Per chi suonò la campana… Gennaio

La paura ha un suo odore.

Dove vivo, a Leeville – Alabama, non abbiamo dei veri e propri inverni. Non sono neanche delle estati fredde, in realtà. Sono solo delle stagioni indefinite che non incominciano e non finiscono. L’estate, quella vera, ci frigge le ossa, mentre l’autunno è così umido da farti sentire bagnato anche quando ti metti sotto le coperte.
Il 1952 era iniziato come sempre: il meteo era sintonizzato su un temporale incessante che aveva trascinato l’umore generale della popolazione più in basso dello scroto di un crotalo.
Con le piogge, il paesaggio nei dintorni di Leeville si trasformava in un acquitrino. La pioggia sottile e costante rendeva il paesaggio cittadino una serie di sfumature di grigio, ma era la parte a sud della città, dietro la collina Morton, a trasformarsi in un pantano impraticabile.
Cosa c’era dietro la collina Morton? Trenchtown, la loro parte di città.
Il quartiere negro era una serie di casupole diroccate, verande macilente e strade ciottolose e dissestate gettate alla rinfusa, senza il minimo ordine. In Trenchtown non c’erano molti alberi e, quando cresceva, l’erba era ruvida e selvaggia. Rispetto alla città, il quartiere negro era affossato dentro l’avvallamento nato a seguito di qualche guerra o come periferia dei veccchi accampamenti indiani. La buca enorme, dove erano accatastate la maggior parte delle case di lamiera, era il centro del quartiere.
Per noi, però, non è un quartiere da frequentare. Non ci faranno mai niente, non hanno il coraggio di ribellarsi.
Sono dei codardi – diceva sempre Vernon – ci devono tutto, vita, lavoro e cibo.
Per noi entrare a Trenchtown è attività pericolosa, visto che dagli anni ’20 in avanti almeno una decina di negri sono stati passati al cappio da membri del Klan. Vernon mi aveva mostrato una foto ricordo di una di queste razzie del 1921. Nella diapositiva, rovinata dal tempo e in bianco/nero, si vedeva una folla bianca appostata di fronte ad un lampione da cui pendeva un’ombra scura contorta.
Non serve che vi dica cos’era quell’ombra.
Dopo tre anni passati a dipingere case e fattorie, impiego trovato da Vernon, avevo iniziato quell’anno senza un vero lavoro. Cosa resa ancora più difficile da un tempo inclemente che rendeva tutti di pessimo umore. Visto che il lavoro continuava a sfuggirmi come un vitello al rodeo, avevo preso l’abitudine di passare le giornate sulla veranda di Vernon a scolarmi birre e leggermi dei fumetti. Il proprietario della veranda, al tempo, non sembrava troppo interessato al concetto di lavoro: si occupava, a suo dire, del benessere della nostra causa.
Tali questioni coincidevano con improvvisi viaggi fuori città del mio amico e molte riunioni segrete. Mi farebbe piacere riferire i dettagli, ma essendo diventato un Knight del Klan solo nella seconda metà del 1951, ero considerato un novizio e, perciò, escluso da qualsiasi elemento interessante.
Dobbiamo liberare la nostra città dalla loro presenza –  diceva Vernon – sono arrivati come ratti sulle navi e non riusciamo a toglierceli di torno. Ci hanno rubato il lavoro, ci stanno rubato tutto. Questa Nazione non è stata fondata da loro, ma da gente come noi. 
Lo diceva gonfiando il petto e battendo la mano delle dimensioni di un badile sul petto. Il suono che ne usciva richiamava quello della grancassa della banda del paese nei giorni di festa, ma non richiamava nessun divertimento.
Abbiamo grandi piani, fratelli miei, non posso dirvi oltre per il momento. Abbiamo una visione e la volontà di ritornare ad occupare la nostra terra e riprendere possesso di ciò che è nostro. Questo ve lo prometto.
Ci guardava uno ad uno negli occhi, con quella pausa drammatica e carica di un significato ecclesiastico. Lui aveva svelati i misteri della fede, spettava a noi seguirlo lungo il sentiero di guerra. La sua violenza era il nostro latte materno.
Solo nella seconda metà del mese Abraham “Abe” Cutterhill, anch’egli affiliato al Klan, è riuscito a farmi assumere al mattatoio. Vi giuro, ho ucciso più animali io in una giornata di lavoro, che qualsiasi bambino sadico nella sua adolescenza.
Nelle ore al mattatoio ho imparato ad uccidere e a riconoscere l’odore che, col tempo, avrei associato alla paura.
Perché la paura, come ogni cosa, ha un suo odore – diceva Vernon.
Era la tempesta ad accompagnarmi a casa quando uscivo dal lavoro. Era il rombare del cielo nero come il carbone e la pioggia battente che mi inzuppava i capelli lasciandomeli appiccicati alla testa come alghe a farmi arrivare sulla veranda di Vernon e affossarmi nella sedia a dondolo.
Vedevo la gente muoversi come le formiche sotto la lente d’ingrandimento.
In quel gennaio del 1952 si respirava un’aria strana, qualcosa fermentava come immondizia lasciata a marcire dentro una botte.
In apparenza tutto era come sempre: la pioggia tempestosa e l’umidità perenne, noi nella parte alta della città e loro nella buca, immersi fino alle caviglie nella fanghiglia puzzolente di Trenchtown.

Nessuno poteva saperlo in quel momento, ma da lì a poco l’anno avrebbe cambiato marcia, facendo rotolare le tessere del domino verso la loro necessaria e naturale posizione.
Tutto sarebbe peggiorato.

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28 Replies to “Per chi suonò la campana… Gennaio”

    1. Grazie mille Mela. Paragoni importantissimi! Sento una responsabilità di risultato per questa storia.

      Ti dirò una cosa: King non lo leggo da diversi mesi, perciò è un’influenza distante… Lansdale è più recente e, perciò, molto probabile che sia presente fra le righe.

      1. Io penso che tu debba scrivere come sai e sarà molto bello. Mi piacciono molto queste atmosfere, ho ricordi di libri molto amati, Furore, Il buio oltre la siepe ma anche le ambientazioni di una certa filmografia americana anni ’60, il primo titolo che mi viene in mente “La calda notte dell’ispettore Tibbs”.

      2. Infatti sto cercando di scrivere nel mio stile. Per quanto, ovvio, questo sia influenzato in maniera pesante da tutto quello che leggo, mescolo, rielaboro e poi risputo fuori.
        Il buio oltre la siepe è un titolo eccezionale.

  1. si sente l’umidità nell’aria… quella mancanza di ossigeno al limite dell’asfissia che rende tutto appiccicoso e fastidioso ogni pensiero
    la paura ha un suo odore così come tutte le altre emozioni e qua io ci sento l’odore della terra fangosa mischiata all’immondizia “abbandonata a marcire”… sei bravo DiodiUnDio, dannatamente bravo!
    ( mi piace che tu abbia sottolineato ” non sono opinioni mie”) 🙂

    1. Parto dal fondo: mi sembrava doveroso e logico inserire anche questa nota. Non sono opinioni mie, sono la necessaria caratterizzazione dell’epoca storica e del pensiero del 1952.
      E non essendo radunato sotto un’unica raccolta, devo necessariamente mettere la postilla.

      Torno in cima: grazie mille. Sì, ho tentato di dare questa sensazione. Umidità, pioggia e quella sensazione pesante che ne comporta. Non continuerà così… ci sono movimenti dietro il tendaggio.

      1. In effetti la precisazione ci stava tutta..
        Hai reso bene tutto: l’ambiente, l’atmosfera… Sei bravo DiodiUnDio, decisamente bravo!

  2. Lo sento. Il racconto sta tutto alla fine. Ottimi i dettagli, si sente la puzza di birra e umidità, l’attesa…Sta per succedere qualcosa e non mi piace per nulla. Anche perché certe parole, certi “sentimenti” riconosco non essere nel 1952, ma molto più recenti…Mi sta venendo l’ansia e mi ribolle il sangue.

    1. Eh, non faccio spoiler. Anche perché, attualmente, è dentro nella mia testa e sto aspettando cosa verrà fuori. I personaggi stanno raccontando, stanno dicendo la loro opinione.
      Devo dire una cosa redbavon: hai capito una cosa importate… per quanto sia ambientato nel 1952 (e le opinioni espresse non siano le mie), il racconto non è così vecchio come sembra.

  3. E’ all’altezza del precedente, direi, e bello fangoso…
    Solo una cosetta, giusto per fare l’antipatico: “scroto di un crotalo”. Niente da dire sull’efficacia dell’immagine, però mi suona davvero male, ho persino allontanato la testa dallo schermo leggendola. Chiaro però che non devi fare affidamento sul mio giudizio…
    Ogni bene

    1. Credi? L’ho elaborato e limato, cambiandolo diverse volte fino ad ottenere questo capitolo che hai letto.
      La parte che mi sottolinei è voluta sotto molti aspetti: è immediatamente visuale e, in secondo luogo, trasmette tutta la poca cultura della persona che parla (il narratore).
      Ho provato a scrivere anche con termini semplici, senza grandi giri di parole proprio per dare la sensazione di una persona con un’istruzione non elevata e che parla… da pub.
      Sono però conscio che, per qualcuno, potrebbe essere un’immagine troppo carica.

      1. Nonono, quello che dicevo è diverso: l’immagine è perfetta proprio perché adatta al narratore, e per questo dev’essere carica. Quello che mi “disturba” è il suono che danno le due parole una dietro l’altra, scroto-crotalo… E’ una critica stupida, ok, ma cosa vuoi pretendere da me? 😀

      2. Ahhh ho capito adesso.
        Non sono proprio il campione degli svegli… dovevo chiamarmi Morfeo, altro che Zeus… eheheh

  4. Apprezzo molto lo stile “asciutto” con cui scrivi, secondo me tipico di alcune tematiche. Ora non voglio tornare a far paragoni però ho notato che nei libri in cui si parla di neri, razzismo, Stati Uniti ecc, si usa spesso uno stile non dico freddo ma che non si perde via, non so come spiegare. A me comunque piace molto. Non so se conosci il libro Fermento di luglio di Caldwell, nel caso te lo consiglio.

    1. Grazie mille!
      Sì, la tendenza è quella di non soffermarsi troppo, di guardare dalla distanza, quasi da osservatore distaccato.
      Di mio ci metto il tentativo di portare nella storia delle tematiche pesanti senza scendere troppo nel delirio (anche perché sto scrivendo di personaggi che sono il contrario del sottoscritto) e rendere il racconto organico. In più, logico, c’è la necessità di trasportare anche la tipologia di “educazione” che ha il narratore della storia: poche parole grandiose, pochi barocchismi… devo essere per forza asciutto e dritto al punto (cosa che tento comunque, ma tant’è…).
      Non conosco il libro… cerco subito e vedo la trama!
      Grazie ancora del commento e del consiglio 🙂

  5. Commento ora, e ci metto insieme anche gli altri due racconti. Bravo Zeus, adoro questo tipo di racconto, sporco, cinico, veloce, pieno di polvere e di gente ( passami il termine ) ignorante. Mi piacciono molto si si. Sento l’odore di marcio, mentre sono seduta in veranda ad ascoltare le cose che vengono dette, sento l’odore di pioggia mentre sono in auto infangata nel pantano. Sono li, e mi piace moltissimo. 🙂

  6. “Nessuno poteva saperlo in quel momento, ma da lì a poco l’anno avrebbe cambiato marcia, facendo rotolare le tessere del domino verso la loro necessaria e naturale posizione.
    Tutto sarebbe peggiorato.”
    Inadeguatezza della sottoscritta a badilate!
    Mi serve un caffè per andare avanti… Avessi della vodka me ne farei un bicchiere a ogni capitolo,lo so…

Si!?

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