Per chi suonò la campana… Marzo

Le Idi di Marzo

Contrariamente a quanto accade di solito, la curiosità intorno alla morte del Reverendo non scemò con il passare del tempo. La polizia locale, talmente passiva da poter essere considerata nostra complice, fu molto utile alla causa del Klan; la causa della morte, perciò, venne liquidata in breve tempo con l’etichetta di morte per annegamento. Ma tanto lo Sceriffo era restio ad investigare, quanto erano belligeranti le Associazioni per i Diritti Civili. In una cittadina come Leeville la morte del Reverendo, avvenuta nelle vicinanze di Trenchtown, dava modo alle Associazioni di farsi sentire e così, complici le forti pressioni ad alti livelli, Terence Hopkins diventò più utile da morto che da vivo.
I giornali del Nord, pagati da associazioni comuniste, cannibalizzarono la notizia fomentando la balzana idea di un regolamento di conti, mentre l’FBI incominciò a farsi viva con frequenza a Leeville per ficcanasare sulla questione.
I due agenti dell’FBI scelti per far luce sulla morte del Reverendo, l’agente Carter e l’agente Smithson, dopo varie investigazioni sul luogo e la routine della raccolta delle prove, per quanto mi chieda quali prove visto il fango e la devastazione dell’acqua, concentrarono i loro sforzi sul Klan. Che questa diligenza fosse quella delle grandi occasioni, credetemi, è tutto da dimostrare. L’unica cosa sicura è che l’FBI voleva metterci la faccia e cercare di non farsi trovare impreparata sul caso.
Il mio turno nell’interrogatorio fu fissato per il primo giovedì del mese. Il mese di marzo era iniziato in maniera stranamente tranquilla, presentando un tempo più soleggiato che sembrava un’anticipazione di primavera.
L’interrogatorio era previsto presso lo Sceriffo di Leeville, il cui caseggiato bianco, che riportava ancora impressi i segni dell’alluvione e dei detriti che l’avevano colpito, era stato requisito dagli agenti di Washington e trasformato nel loro quartier generale.
La segretaria dello sceriffo, Maria Higgins, mi fece accomodare su una delle sedie di legno nella sala d’attesa, mentre lei si rimetteva a battere furiosamente sulla macchina da scrivere.
– Hai un conto in sospeso, Maria? – le dissi ridacchiando.
– Vorrei buttare questo pezzo di ferraglia dalla finestra! – rispose – Ma sono sicura che, se lo facessi, mi troverei a redigere tutto a mano per i prossimi vent’anni –
– I fondi sono pochi? –
– Pochi è una parola grossa, tesoro – mugugnò riprendendo a battere sulla tastiera. L’attesa durò molto più del previsto e così, non avendo niente da leggere o da fare, incominciai a seguire il ritmo di battitura della Sig.ra Higgins. Questo mi permise di svagarmi un po’ prima di ritornare a guardare il soffitto, nella speranza che l’interrogatorio sarebbe durato poco. Speranza che, come spesso succede, fu disillusa.
Solo verso la metà della mattinata venni convocato nell’ufficio dello sceriffo da quello che, durante il lungo interrogatorio, mi venne presentato come l’agente Carter.
– Buongiorno Sig. Stanford – disse l’altro agente, che si presentò come Smithson. L’uomo, capelli castani che contornavano un viso pallido e magro su cui torreggiavano dei grossi occhiali dalla montatura nera, era seduto al tavolo con una tazza di caffè sulla sinistra, un quaderno dalla copertina nera e una penna stritolata in mezzo ai denti. La tazza riportava il motto: If You’re Right, Never Turn Left.
Da un semplice e formale saluto partì una chiacchierata di quasi due ore. I temi principali furono quelli dell’alluvione “Dove stava lei quel giorno a quella data ora?” e richieste, più o meno velate, di informazioni su Vernon “Dov’era lui? Cosa vi ha detto?“. Niente che non fossi preparato ad affrontare. I due agenti si scambiavano spesso i ruoli, ponendo domande impreviste o ripetendo la stessa domanda a distanza di diversi minuti. L’agente Carter mi chiese se potessi provare le mie informazioni, risposi cortesemente di no. Mi chiesero se avessi un alibi per quelle giornate: io risposi “non pensavo me ne servisse uno“.
I punti su cui tornarono più spesso furono gli avvenimenti successivi alla prima ondata del Sekuta, gli spostamenti dei membri del Klan e così via. Non aprii bocca. Io non mi ero mosso dalla veranda di Vernon, e in generale da casa sua, durante tutto il periodo dell’inondazione e quindi non potevo sapere niente. Tutto quello che dissi fu scritto, con grafia sicura e molto chiara, sul grande quaderno nero.
Vi giuro, non avevo mai visto qualcuno prestare così tanta attenzione a quello che dicevo da quando ero sotto le armi.
L’interrogatorio finì intorno intorno a mezzogiorno e quando uscii dalla porta vidi altre persone che stavano aspettando il loro turno. Scambiai un cenno del capo con qualche conoscente e poi mi diressi a prendere un hamburger e una bibita per pranzo. Avevo una fame da lupo dopo tutte quelle ore passate sotto torchio.
Il giovanotto bruffoloso che mi servì si chiamava Mike e, a quanto sembrava, aveva un disperato bisogno di parlare.
Nel breve tempo di attesa mi raccontò qualche stucchevole notizia di gossip cittadino e mi riferì dell’arrivo a Trenchtown, verso la metà del mese, di un artista locale molto famoso, tale Eddie “Dobro” Simmons.
Mike mi disse che il blues gli non piaceva e gli preferiva di gran lunga il country, cosa che, mentalmente, approvai. Poi si sporse sopra il bancone e, sussurrando come fosse una spia, mi disse che loro erano eccitatissimi all’idea del suo arrivo.
Quando tornai a casa e incontrai Vernon sulla veranda capii che la mia indifferenza non era contagiosa e la notizia non sarebbe morta nella culla.
Lo ammetto, casa mia ormai la frequentavo pochissimo e Vernon era diventato uno dei miei migliori amici a Leeville.
– Ciao Vern! – mi sedetti di fianco a lui sulla veranda. Vidi che aveva incominciato già da un po’ a bere. Aveva la faccia floscia come quando bevi troppo e diventa insensibile. Il moonshine fra le sue mani spandeva in aria il suo odore pungente.
– Ciao  Roger – la voce era impastata ed i movimenti lenti e pesanti – Com’è andata con gli sbirri? –
– Tutto ok. Mi hanno fatto un culo tanto, ma non avevo molto da riferire. Secondo me finirà come logico e diranno che è stata la pioggia a seccare il Reverendo – allungai i piedi sulla veranda, guardando la punta consunta delle scarpe.
– Ottimo. Mi sono arrivati degli ordini dal Klan, amico mio – mi guardò con le palpebre a mezz’asta – dobbiamo prepararci a fare il diavolo a quattro quando verrà quel negro a suonare giù a Trenchtown –
– Chi? Simmons? – chiesi – Ne ho sentito parlare poco fa alla tavola calda –
– Bravo Roger, lui. Quei negri l’hanno invitato al Black Cat e noi dobbiamo far sentire la voce del Klan. Dobbiamo fargli capire che qua, lui e le sue canzoni, non le vogliamo –
– Cosa vorresti fare? – per la risposta attesi la sera successiva.
Il Klan sarebbe stato presente, in forze e con i paramenti del caso, nei dintorni del Black Cat. Avremmo bruciato croci e spaventato quei bianchi così stupidi da andarci. Per loro, invece, avremmo riservato un trattamento ben diverso.
Le settimane successive organizzammo il picchetto, mentre il giorno del concerto salimmo sui nostri pick-up e formammo i gruppi nei dintorni del Black Cat.
Vi posso assicurare una cosa: gli ampi vestiti bianchi, i cappucci appuntiti e i paramenti erano terrificanti e trasmettevano un’energia bellicosa a tutti i ragazzi.
Di sera, per aumentare l’effetto, piantammo le croci che illuminarono, con il loro fiammeggiante monito, la strada e lo spiazzo di fronte al locale. Per scaldarci e passare il tempo bevemmo moonshine e spaventammo le poche auto provenienti da Leeville facendole tornare verso casa.
Nessuno lo diceva, ma tutti erano alla ricerca di una grande rissa. Che trovammo qualche ora dopo.
La nostra presenza sul loro territorio fece uscire qualche parola di troppo che diventarono ben presto screzi e poi una vera e propria caccia all’uomo.
Vernon, sempre il primo a gettarsi nella mischia, scese dal suo pick-up Ford e si diresse verso un negro enorme, alto almeno una spanna più di lui. Il ragazzo, che venimmo poi a sapere chiamarsi Floyd, era vestito in maniera semplice e portava un capello floscio calcato sulla grossa testa rasata. Al suo fianco c’era una ragazza minuta con vestiti così colorati da essere quasi chiassosi nel loro accostarsi uno all’altro.
Il ragazzo, scostando la ragazza e gridandole di fuggire verso il locale, cercò di calmare gli animi. Anni e anni di angherie lo avevano reso passivo. Disse che era uscito per vedersi il concerto, voleva solo ascoltarsi le ultime due hit del cantante (Your Love Will Not Last Forever I’ll Not Live Long Enough To Kiss You Goodbye) e poi tornarsene a casa.
Vernon però era sordo a quelle motivazioni e aveva puntato Floyd, tanto che sembrava aver un conto in sospeso con quel negro. La furia con cui si abbatté sul ragazzo fu esagerata, animalesca. L’alcool lo aveva reso cattivo.
Si scambiarono ancora qualche parola, ma non fui capace di udirla. Vernon sibiliva qualcosa in faccia al ragazzo, mentre questi, con gli occhi fuori dalle orbite, stava balbettando qualcosa alzando le mani con i palmi di fuori.
Vernon non venne smosso dalle parole di Floyd e lo attaccò senza pietà alcuna. Il coltello del nostro leader, grande quanto un braccio di un bambino, volò nell’aria andando a colpire ripetutamente mani e corpo del negro. Il suono scoppiettante che sentii era simile a quello che udivo al mattatoio. Ancora oggi rabbrividisco al solo pensiero di quel rumore.
Vedendo il nostro leader muoversi e affondare la lama nel corpo del ragazzo, ci facemmo coraggio e partimmo anche noi. Fu così che iniziò la grossa rissa del Black Cat: impari come numero e come armamenti. I combattimenti finirono in poco tempo, massimo qualche minuto, e il risultato fu di un morto, Floyd non sarebbe riuscito a sopravvivere alle ferite subite, e una mezza dozzina di feriti.
Sulla strada del ritorno, i nostri canti e gli inni riempirono la notte.
Marzo non sarebbe stato un episodio isolato. Questi eventi non lo erano mai.

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41 Replies to “Per chi suonò la campana… Marzo”

      1. Bene bene. Sto cercando di portare avanti la storia e se si sente ancora l’odio, allora funziona bene.
        Volevo vedermi Mississippi Burning, ma rimando a post-racconto.

  1. Scritto bene, caro Zeus, scritto dannatamente bene, ma lo sai perché già da qualche post imbratto questo box, a me continua a ribollire il sangue. È questa parte me l’aspettavo, prevedibile come quei caxxoni del Klan. Il rischio però – comune a quasi tutte le narrazioni anche cinematografiche di questa serie di eventi – è che quei caxxoni del Klan, con le loro palandrane e retaggi di un ordine cavalleresco di cui ignorano le minime regole, vengano in maniera sottile mitizzati…Mi spiego: nazisti (con le loro croci uncinate e altri simbolismi) , fascisti (con le aquile e fasci littori, stuprati nella loro storia millenaria) hanno sempre avuto un’immagine “cool”, terribilmente attraente, fascinosa; gli uomini di colore, gli ebrei, gli anti-fascisti hanno sempre appiccicata l’immagine della “povera vittima sacrificale”. Non è un’immagine “cool”: se tu stessi in quel racconto e dovessi scegliere tra vivere a Leeville o Trenchtown, nessuno sceglierebbe – legittimamente – di andarsi a infilare in quel l’inferno di Trenchtown. Quando è chiaro da che parte essere!
    Stessa cosa di Romanzo criminale (il film). Ne scrissi tempo fa. I rappresenterai di una delle bande più feroci l

    1. Scusa sono sul telefono ed è partito l’invio…Dicevo, i rappresentanti di una delle bande più feroci e con tutta probabilità invischiate in stragi terroristiche, mitizzati da attori, tutti belli, bravi e fighissimi, con personaggi “vincenti e dannati” cinematograficamente parlando. Il poliziotto interpretato da Accorsi, praticamente un deficiente e

    2. Grazie mille redbavon.
      Ti rispondo qua… spero di riuscire a unire tutti i pensieri che ho in testa.
      Questa parte era prevedebile? Già, le mosse e le contromosse sono sempre le stesse. Quando si sentono il fuoco alle terga, ecco che fanno la voce grossa. E così è stato. La mitizzazione di questi estremisti è un rischio ma la storia, per come me la stanno raccontando i personaggi, deve andare così. Deve esserci questo passaggio e questa sensazione. Non so come spiegarmi meglio. Tutto sarà più chiaro, più limpido in un secondo tempo (spero).
      Ovvio che, leggendo, ti verrebbe da scegliere Leeville rispetto a Trenchtown. Trenchtown non ha neanche il romanticismo della povertà, anche perché non gli è concesso. E, sfortunatamente, molti dei libri che ho letto (o i romanzi) narrano tutti la stessa cosa: condizioni di vita oscene, catapecchie e lavori miseri nella parte bianca della città. Questo non significa essere persone misere, anzi, nella mia testa tutto è chiaro, tutto ha un senso. Scegli Leeville perché è più comoda e pulita, ma non è una bella città.
      Concordo su Romanzo Criminale (io preferisco la serie): i criminali sono belli, dannati e vincenti… i poliziotti sono tormentati e poveri. Cosa che sembrerebbe anche nella realtà, ma sono le qualità umane che li contraddistinguono. Sono queste che vincono sulla marea di soldi che gli altri hanno.
      Giuro, spero di riuscire a portare a termine come è nella mia testa questo racconto, perché tutte le parole che sto scrivendo ora avranno un senso compiuto.

      1. La mia non era una critica, mio caro, ma un supporto per farti dire dai tuoi personaggi la strada per guidarti secondo ciò che so che tu senti è che condividiamo.

      2. Infatti, non l’ho presa come critica. Stavo cercando di spiegare, prima di tutto a me, cosa sto cercando di fare.
        I personaggi mi parlano, infatti mi stanno già dicendo cosa succederà ad Aprile e nei mesi successivi.

      3. Ho ritenuto meglio chiarire perché con la scrittura remota e da un telefonino le mie capacità espressive sono più limitate del solito 😉

      4. Io non posso dire neanche quello… sono proprio incapace di scrivere 😀 eheheheheheheheh
        Comunque grazie del supporto.

      5. In effetti il ghost-writer sa il fatto suo!

        Ps: tu non sai che fastidio mi da scrivere “negro”. Mi è difficile… A volte sfrutto quanto fatto da The Walking Dead e li chiamo “loro”, ma è solo un cerotto.

      6. Viene dal latino e non sarebbe peggiore di “uomo di colore” (allora pure i cinesi? E certi nostri siciliani e napoletani?), se non fosse che è stato stuprato da quegli ignoranti di yankee e caricato di odio e disprezzo. Il tuo corsivo quando lo scrivi tradisce la tua repulsione, quando invece il bianco (par condicio spregiativa di colori) che parla lo pronuncerebbe in grassetto.

      7. Già, questo sì. Il termine è stato così intriso d’odio da essere inutilizzabile. Ironicamente è stato adottato dagli stessi afroamericani per descrivere sé stessi: yo nigger. Che poi è il nero che dà del nero al nero.
        Grazie per aver notato la cosa del corsivo… il bianco lo griderebbe, nei film sarebbe associato a qualche gesto di derisione, qualche tic fisico che ne sottolinerebbe l’essere “colore perdente”.

  2. Vai a tutta velocità eh, la storia ti preme proprio dentro per farsi raccontare! (infatti ci sono un po’ di refusi -che di solito non ci sono-, non lo dico per farmi odiare ma solo perché supportano la mia tesi della velocità…)

    Come scorre via bene, non c’è niente fuori posto… Si sente l’odio puro, l’odio che non ha nemmeno bisogno di una scusa per tradursi in violenza e omicidio, insomma è chiaro che la ragionevolezza è stata persa da un bel po’ di tempo…

    Sono proprio curioso di sapere dove ci porterai…

    1. Sì, la storia va a tutta velocità. Ti ringrazio per la nota dei refusi… ho fatto le necessarie correzioni (correggendo anche il senso delle frasi post-modifica).
      Adesso dovrebbe essere tutto ok.
      Sì, questo è stato un capitolo odioso nel vero senso del termine. C’era molta cattiveria, molto odio… e tutto gratuito. Bestiale, direi.

      Sto già pensando ai prossimi capitoli. Appena ho tempo li butto giù!

      Grazie mille per il commento e l’avvertimento ivanof!

      1. (commento di servizio, cancellalo pure)

        Il mese di marzo era iniziato in maniera stranamente tranquillo (->tranquilla)
        quando uscì (->uscii) dalla porta vidi altre persone
        si chiamava Mike che (->e), a quanto sembrava
        il blues gli non piaceva
        Aveva la faccia floscia come quando bevi troppo (qui ci va un “e”?) diventa insensibile
        i paramenti erano terrificanti e trasmettevano un’energia (qui ci va un aggettivo?) a tutti i ragazzi.

        Niente di che, rileggendosi da soli è facile che qualcosa sfugga… 😉

      2. Non cancello, anzi ti ringrazio pubblicamente per la gentilezza.
        Ho fatto le correzioni, mi erano sfuggite all’ennesima rilettura del racconto eheh.

      3. Sì, mi immaginavo che fossi già proiettato sui prossimi capitoli…
        Rileggendolo ho notato una cosa interessante che mi era sfuggita: l’involontaria ironia di Roger quando dice “L’alcool l’aveva reso cattivo” parlando di Vernon. Certo, perché da sobrio era una personcina a modo….
        Alla prossima
        Ogni bene!

    1. Amica mia, grazie per il paragone importante!!! Non ne sono degno, su questo è sicuro!
      E l’ho detto anche per gli altri rimandi che mi hanno fatto qua su blog..

Si!?

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