Per chi suonò la campana… Febbraio

Il Sekuta River

Lo straripamento del Sekuta River, uno dei fiumi che alimentano il Weiss Lake, fu l’evento principale del mese di febbraio. Almeno finché non fu passato abbastanza tempo.
Le piogge, che non avevano accennato a diminuire dalla fine di gennaio, erano un muro d’acqua costante per tutta la giornata. Il continuo maltempo aveva reso la città indolente. La popolazione di Leeville sembrava vagare per le strade, indifferente a tutto quello che la circondava. Anche noi del Klan subivamo gli effetti nefasti del continuo piovere e avevamo diradato le nostre attività tanto da ridurre al minimo la nostra presenza e preferendo alla politica la birra.
La forzata inattività, per quanto fosse preferibile rispetto alle interminabili ore sotto la pioggia, sfociava spesso in risse o violenti alterchi.
Vernon, quel mese di febbraio, era sempre in viaggio fra una città e l’altra dell’Alabama e aveva lasciato il controllo delle attività del Klan di Leeville al suo braccio destro, un ragazzone grasso e dallo sguardo porcino di nome Harry. Il ragazzo era entrato nel Klan alla metà del 1947 ed era diventato in poco tempo uno dei punti di riferimento, per lo più logistici, dell’organizzazione. Per quanto il vice fosse dotate di capacità organizzativa, la mancanza di un carisma palpabile portava ad un rilassamento generale e all’inattività.
Al tempo eravamo affamati di novità e le uniche che ci venivano date, oltre alle notizie riportate dai giornali, erano quelle portate da Vernon.
Il Klan è stufo di vedere come si stanno mettendo le cose. Le Associazioni dei diritti civili che li supportano stanno alzando la voce e non va bene. Dobbiamo mandare un messaggio chiaro. Qua, nel Sud, non c’è spazio per nessuna integrazione. Che se ne stiano nel loro quartiere. Abbiamo già abbastanza immigrati qua a Leeville, ed in Alabama in generale, per doverci occupare anche di qualcuno di loro che alza la testa e pretende qualcosa che non gli appartiene  – diceva alla mezzaluna di uomini che lo guardavano muoversi inquieto nel salotto.
L’indolenza si ruppe e la situazione precipitò verso il caos quando il Sekuta River straripò. L’inattività fu spazzata via dalla forza dell’acqua e dei detriti che essa trasportava.
Non potrei descrivervi l’effetto che fa una massa d’acqua così grande che vi investe senza incontrare resistenza alcuna.
Il Sekuta è un fiume abbastanza grosso che sfocia nel Weiss Lake, il lago che dista alcune decine di chilometri ad Est di Leeville. Le settimane di pioggia intensa avevano gonfiato la portata, complice il carico di legname e detriti che il fiume si portava appresso, fino a fargli abbattere gli argini e liberare la sua furia contro Leeville prima e Trenchtown dopo.
I danni alla città furono enormi. Molte case furono danneggiate dai detriti o dal fango, mentre la biblioteca cittadina fu sommersa dall’acqua fetida e tutti i libri furono ridotti a carta straccia o portati via dalla corrente. Main Street si trasformò in un fiume in piena e non era raro vedere alberi o pezzi di case trascinati dalle onde imbizzarrite.
Se Leeville fu colpita in maniera periferica dai cumuli di fango e macerie, la furia dell’acqua si abbattè in maniera pesante su Trenchtown. Il centro del quartiere negro, che si trovava nella conca, fu sommerso da una colata di fango scuro e rottami. Le bettole, costruite in legno e lamiere, furono completamente distrutte o schiacciate dal fiume, così come furono distrutti gli orti privati o qualsiasi spazio comune. Gli abitanti nella conca furono travolti dalle colate di fango o investiti dai detriti, morendo annegati o per le numerose ferite riportate nella battaglia per la vita. Flottiglie di cadaveri veleggiavano immobili sulle acque scure del Sekuta.
Le attività di soccorso furono molto lente, spesso a causa dell’incompetenza generale o per la mancanza di effettiva volontà di salvare l’insalvabile, mentre le sofferenze di Trenchtown furono accolte dall’indifferenza generale o da cinici commenti sulla maggiore efficacia della natura rispetto ai metodi del Klan.
L’inondazione durò in tutto un paio di giorni. I soccorsi, a causa della situazione drammatica, arrivarono anche da altre parti della città e il Governo centrale stanziò fondi per portare sollievo alla popolazione di Leeville. In misura minore, pari ad oltre un centesimo dei soldi stanziati per Leeville, anche per Trenchtown.
Solo alla fine della settimana, complice la diminuzione delle piogge e gli immani sforzi dei vari reparti, si riuscì ad arginare la furia del Sekuta e portare un po’ di tregua alla cittadina martoriata.  Trenchtown così passò dall’essere sommersa dall’acqua all’essere una pozza di fango da cui emergevano rottami, cadaveri e case rovinate.
La cronaca locale seguì lo straripamento del Sekuta con diversi articoli, il calcolo dei morti fu nell’ordine di diverse centinaia di caduti. Quello che fece più scalpore, però, fu il ritrovamento del corpo del Reverendo Terence Hopkins dalle parti di Houston Road, una strada che divideva come una frontiera Leeville da Trenchtown.
Per chi non lo conoscesse, il Rev. Hopkins era il leader spirituale della comunità negra.
Vi dirò, con tutta onestà, che era una persona carismatica e di buona cultura per essere uno di loro. Terence Hopkins svolgeva il suo servizio nella Chiesa Pentecostale del Gesù Redentore a Trenchtown. Da quanto riportavano i giornali, i suoi sermoni erano ardenti e ispirati tanto quanto le belluine invettive di Vernon.
Nato verso la fine del 1800, Terence Hopkins, già da piccolo, aveva un fisico grande e grosso. Di quelli che mettono una paura del diavolo. L’adolescenza, privata dalla guida paterna a causa di una malattia, fu subito segnata da violenza e risse che, complice l’abuso di alcool, lo portarono a scontrarsi spesso con altri della comunità negra e, in alcune occasioni, anche con la popolazione bianca dell’Alabama.
Questo avvenne durante gli anni ’20 e, vi posso assicurare, fu molto fortunato ad uscirne con solo una gamba zoppa e una ragnatela di cicatrici sulla schiena ed il lato sinistro del viso scarificato.
La discriminazione e la violenza subita non fermarono Terence che, incontrata Tisha Porter e bandito l’alcool dalla sua vita, si concentrò per migliorare la vita della sua gente. All’età di trent’anni, Terence Hopkins sposò Tisha Porte e un’anno dopo ebbero una figlia di nome Theresa Hopkins.
Dopo la nascita della figlia, Terence Hopkins smise le battaglie sul campo e, complici le sempre più fragili condizioni di salute, nel 1948 diventò predicatore acquisendo il titolo di Reverendo.
Il pulpito diventò il suo terreno di scontro, come la strada e i campi quello di Vernon. Piantammo più croci fiammeggianti di fronte alle sue case, visto che cambiava spesso indirizzo per paura degli attentati, che di fronte a quelle della sua gente.
Voi non potete capire come si stava qua nella Contea di Cherokee nel 1952. La tensione, per colpa loro e del loro atteggiamento aggressivo, era insopportabile. Quelli non capivano che era nel loro interesse restare a Trenchtown.
Se l’alluvione colpì duramente i negri, la morte del Rev. Hopkins fu un durissimo colpo e provocò ben più di qualche mormorio.
Per quanto fosse una presenza deleteria per la nostra pace cittadina, il Reverendo riusciva comunque a tenere calma quella parte della popolazione negra più scalmanata. Dall’altra parte, senza Hopkins, noi del Klan eravamo in fermento.
Senza la sua presenza ingombrante, avremmo potuto far sentire la nostra voce e le croci fiammeggianti sarebbero ritornate ad illuminare le notti di Trenchtown.
Forse si sarebbe potuto raggiungere anche qualcosa di più, ma non vorrei dire altro, sto già parlando troppo.
Quando Vernon Reid ritornò in città, mi presi l’onore di aggiornarlo degli avvenimenti; per questo motivo mi appollaiai sulla veranda e gli parlai nel momento stesso che posava il pesante scarpone sul terreno fangoso.
Sembrava molto stanco e il volto era tirato e pallido, come se dovesse trasportare un grosso peso che noi, umani, non avremmo potuto capire.
– Hai sentito Vern? Hopkins è morto – gli dissi
– Quando? –
– Sembra durante la grande alluvione del Sekuta – risposi. Non riuscii a trattenermi e così gli raccontai tutti gli avvenimenti dei giorni scorsi: l’alluvione, i danni in città, i morti e il ritrovamento del cadavere di Hopkins, a faccia in giù nel fango e con il cranio sfondato, in un fossato su Houston Road.
– La polizia è intervenuta? –
– No, non si sa niente. I giornali hanno riportano la notizia della morte, ma dicono che è stata colpa della forza della corrente. Molto probabilmente stava scappando da Trenchtown quando è stato travolto dalla piena ed ucciso. –
– Bene. Anche la natura ha deciso di darci finalmente una mano! – mi batté le mani sulle spalle, infilzandomi le dita nelle scapole. Sotto le palpebre pesanti e le sopracciglia aggrottate aveva quello sguardo serpentino, lucido, fisso e pericoloso, che avrei imparato a conoscere. Tentai di divincolarmi dalla presa, ma mi sembrava di essere cascato in una pozza di catrame.
Vernon si umettò le labbra e poi stirò le labbra in un sorriso.
– Bene, cazzo. Bene. – ripeté – Ah, che coglioni! –
E poi, lasciandomi le spalle, incominciò a lanciare una serie di epiteti che non sto qui a riportare.

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40 Replies to “Per chi suonò la campana… Febbraio”

  1. Adoro come racconti le storie, hai il piglio da serata di fine estate, intorno ad un tavolo di legno all’aperto… anzi no, un tavolo di quelli di cemento sotto un pergolato di uva e glicine, con il sole che scende dietro le colline e l’aria che pizzica dopo il sole caldo del giorno…
    Mi piace veramente tanto… è tosto ed è un racconto veramente bello.
    Bravo DiodiUnDio…clap clap!

    1. Grazie mille, Tati.
      Cerco di raccontare una storia che si sta facendo via via più chiara nella mia testa. Ci sono molti particolari che questa storia ha da dirmi e io attendo paziente… so che arriveranno tutti o, almeno, quasi tutti.

      1. e noi attendiamo con te… 🙂
        sta venendo veramente bene, riesci a descrivere i personaggi, il luogo, l’atmosfera, tutto con parecchi dettagli, senza scivolare nel troppo ma rimanendo nel giusto… per essere Il Dio… sei equilibrato… sì sì.. 😀

      2. Ah, bene! Sono contento di sentire che, nonostante le tante informazioni e il pericolo di scivolare nel “peggio”, nel “già sentito” o nella volontà di stupire con particolari sempre peggiori o osceni, sono riuscito, fino ad ora, ad essere equilibrato.

      3. ti stai comportando come un funambolo professionista, non troppo in alto da correre rischi e risultare esclusivamente un puntino, oscilli con grazia, regalando stupore e meraviglia…. e un po’ di inquietudine… che è quella che fa tenere gli occhi aperti e il cuore sul “chi va là” a vedere che succede

      4. Ottimo!!!! 🙂
        Grazie mille per la descrizione. Mi piace molto.
        Ti giuro, sarebbe così semplice scadere nel becero e nel volgare… e nello stereotipo. Ma non sono così e cerco di non farlo (per quanto, ovvio, a volte dovrò metterci i piedi dentro).

      5. un bel pediluvio nella melma… una bella pulita e i piedi ripartono consapevoli di dove son finiti… ci sta! 🙂

      1. Ma non mi piace proprio perché è merletti e cipria!
        Sí, tante volte si scrivono personaggi negativi che però assumono aspetti eroici, i cui gregari meno cattivi ma anche meno eroici sembrano peggiori.
        Per ora non è ancora cosí. Vedremo se ci saranno evoluzioni e cambiamenti alla American History X.

      2. Non si sa. Potrebbe esserci qualche forma di redenzione o solo la dannazione completa. Solo i mesi che passano diranno quale sarà il risultato di questa storia.
        Bello American History X… dovrei rivedermelo.

  2. Non so Zeus…Più leggo e stai raccontando davvero bene, più mi viene di tirare il “libro” fuori dalla finestra. Non riesco a stare lì a leggere questa feccia della feccia umana, che si compiacciono e gustano morte e distruzioni. No, non ci riesco a stare fermo. Quelle tragedie del “1952” non sono servite a nulla. Martin Luther King si sta rivoltando nella tomba. Leggendo mi sembra di essere quasi complice perché (de)scrivi dannatamente bene.
    Manca solo che venga fuori che si scopra che il reverendo è stato ucciso da un poliziotto e le felpe con scritto su “Leeville”

    1. Già. Ci sono così tante cose che hanno un richiamo attuale… e non mi serve neanche fare molta fatica ad immaginarmi qualcosa: apro il giornale e trovo qualche notizia in merito.
      Sono contento dell’effetto “complice”… vediamo come si evolve nel corso del tempo.
      Ehhhh… l’ultima cosa che hai scritto sa molto di USA del 2016… attualissima.

      1. C’è chi aveva il cappuccio per nascondere il volto, ma anche la help serve a nascondersi tra i banchi del Parlamento e tra quelli che dicono:”non sono razzista, ma…”
        Sono diventati più furbi

      2. Molto più furbi. Si mescolano meglio nella società.. Anzi, se posso dirlo, non sono furbi: sono più subdoli. Perché è semplice trovare l’eccezione nel tuo pensiero e, quando la trovi, ecco che c’è materia su cui lavorare e scavare e far ardere la fiamma razzista.

  3. Proprio bello. Mi scordo di stare leggendo, mi sembra di essere lì, sotto un portico malandato, con un vecchio barattolo da conseva al posto del bicchiere, pieno di mint julep. Mi gratto i morsi delle zanzare sulle caviglie, il sudore cola dal collo e ascolto questa storia, non la leggo, la ascolto.

    1. Grazie mille Mela.
      Il tocco mint julep è di gran classe… anche perché, e do un’informazione caratterizzante, tutto il liquore presente in questo racconto (birre comprese) sono o del mercato nero o di produzione propria.
      La Contea di Cherokee è dry, nel senso che vieta vendita di alcolici (informazione vera in mezzo alla storia). Perciò tutti i liquori sono di contrabbando.
      E mi piace il fatto che l’ascolti e non la leggi 🙂 grazie mille.

  4. La prima parte ha un piglio quasi giornalistico-documentaristico, e si riconosce solo appena appena la voce del narratore… ma forse era necessario e forse (?) sono solo un cagacazzo .(sono così volgare che non saprei come dirlo altrimenti) Comunque la descrizione mi sembra credibile, verosimile (anche se ovviamente non posso sapere com’era davvero). Mi hanno colpito quei “cinici commenti sulla maggiore efficacia della natura…”: intendi commenti della popolazione in generale, all’infuori dal clan? A me sembra sia così, perché ovviamente il clan sarebbe meno potente senza una connivenza più o meno alta nel resto della popolazione, cioè sono i silenzi (e le tendenze più o meno accentuate verso l’estremismo) dei non-estremisti a permettere agli estremisti di manifestarsi. Anche questo mi sembra sempre attuale…

    1. Sì, la prima parte è un po’ un documentario.. dovevo gettare delle basi efficaci al tutto. Una narrazione di Roger sarebbe stata quasi “fuori luogo” perché, a mio parere, sarebbe stata troppo partecipe e non avrebbe dato bene risalto alla distruzione successiva. Perché l’oggettività del disastro e della sofferenza diventa quasi secondaria rispetto al movimento e ai pensieri dei personaggi.
      Quella frase l’ho lasciata un po’ indefinita apposta. Secondo me è una frase che è perfetta sia per il Klan sia per la gente comune, in fin dei conti stiamo parlando di uno stato che ha vietato fino all’ultimo momento possibile i matrimoni misti etc etc. La mentalità razzista è incarnata nella gente, anche nella maniera più soft (ma è un modo di dire, sia chiara) della battuta (che è un po’ il veicolo accettato per il razzismo). Il silenzio della gente è fondamentale per far sì che ci sia spazio per l’estremismo. E l’attualità è un fattore che, in qualche modo, sta influenzando questo racconto.

      1. Le reazione all’ascolto di certe battute in effetti può essere un indizio importante per capire cosa pensano le persone…
        Mi sta bene che l’attualità influenzi il racconto, sarei un po’ insofferente se il racconto fosse proprio ricalcato sulla realtà. Cioè, è legittimo per carità, l’hanno fatto in tanti. Però mi disturba, un conto è mostrare come certe cose in fin dei conti ce le trasciniamo dietro da più o meno sempre, un altro è parlare dello ieri perché non si vuole essere espliciti parlando dell’oggi. Oggi sono proprio in modalità cagacazzo, mi dispiace, speriamo che non duri!

      2. Già. Quello è sicuro. Ma la battuta viene vista come di secondo livello e perciò accettata. Sbagliando, ovvio.
        No, non sto cercando di fare un racconto ambientato ieri per non parlare dell’oggi. Sto raccontando una storia e, visto che non posso essere presente nel 1952 per avere una testimonianza diretta, cerco di trovare rispondenze nell’oggi. Ma è un racconto del ieri. Questa è una storia che pesca in tutto quello che conosco, leggo o disprezzo (il Klan) per narrare qualcosa. Cosa si capirà dopo. Spero di riuscire ad arrivare a quello che voglio nella maniera che voglio.

      3. Io ho alte aspettative. Non so cosa possa sembrare da quello che ho scritto, ma sia chiaro che non riuscirei mai e poi mai a mettere insieme una storia del genere (e allora perché mi permetto comunque di criticare? Perché è facile, suppongo, e forse perché altrimenti sembra che faccia complimenti tanto per farli, o forse solo perché non ho ancora trovato qualcuno che mi sfanculi…) quindi tanto di cappello a te!

      4. Ma sai che io cerco sempre delle critiche? Le preferisco… soprattutto se sono motivate e pensate.
        La critica ad minchiam (che non è il tuo caso, ovvio) è inutile, l’altra mi fa migliorare o guardare particolari che non avevo notato prima.

  5. “Sotto le palpebre pesanti e le sopracciglia aggrottate aveva quello sguardo serpentino, lucido, fisso e pericoloso, che avrei imparato a conoscere. Tentai di divincolarmi dalla presa, ma mi sembrava di essere cascato in una pozza di catrame.”
    Ovvero come descrivere due personaggi in neanche tre righe… Ti odio,Zeus!

Si!?

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