Per chi suonò la campana… Aprile

Una stagione di incredibile violenza.

Se Leeville (e Trenchtown) fosse una società sana, dopo i sanguinosi avvenimenti di marzo, così distruttivi dell’ordine pubblico, ci dovrebbe essere la logica punizione. Qualcosa che faccia star meglio tutti: dalle vittime agli spettatori che, colpiti nell’animo, vengano sollevati dall’arduo compito di giudicare qualcosa.
Questo, a Leeville, non avviene quasi mai.
La caccia all’uomo davanti al Black Cat finì, perciò, con delle pene leggere per Vernon e altri due membri del Klan che passarono solo qualche giorno in galera. Chi sostenne le conseguenze peggiori fu un povero disgraziato, un contadino stupido come una palla di fieno di nome Hamill, che circuito e spaventato a morte da Vernon e dal Klan, si addossò tutte le colpe della rissa.
Lo sceriffo, restio ad inimicarsi quella certa parte di cittidini bianchi con condanne pesanti o impopolari, accettò di buon grado il regalo che gli era stato fatto e chiuse la pratica con un sospiro di sollievo.
Chi non dimenticò affatto, però, furono loro. Dopo un mese di lutto e silenzio assoluto, la vedova Hopkins incominciò a parlare agli organi di stampa legati all’Associazione dei Diritti Civili. Giornalisti da diverse parti dell’America si presentarono a Trenchtown per intervistare la Sig.ra Poter-Hopkins e creare le basi per degli approfondimenti giornalistici sul tema della segregazione e della discriminazione a Leeville. Logico che questi approfondimenti erano ad uso e consumo dei soli lettori del Nord, quaggiù eravamo molto più testardi sulle nostre posizioni.
La vedova ci accusò di aver soffiato sul fuoco dell’odio e di essere i responsabili di qualsiasi attacco, rissa o omicidio nei dintorni di Leeville/Trenchtown. Cosa che non era assolutamente vero, ma i lampi di sfida lanciati dalla vedova Hopkins erano brucianti incursioni nella nostra vita quotidiana. Degli schiaffi mediatici. Dalle pagine dei giornali colava un’odio che, nei giorni successivi, potemmo respirare in ogni luogo frequentato anche da loro. Ogni intervento pubblico della Sig.ra Hopkins fomentava gli animi, tanto da farli sembrare delle formiche a cui avevano appena distrutto il formicaio.
Quando Vernon uscì dalla prigione, era una persona diversa da prima dell’arresto. Le fredde mura della gabbia non l’avevano calmato e fatto meditare sulle sue azioni, ma avevano fatto suppurare una ferita già infetta. Vernon incominciò a covare un rancore ancora più profondo e radicato. L’arresto non era stata la punizione inevitabile, era stato lo sgarbo fatto al leader del Klan.
Si sentiva ferito e messo all’angolo dalla sua stessa gente quando, secondo lui, quelli da dover colpire e punire erano loro.
I sermoni serali divennero cruenti, lunghe invettive contro il proliferare della malattia di Trenchtown. Il loro essere come ratti e il procreare come tali. Snocciolò la sua saggezza di strada e dimostrò a tutti che il crimine era aumentato a causa loro. Disse che senza di loro avremmo avuto la pace. 
Tanto odio non poteva rimanere imbottigliato e, infatti, esplose con lo stesso fragore di quando si gonfiano quei sacchetti di carta marrone e poi li si schiaccia violentemente contro il palmo della mano.
Nelle settimane seguenti il rilascio di Vernon, i cadaveri fiorirono da ambo le parti. Per ognuno di noi che veniva trovato morto, noi distruggevamo una casa o uccidevamo qualcuno di loro. Quando Matthew Olaffsson, un ragazzone biondo figlio di immigrati del svedesi, venne ritrovato morto con la gola squarciata, Vernon ci ordinò di vendicarci e puntò gli artigli su Trenchtown. Ci disse a che indirizzi andare e cosa fare: fu così che i vari Denzel, Jeremiah, Jamie e molti altri morirono. Il nostro leader voleva rendere la loro esistenza un inferno in terra.
La campagna di terrore durò a lungo. Molti compagni del Klan morirono, in circostanze mai chiarite, durante il lavoro o durante la gita domenicale o, semplicemente, mentre tornavano a casa. Nessuno di noi si sentiva sicuro. Ci sentivamo accerchiati, braccati e facemmo quello che era più naturale: serrammo i ranghi e ritornammo sul territorio.
Vernon sembrava fuori di sé, inquieto e in preda ad un furore quasi mistico. Anche durante questa stagione di violenze doveva allontanarsi da casa, spesso durante nelle prime ore della sera, ma la sua presenza carismatica e la sua volontà di raddrizzare quello che, per lui, era un torto ci caricava e ispirava.
Fu proprio durante aprile che incominciai a bere molto. L’alcool mi permetteva di sopportare la paura costante in cui vivevo. Ogni pausa dal mattatoio era un continuo guardarsi le spalle, annusare l’aria e muoversi come un cane bastonato per le grandi vie di Leeville.
I funerali, da noi come da loro, si susseguivano ad un ritmo inusuale per una cittadina come Leeville. Le preghiere, l’incenso, le pene dell’inferno e i sermoni del prete, però, non misero fine alla violenza. Questa era uscita dal controllo dei singoli cittadini ed era entrata, infettandola, nella comunità stessa. Che fosse Leeville o Trenchtown, si respirava un’aria marcia, carica di umori maligni e rancore.
Con il passare delle settimane, Vernon incominciò ad affidarmi sempre più incarichi. Da quando Harry era stato ferito, nella notte del 12 aprile 1952, Vernon mi aveva fatto salire di rango ed ero diventato il suo secondo in comando. Ricevetti la benedizione dello stesso Harry che, dietro quegli occhietti porcini offuscati da un dolore incredibile, stava cercando di venire a patti con delle profonde ferite fisiche e morali. Accettazione che non arrivò mai, tanto da portarlo al suicidio nel 1955.
Come secondo in comando mi occupai della parte logistica e del coordinamento delle brigate del Klan. Mi feci carico del buon andamento degli ordini di Vernon e della riuscita delle rappresaglie.
La polizia, in tutto questo, fu passiva e spesso operò in maniera tale da lasciarci campo libero o infliggerci pene meno severe di quelle riservate ai negri.
Vi dirò una verità: stavamo combattendo una guerra anche per loro.
In quella stagione di incredibile violenza, però, incontrai una persona, Louise Howard, che da lì a qualche mese sarebbe diventata la mia ragazza, prima, e poi mia moglie.
Se vi state chiedendo se anche Louise facesse parte del Klan, vi posso assicurare che non è così. Vernon, anzi, mi sconsigliò di parlare ad alcuno delle nostre azioni. Da animale selvatico e sospettoso com’era, sospettava di tutti e pensava che dietro quegli occhi marroni, il sorriso aperto e disponibile, la frangetta castana ed il suo lavoro di infermiera poteva celarsi un pericolo mortale.
Se vi state chiedendo, ancora una volta, come mai lei mi vide in mezzo a tutto il resto della comunità, penso sia solo frutto del caso.
Il caso si presentò nelle vesti di una rappresaglia finita male.
Una sera di fine aprile ero in missione per conto di Vernon. Il mio compito era di piantare delle croci in alcuni giardini e, se la situazione prometteva bene, provocare una rissa. Loro, contro ogni aspettativa, si ribellarono e ci fecero arretrare. Molti dei miei compagni erano talmente ubriachi che si reggevano a stento sulle gambe, mentre quei pochi che riuscivano a menare le mani erano troppo spaventati da quella reazione furibonda.
Scappammo, ma non prima di essere conciati veramente male.
Fu a causa di quel pestaggio, e le ferite subite, che incontrai per la prima volta Louise.

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39 Replies to “Per chi suonò la campana… Aprile”

      1. L’atmosfera è quella, lo stile si avvicina. Il tocco che me l’ha riecheggiato è l’infermiera (come la donna di Happy…quella però è roscia!) Proprio curioso di leggere il resto!

      2. Sono lusingato. Non pensavo di riuscire ad avvicinarmi o anche solo richiamarlo (l’infermiera? diventerà importante anche lei).
        I prossimi capitoli sono già nella mia mente, devo solo buttarli giù.

      1. Non poteva essere così. Le sfumature, anche se forse ancora non si vedono ancora, sono molto più importanti dei contrasti.

      1. Lo vediamo. La trama è tutta nel mio cervello… tutti i passi, tutti gli snodi e i personaggi si muovono secondo un tragitto prestabilito.
        Spero di tenere fino alla fine. Sarà difficile, ma ci tento.

  1. io non riesco proprio a dire nulla che ti sia già stato detto, rispetto a questa storia ( tutte cose belle, ovviamente)… quello che sento con la parte di oggi riesco a esprimerlo solo ed esclusivamente così:
    …la vista di un bosco ai limiti della città, di notte, tutto è nero e blu notte, la vista è umida, pochissimi i riflessi si intravedono dalle foglie verso l’alto e dai tronchi ad altezza uomo… pochi bagliori e riflessi rossi e arancioni, che si riflettono sulla natura bagnata, bagliori che non hanno nulla di lucente ma solo di angosciante… non sento suoni, come se la notte e il buio avessero inghiottito ogni cosa….

    1. Grazie mille Tati.
      Sono stupito (e lo dico sinceramente) di tutti questi complimenti. Stupito perché è una storia cattiva e ostica, urticante se vogliamo. Ma sono molto contento che piaccia.
      Spero di tenere l’attenzione alta fino alla fine… manca ancora molto (siamo solo ad aprile) e ci sono ancora tante cose da dire.

      1. ..è una storia decisamente orribile ( i fatti, non la storia.. cioè quello che racconti non “come”… Accidenti! mi hai capita no? O_o )
        Ci riuscirai, riesci a tenere persone che mai ascolterebbero la musica che ascolti, solo per il piacere di come ne parli… chi passa dal tuo tempio lo fa per COME fai/sei non solo per quello che fai/sei ( o fai credere)…
        ( indietreggia, piano piano, passando giusta giusta dalla parto, chinando leggermente il capo…pensando di aver mischiato parole amminchia e magari non s’è capito nulla) 😀

      2. Si è capito tutto. O io sono più sveglio del solito o ti sei spiegata bene (propendo per la seconda… oggi ho un sonno da chilo).
        Madonna che belle parole. Non so cosa dire.
        Sorrido e ringrazio. Ecco. Grazie Tati.

      3. (testa sulla scrivania, di lato con gli occhi girati all’insù nel tentativo di controllare li dita sui tasti giusti… bolla al naso, sintomo di coma imminente… CAFFE’ CAFFE’ UNCAFFE’PERDIO!! – nel senso di “per Dio” non un’imprecazione-)
        Prego. Figurati, grazie a te per il tuo modo.

      4. (bevessi caffé!!! non ne bevo, mi tocca soffrire il sonno e gettarmi quintalate e litrate di acqua gelida per svegliarmi. Dannazione!)

      5. URCAMALURA!!! cioccolato cioccolato cioccolato!!!!!
        ( … e la testa inizia a scivolare, sempre più verso il fondo della scrivania, il braccio già a penzoloni da tempo, la sedia indietreggia….)

        … scusa… non potevo farne a meno! 😀

  2. Stai tessendo una trama solida e potente che ci lega a questa storia nonostante l’argomento difficile. Hai mano leggera e parole incisive. Continua a piacermi molto, oggi di respirava davvero la sensazione ineluttabile di odio e violenza, appiccicosa e molesta come certe estati roventi.

    1. Grazie mille Mela.
      Sì, la storia è difficile e ostica e sto cercando di tratteggiarla senza scadere nel cliché o nell’eccesso di violenza gratuita. Tutta la violenza è in qualche modo funzionale alla narrazione.
      Hai descritto bene la sensazione di odio e violenza: appiccicosa e molesta. Belle parole.

  3. Un’escalation di violenza, anche le vittime sono costrette (diciamo, ci sarebbero lunghi discorsi da fare sulla libertà di scelta) a sporcarsi le mani… Mi sa che Louise avrà un ruolo importante in questa storia, forse decisivo?
    (Sembra che paragonare i nemici agli animali sia tipico di tutti i razzismi)
    Sempre bravo Zeus!

    1. Già, anche questo capitolo doveva essere così: sporco e violento (come dici te, però, c’è sempre una scelta… si può reagire con violenza e si può reagire in maniera non violenta). In questo caso le vittime (che possiamo considerare tali visti gli anni di abusi subiti) non sono state meglio dei carnefici (la natura umana?).
      Non faccio spoiler su Louise! 😀 Ma sì, sarà un personaggio su cui tornerò.
      (Sì, una tendenza comune e odiosa).
      Grazie mille ivanof!

      1. La natura umana, già. Non la si può cambiare ma solo tentare di addomesticarla, tentare di farla ragionare, ecco.
        Ma come? E io che pensavo mi avresti spifferato tutto! 😀

      2. Ehehehehe… lo so, lo so… sono ripetitivo sullo spoiler 😀
        In fondo non siamo così? Per la maggior parte siamo animali addomesticati.

  4. Parlavo proprio con te di quanto i personaggi cattivi siano più interessante e imprevedibili dei buoni. Non so se ricordi, ma ad ogni modo ribadisco che è così. Non sai mai che aspettarti da un Vernon, quando sembra aver raggiunto l’apice della cattiveria eccolo lì a diventare ancora più cruento e crudele… O magari in futuro si pentirà? O peggiorerà? Insomma, ti dico la verità, nella vita reale preferisco le persone buone ma quando leggo preferisco quelle cattive, che riservano sempre sorprese e non annoiano.

    1. Sì, mi ricordo! I cattivi sono spesso sfaccettati, interessanti e ti catturano. Poi, ovvio, ci sono gli scrittori bravi (no, non sono fra quelli.. ma neanche dei cattivi se per questo), che riescono a rendere interessante anche il protagonista buono. Anche se, personalmente, il protagonista buono lo considero di più quando non è un cavaliere intonso, ma quando ha le sue pecche, i suoi difetti.. spero di essermi spiegato!
      Vernon ha ancora un bel po’ da raccontare. Su questo non ci sono dubbi!! 😉

  5. Il paragone con Faulkner non era piaggeria. La polvere,il sangue,la rabbia e l’alcool si sentono, scorrono nelle parole come nelle vene e sulla pelle e lasciano un senso di malessere in fondo allo stomaco,come quando hai bevuto troppo e ti trattieni dal vomitare questo mondo e l’altro…

Si!?

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