sedie, panche e, per gli ultimi arrivati, delle grandi coperte colorate. Vidi i negri assiepati dietro un cordone spesso, quasi in prossimità dei primi fusti degli alberi. In mezzo alla folla riconobbi qualche faccia conosciuta, alcuni colleghi e diversi membri del Klan che, chi con la famiglia chi da solo, si stavano godendo la serata e aspettavano l’arrivo dell’attrazione principale.
Il primo buio portò i fuochi d’artificio. Il primo a salire nel cielo, una fontana così chiara da illuminare quasi a giorno la città, fece salire in cielo le grida felici dei bambini e i sospiri mozzati delle ragazze. Ma non fu che un antipasto di quello che sarebbe venuto: altri fuochi d’artificio salirono in cielo e, in combinazioni rosse-bianche-blu, unirono la folla in un solo grande grido d’approvazione. Gli uomini si davano di gomito, strizzavano gli occhi e puntavano il dito al cielo. Le madri tenevano stretti al seno i bambini, mentre i padri o i fratelli alzavano i più piccoli sulle spalle. La festa era iniziata.
Il terzo lancio non arrivò mai. L’esplosione, quella sì. Prima ci fu silenzio e poi un suono unico, fragoroso e terribile. Venni investito dall’onda d’urto e alcune persone che mi stavano davanti. Sentii i morsi delle schegge e dei frammenti metallici infilarsi nella pelle come punture di scorpione. Mi si annebbiò la vista. Le orecchie mi facevano male. Ero ferito e soffrivo. Cercai di alzarmi, ma ero bloccato dai corpi di quelli che, qualche secondo prima, erano davanti a me. Cercai aiuto. Guardai alla mia sinistra e, fra il fumo e la folla, vidi un uomo, non avrà avuto più di 45 anni, che raccoglieva da terra il suo braccio destro, che era stato strappato all’altezza della spalla, e se lo teneva in grembo. Lo cullava come un bambino. L’uomo muoveva la bocca mentre dondolava il braccio mozzato. Forse cantava qualcosa.
Tutto intorno a lui incominciò a salire d’intensità il pianto dei feriti e le figure, dapprima sfocate, divennero nitide. Vedevo gente stesa a terra: madri, padri, adulti e bambini senza distinzione. Qualcuno si aggirava nella nebbia fumosa come un fantasma; sembravano figure lente e compassate, riflessi di un passato che si ostinava a tornare. Pian piano, però, anche loro smettevano di camminare e venivano risucchiati a terra, in mezzo a sangue, corpi e lacrime.
Sentivo un dolore sordo allo stomaco, così cercai di toccarmi la pancia con il braccio sinistro. Sentii la stoffa della camicia fradicia e quando alzai le dita sentii scorrere sui polpastrelli un liquido caldo. Ributtai la mano nell’erba, respirando veloce mentre la vista si faceva sempre più confusa.
Un giovane uomo era riverso sopra di me. Provai a spostarlo con la mano sinistra, l’unica che riuscivo ad usare, ma era troppo pesante. Guardandolo meglio, riconobbi chi era, anche se era sfigurato dall’esplosione. Chuck Nethentorp, mio compagno nel Klan, aveva più o meno la mia stessa età, ma non potevo dire di conoscerlo bene. Adesso però era riverso su di me in un’intimità innaturale.
Fu allora che piansi. Piansi per il dolore e perché, per la prima volta da quando ero in tornato dalla guerra, mi sentii vulnerabile.
Cercai di rimanere cosciente il più possibile. Ero stanco, ma restai sveglio. Mentre il mondo era immerso nelle fiamme e nel fumo acre, alzai il braccio chiedendo aiuto. Non fu più che un rantolo.
Qualcuno mi prese la mano e la strinse. Sentivo il calore delle sue mani intorno al palmo e sulle dita. Non disse niente.
Chiusi gli occhi e, finalmente, mi concessi un po’ di riposo.

Annunci

36 Replies to “Per chi suonò la campana… Luglio”

  1. questa storia ha sempre qualcosa di così contemporaneo, nonostante sia datata 1952
    Forse l’orrore, alla fine, non ha tempo… ( come la Bellezza)
    Comprendere la propria vulnerabilità… è un modo per rendere più umane le grandissimetestedicazzo…
    Sempre bravo DiodiUnDio

    1. Grazie mille Tati.
      In effetti è una storia senza tempo, pur avendo un’annata precisa. E anche una collocazione geografica precisa…
      Ma, stranamente, sembra essere senza tempo e luogo.

      1. ci sono così tante immagini in questa storia.. è dannatamente visiva ( credo di averlo detto circa… mille… milleecento volte… una in più dà fastidio?)
        Vedo tanta boscaglia, un po’ come per i GrandiAntichi… ma mentre là era nera, sporcata di verde… qua è più marrone e la si vede bene anche nel giorno… con tanta, tanta polvere… da togliere il fiato.

      2. Sì, visiva lo è di sicuro! 🙂 E no, ripetilo pure 🙂
        Qua la boscaglia c’è.. ma è forse il sottobosco quello su cui prestare attenzione. Gli alberi sono visibili, ma è quello che non si vede a far paura.

      3. è vero, sai cosa? mentre l’altro lo vedevo come un bosco di quelli secolari, carichi di fronde, rami, a nascondere il cielo e a rendere ancora più oscura la notte…
        questo mi appare come un pioppeto o comunque una distesa di alberi alti, con pochi rami… sì, di sicuro è ciò che striscia tra foglie e muschi che bisogna tenere presente ( ..son certa non sia possibile per i luoghi che tu descrivi ma le immagini son legate a quello che viviamo, quindi…)

      4. L’importante è avere una rappresentazione mentale dove “mettere in scena” la storia. Un po’ come quando vedi una serie tratta da un libro e poi leggi il libro… nonostante la descrizione, il personaggio avrà il volto dell’attore (vedi, per esempio, Montalbano o Il Collezionista di Ossa).

      5. esattamente… dare un luogo alla storia, che sia inventata, fantastica o reale… dare un terreno e un mondo la rende più incisiva… e tu lo stai facendo DaDDdio!

      6. Grazie mille.
        Non parlo della mia storia, sia chiaro, ma ti dico cosa mi piace quando leggo negli altri blog (senza citare scrittori affermati): una storia che sia definita. Che ci siano personaggi caratterizzati, che i luoghi siano tangibili e che ci sia interazione, qualcosa che ti faccia camminare con loro.

      7. no no, eccheccavolo! parliamo pure della tua storia! Perché è definita, con personaggi ben delineati, anche quando sono “ambigui” o senti che potrebbero cambiare posizioni ( o solo un piede, o un’unghia…) e luoghi definiti, visibili e odorabili…

      8. Eh, ma non sta bene parlarsi addosso. E poi sarei un giudice imparziale (comunque ti ringrazio dei complimenti).
        Leggo troppe volte personaggi abbozzati e questo problema lo vedo anche nelle serie tv… a volte, quelle brevi, hanno personaggi inutili.
        Adesso voglio farmi odiare dal mondo: non so se hai presente Roadies? Ecco, l’idea sarebbe anche bella… ma i personaggi sono abbozzati, non c’è profondità in nessuno (e poi ci sono altre cose che mi fanno storcere il naso). Ma parlando dei personaggi, il loro problema principale è che sono schizzi e basta, non ti riesci ad affezionare a nessuno.

      9. ( no, non conosco… uffa!)
        comunque sì.. anche un piccolo dettaglio, rende un personaggio più reale, scoprire piccoli particolari, tra abitudini e passato… gli danno un’altra forma
        ( tu non ti parli addosso ma segui lo scorrere dei commenti e delle riflessioni… sei elegante in questo)

      10. (Cineclan mi odierà aahha)
        Già, secondo me è questo. Un particolare, anche una piccola idiosincrasia o un qualcosa che lo definisca, rende un personaggio più vero… più… come potrei dire? Ti potresti addirittura immedesimare. Ecco. Questo è importante. Se nessuno dei personaggi (principali o secondari) ti fa venire anche un minima voglia, curiosità… allora perché devo leggerlo?!
        Ci sono storie che leggo, in giro per la rete, lunghe anche 24 capitoli (o anche solo uno) che non hanno un personaggio memorabile. Un qualcosa da dirti: mi dispiacerebbe se sparisse.
        (grazie mille… mi fai imbarazzare con tutti sti complimenti)

      11. sai cosa mi è venuto in mente? ( non mi detestare per questo esempio sdolcinato… porfavor!) hai presente Ameliè? ( no, non vomitare… ti prego resisti…) all’interno del film ci sono tantissimi ( ma issimi) personaggini, che compaiono raramente due volte ma sono così caratterizzati che mi viene voglia di immaginare una storia tutta loro.
        Credo questo sia ( per quanto mi riguarda) indice di personaggio coinvolgente, immaginare per lui una storia a sé…

      12. Ho presente Ameliè e ho presente i personaggi. Sì, sono tutti definiti anche se si vedono poco.
        Che poi Audrey T. mi stia sulle balle con il suo sguardo stordito è un discorso secondario 🙂

  2. Dove era Vernon all’ora dell’esplosione? Quel grandissimo testadiminch#@ l’ha lanciata lui la granata. Così ora ha fomentato l’odio come si deve: ha portato dalla sua parte anche quelle mezze calzette di altri paesanotti, senza palle per ammettere che la gente di colore era da sterminare.
    Come tutti i codardi, si sta costruendo un alibi collettivo, teoria del branco applicata a un branco di grandissimetestedicazzo – come le definisce Tati – ma non per me più “umane”: sono numeri per Vernon e gentaglia come lui, che in passato e nel presente, non hanno scrupoli a strumentalizzare chiunque e qualunque cosa. Gente come Vernon va fermata prima, gli va detto e fatto sentire che è una “scurreggia” come scritto su un muro di un’importante arteria romana per un nostro verde (pure)parlamentare.
    Zeus, poi, potrai raccontarmi che non è così, ma il tuo è un racconto di fantasia, la Storia è sempre quest’altra.

    1. Questo racconta scatena istinti primordiali, mi sembra.
      Vernon dov’era? Ehhh, bella domanda. Dentro la festa? Fuori? Ma è stata una granata veramente? Sono tutte domande a cui verrà data risposta nel prossimo futuro. Lo giuro.
      Questa tua ricostruzione, quella di Vernon che si crea il miglior alibi collettivo possibile, l’ha prospettata anche Ysingrinus sul capitolo di Giugno.
      In effetti, per riuscire a disinnescare gentaglia di questo tipo bisogna farla sentire quello che è: niente. Il nulla.
      Il vero problema è che c’è sempre qualcuno che dirà: “sì, ma…” e da quella crepa nasce di nuovo tutto.

      1. Chiedo venia allora a Ysingrinus e a te se ho infognato lo spazio del commento con cose già scritte.
        Sulla crepa del “ma” sfondi una porta aperta perché dico sempre che il razzismo oggi da noi si manifesta quando li sento dire “non sono razzista, ma…”
        Pardon per il fiume di parole, un po’ ora mi conosci 😉 scrivo a strappo sull’onda del l’emozione e tu me ne hai data.

      2. No, ci mancherebbe! Era un modo per dire che siete già in due a pensare al “creare un alibi per scopi differenti”. Una cosa interessante.
        Già, il razzismo sta dentro il “ma”… che poi, diciamola tutta e senza troppi peli sulla lingua, un certo razzismo contraddistingue ogni essere umano (razzismo come paura dell’altro). Il problema è quando diventa, come posso dire, patologico?
        L’uomo è per natura razzista (si ha paura dell’altro, di chi ci cammina dietro al buio, se si gira l’angolo, se si va in un paese straniero dicendo “chissà…”, ecco), ma la versione patologica è quella che distrugge tutto.
        Spero di essermi spiegato, se no ti prego di dirmelo e ci ritento.

        Questo spazio è libero redbavon, scrivi quanto vuoi!!! Anche sei commenti uno di fila all’altro!! Nessun problema 🙂

      3. Ricevuto e tu fa altrettanto da me. Mi sento libero da te, ma per buona educazione mi pareva il minimo scusarmi con te e Ysingrinus.
        Passiamo oltre: sei stato chiaro. Ma per me “razzismo” e “razzista” sono parole senza sfumature. Secche che colpiscono come un missile, intelligente o deficiente, ma sempre distruttivo: chi c’è, c’è!
        Capisco quanto scrivi e non la intendo come “giustificazione” di diritto naturale, ma la tua a me pare più una sorta di “diffidenza”, di “paura” dell’alienus, che ci viene dal mondo animale. Ma in quest’ultimo caso, le regole del “territorio” tra simili (leone e leone) e della “sopravvivenza” tra diverse specie (leone e gazzella, per es.) sono istintive e di diritto naturale. Noi dovremmo essere un gradino evolutivo più avanti. Quindi, che pippe ci facciamo con Costituziomi, leggi, norme, religioni, morali laiche, se poi ci tocca ricadere in “regole” ataviche?
        Occorre fare una scelta e per dirla come Totò: siamo uomini o caporali?
        Io sul razzismo non accetto sfumature, perdonami, o “ma”. È’ la base per il negazionismo dell’Olocausto e di tanti altri misfatti disumani.
        So che siamo della stessa opinione, ti ho scritto la mia più estremista.

      4. Le regole, le leggi etc sono tutte fatte in modo che non cadiamo nello stadio animale. Brutto forse, ma potrebbe essere questo.
        Ci sono studi che dicono che, senza leggi, la popolazione si assesterebbe su una situazione di stabilità e viver bene, ma non so se è possibile al momento. Ci sarà sempre qualcuno che dirà che è suo diritto far qualcosa o escludere qualcuno/giudicare qualcuno.
        Ho capito la tua posizione, ci mancherebbe. Concordo. La mia era un’osservazione di tipo “antropologico”? Possiamo dirla così penso. Vedo gli umani (eheh) muoversi e vedo come si comportano.
        Il “ma” è la crepa, il “libera tutti”. Su questo non ci sono dubbi.

  3. “Fu allora che piansi. Piansi per il dolore e perché, per la prima volta da quando ero in tornato dalla guerra, mi sentii vulnerabile.”
    Con questa frase mi hai semplicemente e inesorabilmente uccisa…

Si!?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...