Per chi suonò la campana…

Io lo conosco bene, Vernon Reid. Oh sì che lo conosco bene. Vi verranno a dire molte cose su di lui, molte storie e aneddoti. E voi, che siete creduloni, crederete a tutto quello che vi diranno. Lo so già.
Perché ci sarà sempre un politicante da strapazzo, un democratico o uno dei diritti civili a dirvi che non è possibile parlare in questo modo. Che siamo tutti uguali. Ve lo diranno alzando la voce e presentandovi dei fatti che, indottrinati dalla televisioni comuniste e dai giornali filo-marxisti, vi sembreranno così lineari e chiari da essere normali.
Ma non è così. No che non è così.
Scusate, questo era il vecchio me che parlava. Adesso sono cambiato. Non del tutto, ma quanto basta per capire qualcosa.
Mi chiamo Roger Lee Stanford e ho conosciuto Vernon Reid prima che lo conosceste voi. L’ho sentito parlare e l’ho visto agitarsi come una bestia in gabbia.
Ho visto i rituali e la gestualità. L’ho visto uccidere.
E l’ho seguito mentre predicava.
– Noi siamo diversi da loro, così diceva Vernon Reid. – Dobbiamo essere separati da loro. Così mi indottrinava Vernon durante le serate in veranda con una limonata fresca e una sigaretta fra i denti.  – C’è una ragione evolutiva per cui noi siamo qua e loro no. Noi abbiamo strade in ordine e pulizia, mentre loro vivono in una discarica.
Vernon lo sapeva. Vernon me l’aveva detto. E io, all’inizio, gli avevo anche creduto.
Io l’ho ascoltato e seguito nelle riunioni. Il gregge segue il pastore, lo fa perché crede al richiamo e perché il cane e il bastone fanno una paura maledetta. Persino quando siamo andati a piantare qualche croce fiammeggiante… No, non dico altro. Ma sappiate che io c’ero e Vernon ha sempre detto la sua verità. E continuerà a dirla, infettandovi le orecchie.
Io non capisco come i giovani di adesso possano permettersi di ascoltare il blues – mi diceva – una musica inascoltabile. Abbiamo il country, la nostra musica, e la facciamo morire per un figliolo che sbatte il culo come una cocorita?
Vernon è sempre stato così. Diretto e con le opinioni chiare.
Se pensate che vivere così sia facile in questa America, non è così. Io avevo un lavoro e l’ho perso perché, come meccanico bianco dell’Alabama e volontario per l’esercito, sono partito per difendere il mio Stato.
Ho combattuto nel Pacifico e ho visto morire i miei amici ad Okinawa.
Che schifo di posto Okinawa. Ve lo dico io, non ci tornerei neanche se potessi aver salva la vita. Durante quella campagna, ho passato metà del mio tempo a pregare di non affogare in quella melma dall’odore di fogna e l’altra metà a cercare di non farmi seccare dai nemici.
Una volta finito tutto, grazie anche ad un paio di bombe ben assestate, sono tornato in patria e il mio lavoro l’ha preso uno di loro, quelli che voi democratici da quattro soldi e infarciti di stronzate imparate a Yale, chiamate gente di colore. 
Io sono rientrato e non avevo un posto di lavoro, dicevo, ma mia moglie Cindy e i miei due figli Robert Lee e John Nathan li dovevo sfamare.
Solo allora ho conosciuto Vernon.
Lui e i suoi amici mi hanno aiutato, mi hanno tirato fuori dalla mia disperazione e mi hanno detto qual’era il mio problema. Al tempo mi sembrava una spiegazione logica, intendiamoci. Adesso sareste stupiti da quanto lineare sarebbe sembrato tutto anche voi. Ma voi, che adesso leggete, non siete stati in Alabama nel dopoguerra.
Vernon mi ha detto – unisciti a noi e vedrai che troverai la pace. O, almeno, gliela farai pagare. Capite no?
La rabbia era tanta e Vernon era un dio in terra. Mi stava servendo su un piatto d’argento la scusa per non sentirmi più ai margini, per dare la colpa della mia sfortuna a qualcuno. E quanto leggero mi sono sentito. Questo, però, non lo capirete mai.
Vernon era un’oratore nato: quando apriva la bocca sembrava di assistere ad un capitolo della Rivelazione. Giovanni che scrive l’Apocalisse. Usava termini strani, che io non capivo subito, ma li diceva con ardore, schiumando rabbia e odio come un cane rognoso. Lui, quando parlava, non aveva il minimo dubbio, neanche un cedimento nell’incrollabile muro della sua fede.
Io, perciò, di dubbi non ne avevo.
Ma il 1952 è stato un brutto anno. Credetemi se potete.
Secco come la fica di una vecchia baldracca, così diceva Vernon. E altrettanto costoso e pieno di piattole profetizzava ai suoi accoliti. E io lo ascoltavo, imparando a memoria le sue parole.
Vernon, voi, lo conoscete adesso. All’inizio gli starete alla larga, perché ne avrete paura, ma pian piano lo prenderete in simpatia perché è quello che sa far meglio. Vernon ti parla e ti fa credere che sei il centro dell’universo. O del suo universo.
Io ero il centro dell’universo, me l’ha ripetuto così tante volte. Io ci ho creduto, non potevo fare altro, fino a quel momento tutto quello che aveva detto, era successo.
Ci ho creduto finché l’universo non si è spostato.
E si è spostato proprio nel 1952.

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40 Replies to “Per chi suonò la campana…”

  1. e io vedo…
    “…un porticato in legno, bianco graffiato… una sedia a dondolo in leggero movimento. Accanto a questa c’è una vecchia cassetta della frutta come tavolino, con sopra una scatola di latta usata come posacenere e una bottiglia di birra vuota… è sera c’è un venticello umido. Di fronte alla casa campi ingialliti, un maestoso salice lascia cadere i rami come liane e in mezzo alle foglie si vede un vecchio copertone appeso, per giochi bambini ormai passati…”
    Sei bravo, lo dico in continuazione e continuerò a farlo ogni volta che ci farai leggere cose così… sei riuscito a entrare nella testa e cercare una spiegazione a probabili gesti terribili ( o anche solo pensieri), spiegazione, comprensione, senza giudizio… chiara e netta, senza giustificazioni…
    E quell’aria… si respira tutta.
    sciapò! 🙂

    1. Grazie mille.
      Prima di tutto per la dispositiva, perché completa alcune parti di racconto.
      La seconda per i complimenti. Sei troppo buona. Ho provato a collegare il primo racconto (quello uscito il 29.07) a questo… il personaggio di Vernon è un personaggio cattivo e dovevo spiegare perché era cattivo.. e allora ho creato questo. Forse continuerò, non lo so. Vediamo come va avanti nella mia testa 🙂

      1. a parer mio li hai collegati bene e spero proprio di leggere oltre…
        E’ una storia tosta… e la sento così vicina, nonostante sia ambientata lontana, nel tempo e nei luoghi… è un personaggio che percepisco molto presente, oggi come allora… e ne ho paura, tanta… troppa…
        Vernon è un personaggio da pelle d’oca, che fa rabbia… mentre Roger mi da sensazioni spiacevoli ma differenti… lo immagino magro, con capelli unti appiccicati alla fronte, con sguardo perso e atteggiamento viscido ma non calcolato… uno stupido incattivito… spaventoso!

      2. Ah, bene bene, ho tentato di collegarli, soprattutto pensando che il primo, quello del 29.07, era nato come separato. Adesso ho pensato di allargarlo ed ecco il racconto di oggi…
        Vediamo come si svilupperanno i personaggi. Forse mentono, forse no… non saprei.

      3. sì ma non con mucche viola! e soprattutto… quando sono acida… punto di brutto… esco di muso e rientro a faccia prima, zampettando e buttando terra verso chi mi da fastidio…
        ( si capisce il gesto?) 😀

      4. come lo yogurt fatto in casa e lasciato lì… che parte già acido di suo! ;D
        ( urcamalura che schifo mi faccio!)

  2. Un Dio di racconto, non c’è che dire! Sento la puzza di tabacco masticato uscire da quella bocca…O è zolfo? Mah, devo andare a recuperare la puntata precedente. Continua…Non vorrai lasciarci con un malato di mente, psicopatico o quello che sia/sarà in giro per la blogosfera senza meta?!?

    1. Grazie red.
      Il racconto precedente è linkato (clicca sul nome Vernon e ci arrivi). In realtà è nato, il primo, come racconto singolo. Storia breve e via. Poi mi è venuto lo schizzo di portare avanti la cosa, di indagare chi è questo dannato Vernon. E allora è nato questo.
      Ci tento a continuare… appena l’ispirazione mi supporta. E poi ho anche un racconto sul calcio da scrivere… per un blogger di nome redbavon…

      1. Sì il link l’ho visto e ho anche cliccato ma visto che ha una certa consistenza voglio godermelo stasera in santa pace davanti a una bottiglia di birra fresca, sigarette e della buona musica…”country”

        Easy per il racconto sul calcio, ormai si chiude per le ferie…Anche se un Dio non va in ferie, perché un Dio è sempre “at work”, vede tutto, sa tutto 😉

      2. Ah ok ok! Allora ci sta. Se il racconto è la “scusa” per una birronza allora va bene! 😉
        Lo scriverò durante le mie di ferie, così sono relax… poi te lo mando e lo pubblicherai quando rientrerai dalle tue di ferie eheh

      3. Zeus, perdona se ti faccio notare un refuso.
        “dalle DUE di ferie”…Spero che lo sia perché altrimenti vuole dire che mi hanno segato tutto il piano ferie e non ne sapevo nulla.
        Come “ferie” con due nani di 5 anni 24 ore su 24 non è un termine corretto…;) So’soddisfazzzioni, ma non so’ ferie!

      4. Ho corretto il refuso heehheh… mi sembrava d’obbligo.
        In effetti non sono proprio ferie… diciamo che sono un periodo lontano dal luogo di lavoro. Possiamo metterla così!?

    1. Grazie mille, sei troppo gentile (ed è strano, il bonifico bancario non l’ho ancora mandato eheheh).
      Sono tentativi di scrittura, io mi ci impegno… poi i risultati sono questi. Il paragone con King è veramente molto impegnativo (come dicevo anche a Mela).

Si!?

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