Per chi suonò la campana… Maggio

Cartoline dal passato

La grande violenza di aprile aveva espresso anche un lato positivo: ci aveva fermato. Noi e loro avevamo bisogno di evitare il contatto, non potevamo più sopportare quella guerra d’attrito.
Le ferite riportare nella rissa mi avevano lasciato in un letto per oltre una settimana: tempo che utilizzai per leggere e incominciare a scrivere un diario, questo diario.
Maggio segnava l’inizio dell’estate a Leeville. Non l’estate del solstizio, ma quella reale, visto che il mattino era già così caldo da farti rimpiangere la pioggia di gennaio. Appena ti svegliavi, dopo una notte a fare il bagno nel tuo stesso sudore, l’aria torrida ti preannunciava quello che sarebbe stato il resto della giornata.
Le ore centrali erano talmente calde che la città sembrava entrare in un rovente letargo estivo. Per ovviare alla noia e all’inattività causata dai dolori fisici conseguenti alla rissa, avevo preso l’abitudine di sedermi sotto il portico con un cappello a falde larghe e un bicchiere di tè alla pesca, corretto e ghiacciato.
All’inattività del Klan, che si teneva nascosto sotto i portici delle case, si era aggiunta anche la scomparsa di Vernon. Non era inusuale che il mio amico sparisse per diversi giorni da casa, ma durante maggio la sua presenza in città fu così sporadica da farci pensare ad un suo trasferimento. Questa situazione di incertezza si rifletteva sulle attività del Klan, che venivano costantemente, e senza rimorsi, messe in stand-by.
Visto che mi stavo ancora riprendendo dalle botte ricevute, il mio amico non era mai a casa e la mia vita personale era arrivata ad un punto morto, presi la decisione di andarmene per un po’ di tempo da Leeville. E l’unica meta che mi venne in mente, e dove avrei potuto recuperare le forze, fu Saint Andrew in Alabama.
I miei genitori si erano trasferiti a S.Andrew dopo la fine della Guerra.
Mio padre aveva lasciato il lavoro alla ferramenta e aveva cercato fortuna a S. Andrew, cittadina che, a stento, raggiungeva le 800 anime. Se bisogna essere sinceri, S.Andrew non era la prima città che ti poteva venire in mente sotto il nome di ripresa economica, ma mio padre, Bartholomew Stanford, aveva comprato lì del terreno. Il richiamo della terra andava di pari passo con il fanatismo religioso, binomio che l’aveva influenzato e guidato nella sua scelta di vita.
Non che ci fosse nulla di caritatevole o santo nel carattere di mio padre, intendiamoci. Oltre a lavorare fino a spaccarsi la schiena su un terreno duro come il sasso, l’idea che Bartholomew aveva della vita casalinga era un misto equilibrato di prediche religiose, alcool e botte. Tutto con una mirabile equità, tanto da farti applaudire una tale dedizione in quei tre ambiti.
Secondo Stanford Sr, la dura cinghia di pelle e la fibbia di metallo erano un’ottimo metodo per imprimere i concetti nell’animo e nella carne di una persona: ho la schiena coperta di cicatrici che provano quanto i dettami religiosi e di comportamento si siano impressi nel mio essere.
Dopo anni e anni di abusi e violenza mi ribellai e, con la scusa del rientro dalla Guerra, lasciai casa e me ne andai a Leeville; mia madre, Laureen Hopple-Stanford, però rimase a farsi sbattere come un tappetto steso all’aria aperta.
Perché andarli a trovare, mi potreste chiedere.
Perché quella era una violenza che conoscevo bene e, seppur con fatica, potevo sopportare. Io scappavo anche per un motivo personale: il mio matrimonio con Cindy stava fallendo miseramente e restare ancora in quella città mi avrebbe fatto attaccare alla bottiglia senza più ritorno.
Lo so, ho parlato poco di lei e dei miei due figli in questi mesi, ma non è semplice parlare di una sconfitta. Fallimento di cui potrei incolpare, senza ombra di dubbio, la mia naturale predisposizione ad alzare le mani e bere in maniera smodata. Ed è ironico in una Contea che non vende alcool.
Se c’è una cosa che mi è stata impressa per bene nella carne, è proprio l’attitudine alla violenza e all’alcool. Qualcosa dovranno pur passarti i tuoi genitori: a me è stato passato questo fardello.
E io, da figlio prediletto, ho cercato di insegnare questo saggio comportamento a Cindy e i miei di figli. Dopo anni di abusi e soprusi, Cindy aveva deciso di andarsene da casa con Robert Lee e John Nathan e ritornare dai suoi genitori in Georgia. Io, a suo padre, non sono mai piaciuto molto, perciò presi la sensata decisione di non rincorrerla e provare ad instillarle la ragione nell’unica maniera che, a quel tempo, conoscevo. Sarei solo ritornato con un carico di sberle e bastonate in più.
Tutti questi motivi, che erano per lo più una lunga sequela di fallimenti, mi avevano fatto decidere di lasciare Leeville per respirare l’aria di S.Andrew. Un’aria dallo stomachevole odore di merda di vacca, ma sempre meglio che vegetare sotto il portico di Vernon aspettandone il ritorno o gettandomi in altre risse.
Verso la metà del mese, dolorante nel fisico e nell’anima, mi misi in macchina e mi diressi verso la casa dei miei genitori. Quando arrivai mi trovai di fronte una cartolina uscita da qualche reperto coloniale: una grande casa di legno bianco dall’ampio tetto spiovente di tegole chiare e un lungo portico sotto cui c’erano un paio di sedie a dondolo. Finestre piccole e con delle tende quadrettate e, su alcuni davanzali, c’erano persino dei fiori. A poca distanza dalla casa principale c’era il deposito degli attrezzi. Questo era un’edificio spazioso, di legno scuro e, seppur vecchio, era tenuto in perfette condizioni.
Davanti alla casa c’era un grande giardino con piante da frutto, mentre il retro era un’enorme distesa di cotone e, poco distante, si intravvedeva la piantagione del mais.
Erano anni che non vedevo più i miei, a parte i radi contatti via lettera, quindi non sapevo cosa aspettarmi quando avrebbero aperto la porta. Quando la serva, una negra enorme vestita di tutto punto, aprì la porta per portarmi da mia madre, vidi che mio padre aveva trasformato casa in una sorta di chiesa: c’erano crocefissi, immagini sacre e targhe di legno bianco con citazioni religiose rosse su ogni parete. L’odore dell’incenso nell’aria era nauseabondo, ma sotto di quella cappa speziata si poteva sentire il piacevole profumo del pollo fritto, delle focaccine e Dio solo sa cos’altro. Questo particolare mi fece ben sperare. Quando entrai in cucina, vidi i miei genitori al tavolo. Mio padre a capotavola e mia madre al suo lato.
Laureen non era cambiata poi molto in tutti questi anni, il fisico snello, i movimenti lenti e curati e i capelli raccolti in una crocchia. Forse aveva qualche capello grigio in più, ma non era distante dal ricordo che avevo di lei. Lo sguardo era sempre spento e rassegnato, ma il viso non era più decorato da lividi blu o croste di sangue secco. Mio padre, invece, sembrava invecchiato precocemente e l’aspetto forte ed il temperamento irascibile avevano lasciato spazio ad un corpo temprato sì dal duro lavoro nei campi, ma più vecchio e stanco. Del vecchio Bartholomew rimanevano, sotto le spesse sopracciglia grigie, solo gli occhi ardenti, seppur appannati dalla stanchezza o dalla cataratta. Mi sembrava addirittura più piccolo di quanto mi ricordassi ma, forse, era un’impressione.
Quando rimasi solo con mia madre, mio padre si era ritirato a riposare, appresi che egli aveva smesso di bere ed aveva appeso al chiodo gli schiaffoni. La sua vita, adesso, era divisa fra lavoro e Dio. Questo non stava a significare che era diventato un agnello, ma almeno non la gonfiava come una cornamusa su base giornaliera.
Dicono che questa sia una cosa positiva.
Mi nascosi a casa dei miei per quasi tutto il mese di maggio. Staccai da Vernon, dalle risse, dal Klan e da tutti gli avvenimenti dei mesi precedenti immergendomi in quell’atmosfera di lavoro e vita all’aria aperta.
Vissi quella vita fasulla, quella fiaba che mi ero costruito, finché Leeville pretese il mio ritorno all’ovile. Non potevo scappare, non era ancora giunto il mio momento.
Alla fine di maggio salutai i miei genitori, presi la macchina e mi diressi verso Est: avevo bisogno di tornare a Leeville. Ne ero dipendente.
Avessi saputo quello che sarebbe successo nei mesi successivi, vi posso assicurare che sarei rimasto volentieri a coltivare cotone e raccogliere mais a S.Andrew.

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21 Replies to “Per chi suonò la campana… Maggio”

    1. Grazie mille Mela.
      Sono molto contento che si veda un miglioramento (soprattutto tenendo conto dello sviluppo dei personaggi e degli indizi che sto inserendo nei vari testi).

  1. Stai facendo un ottimo lavoro su questo disgraziato. Sei entrato nelle pieghe della sua storia per fare capire al lettore il suo Mondo Ordinario. Ora credo sia arrivato il tempo del suo Mentore e di varcare la sua prima soglia. Un po’ ce l’ho con te: a questo disgraziato ho giurato filo da torcere e augurato ogni medicinale, ora me lo stai facendo scivolare in una silenziosa empatia. Il che mi fa rabbrividire, ma il contrasto rende la lettura come colla da sniffare.

    1. Grazie mille redbavon!
      Era il momento giusto per mostrare qualcosa di più del narratore. Avevo lasciato intendere qualcosa nei capitoli precedenti (di Cindy parlo solo nel primo racconto), ma non avevo mai approfondito troppo.
      Secondo me il protagonista si sta evolvendo con il passare del tempo, cambia, forse impercettibilmente, alcune cose.

      1. Difetti, debolezze, stravaganze rendono più intrigante il personaggio. Ultimamente poi più è nevrotico più è accetto dal pubblico. Questa parte familiare scatena l’energia emotiva del resto del racconto, che immagino entrerà nel vivo, nella parte “centrale”. Ma stai procedendo a braccio o comunque avevi un minimo di struttura buttata giù?

      2. Questo è vero. L’eroe (o antieroe, cosa che funziona molto) piatto, buono e senza ombre, non è così leggibile (almeno per me). Il pubblico (intendo per chi legge romanzi decenti) vuole ritrovare nel personaggio anche dei punti di contatto, delle crepe che gli dicano “sono umano, fallisco… sono inventato, ma fallisco, come te… perciò non preoccuparti”.
        Già, la parte centrale sarà forte. Su questo non ci sono dubbi…
        Quando ho iniziato avevo un’idea di massima della storia da gennaio a dicembre… so cosa deve succedere e quando. So che passaggi portare avanti e che trame tirare e quali troncare. Poi ci sono i personaggi che, quando scrivo, mi pregano (non sto scherzando) di specificare qualcosa, di scrivere una certa cosa… e allora aggiungo/tolgo… ma l’idea di come deve andare è già nella mia mente.
        Il difficile è portarla avanti eheh

      3. Già, hai ragione. Al momento non ha ancora attraversato la soglia, ma fidati che arriverà il momento!
        Me lo leggo subito!!

  2. Mentre la storia avanza sul calendario noi conosciamo via via qualcosa in più di Roger, con le sue contraddizioni che lo rendono più vero (si ribella e scappa dal padre per poi seguirne le orme…)
    (Forse il padre non picchia più la madre solo perché non ce la fa più, ora che è solo un vecchio leone sdentato?)
    Ottimo, davvero ottimo.

  3. Molto interessante questo capitolo. Conoscere il passato del personaggio, l’ambiente famigliare. E soprattutto lo sfondo mi piace, l’estate che descrivi e come la descrivi: molto bravo!

      1. Appena letto gli altri due capitoli! Mi è scappato un sorrisetto amaro quando ho letto “chi farà il lavoro che non vogliamo fare noi?”. Beh attualissimo direi 🙂 Mi piace che quel personaggio ragioni, però apprezzo anche la violenza fisica e verbale del tuo racconto. è tutto molto scorrevole.

      2. Prima di tutto, grazie mille! Il fatto che ti spingo a leggere ancora è un bel riconoscimento per me. Vuol dire che non ho ancora smarciato di brutto! 😀
        Seconda cosa: sì, sto prendendo alcune cose dall’attualità… quale miglior esempio?

  4. E le senti le cinghiate sulla pelle. La pelle che diviene rossa e poi si spacca. Il sangue che cola lento. E il dolore che prima ti fa urlare e poi ti stordisce come l’alcool…

Si!?

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