Ombre

Ultimamente ho veramente poche idee. Ecco perché mi riciclo in omaggi e questo è uno di quelli. Torment, un po’ di giorni fa, ha pubblicato un racconto “OMBRE“, visto che sono un rompicoglioni ho pensato di maciullare il suo racconto riscrivendolo con il mio stile.
Cosa che non consiglio a nessuno di fare. Scrivere con il mio stile, intendo. Mi fa venire le lacrime agli occhi a me…
Comunque sia, ecco il risultato.

Avesse preso me, invece che lei, sarebbe stato molto più comprensibile.
Lei chi è? Ann. La coinquilina noiosa e perfetta. Un ricamo d’argento, un punto-croce ardito e poi il saluto al sole due volte a settimana. Una gioia averla nei paraggi. La stessa definizione di vita.
Essere nei paraggi di Ann ti porta a rivalutare, in peggio, le tue stesse caratteristiche: sì, ho problemi con l’alcool e indulgo nell’uso di droghe. Inoltre ho anche il male per eccellenza dell’America moderna: la malattia del sesso.
Ad onor del vero tendo ad assecondarla più che curarla, ma tutte le riviste specializzate parlano di sessuomania. Sarà una colpa?
Dagli sguardi minacciosi che mi lanciava Ann, direi di sì. Ma vorrei soprassedere sul senso di colpa. Questa è una delle pecche del mio animo che dovrei rattoppare come si fa con la camera d’aria di una bici.
Tutto questo, però, non cambia il fatto che un’ombra sia entrata nella santità della mia tana e abbia ucciso.
Colpa mia? Sono propensa a dire di sì, in puro spirito cristiano cattolico.
Io, sulla croce. Io, a chiedere perdono e redenzione.
Dico tutto questo a Robert, il mio terapeuta, una persona dall’espressione da cocker sotto dei ciuffi di capelli castani lunghi fino le orecchie. Occhi grigi, tristi come un film cecoslovacco sulla rivoluzione tessile, e dei fastidiosi peli scuri grossi che gli spuntano dalle ampie narici.
“Non puoi continuamente vivere in questa ossessione” mi dice “dobbiamo far andare avanti la terapia”.
Facile a dirsi quando le parole sono solo semplici perline sulla collanina delle buone azioni. Ma solo io ho visto la mia coinquilina in un bagno di sangue nel nostro soggiorno. Io ho provato sgomento, per la prima volta, nel vedere l’ordine, il suo ordine, distrutto.
Se solo fosse semplice togliermi dagli occhi, come si fa con un cerotto, l’immagine dell’ombra nella stanza che alza l’indice e ci soffia attraverso un comando di silenzio.
Per superare, dovrei ricordare ed elaborare. Quello che desidero io, però, è solo dimenticare.
“Vorrei solo della droga, grazie” penso.
“Mi serve aiuto, una notte di sonno tranquillo…” questo, invece, lo dico. Sesso e dipendenza da farmaci prescritti. Se non fosse un romanzo, mi sentirei all’interno di Fight Club.
Ogni spostamento del capo mi fa intravvedere quell’ombra che mi zittisce. Anche adesso che sono rannicchiata nel retro di un taxi giallo guidato da un indiano. Qua dentro c’è tutto: l’odore di curry, la musica dance anni ’80, qualche notizia sulla borsa e sul ciclone Tina e l’impressione di essere seguita dall’ombra.
Quanto vorrei affondare le mani nel sacchetto trasparente dentro la borsa. Lo sento muoversi, una morbida pallina antistress, sotto le dita. Pochi grammi di libertà.
“Non puoi accelerare?” dico all’indiano “Non siamo ad una processione delle vacche!”
“Nessun indiano, signorina. Sono pachistano!” mi risponde sorridendo nello specchietto. Gli vedo i denti gialli che frammentano la faccia scura e i baffi, di un nero opaco, sono il toupet di una bocca sgraziata.
Quella che era casa nostra, il 23 di Downtown Street, è il mio rifugio. Vorrei della musica, il silenzio mi spaventa, e lo stereo ulula un sassofono jazz. Sento un brivido nelle vene, ma lo lascio andare. Quel suono lamentoso è richiama l’inquietudine dei miei nervi.
Una sigaretta e poi mi preparo a tuffarmi dentro il pacchettino come Ian Thorpe nella vasca. Silenzio mentre lo stereo cambia traccia ed ecco che vedo l’ombra crescere e avvicinarsi affamata, volgare nella sue dimensioni priapiche.
Grido fino a sfondare la volta celeste e l’ombra è il mio contro coro. Svengo.
Quando riapro gli occhi tutto è nella normalità, sono da sola ma mi sento violata.
Se non riesco a spiegare, come potrebbero credermi gli altri? Per un prete non c’è abbastanza fede, per un medico c’è poca malattia e per la polizia non ci sono prove.
Esco di casa e mi ritrovo a vagare nella città. Nascondendomi dalle ombre, bagnandomi di sole e pensieri. La carnagione pallida incomincia a bruciare sotto il sole della California.
Quando sento che sono riuscita a spurgare, in parte, la nottata, chiamo un taxi per farmi riportare a casa.
“Ancora te, Gandhi!?” gli dico “Portami al 23 di Downtown Street”.
“Non sono indiano, l’ho già detto, sono pachistano!” Sorride sotto quel drappo pesante di baffi neri.
“Non prendere Bourbon Street, so che voi fate sempre quella!” gli urlo sopra il ritmo sincopato della dance che sta ascoltando il tassista.
“No, signorina, no Bourbon Street” sorride. Sono certa che non ha capito e poco dopo svoltiamo su Bourbon Street e ci blocchiamo.
“Ti avevo detto niente Bourbon Street, cazzo!” gli ringhio.
“No, signorina, più veloce. Vedrà” sorride. A guardarlo con la luce del tardo pomeriggio, il tassista assomiglia a quei santoni indù. Scuro in volto, con lo sguardo rivolto oltre al parabrezza, alla strada e alla città. Vede qualcosa che io non vedo, ma forse non capisce dove sta andando.
Passiamo trequarti d’ora in coda sul taxi a causa di un incidente. Vorrei morire.
Il 23 di Downtown Street. Ho più ricordi di fughe da questa casa che memorie felici.
Una cosa l’ho imparata: voglio smettere di fuggire. Voglio aspettare che l’ombra venga e faccia quel che voglia: che mi rapisca, mi legga il futuro nei fondi del caffé o che mi sventri e mi lasci a baciare la mia immagine nel sangue.
La mia morte non è il peggiore dei finali.
La notte è calda, un respiro affannato dopo una corsa mozzafiato. C’è silenzio, anche quando avrei bisogno di un po’ di rumore. Perché il rumore mi tranquillizza, mi coccola in una confortevole routine.
Inganno il tempo. Sfrutto i raggi lunari per leggermi le 120 giornate di Sodoma e mangio doritos.
Verso le due di mattina sento qualcosa. Mi alzo dal mio nido fatto di libri e sacchetti di patatine e mi avvicino al rumore. Vedo l’ombra: la mia dannazione e il mio tormento.
Mi accuccio, come quando da piccola cercavo di bilanciarmi per fare pipì, e attendo il momento giusto. Quando l’ombra si china, mi avvicino. Dal tavolo della cucina prendo un coltello luminoso e pesante, lo bilancio in mano e poi lo pianto in quella inconsistenza ombrosa.
L’arma che affonda nella schiena ha il rumore dolce di una liberazione, anche se assomiglia al trinciare delle ossa del pollo dal macellaio. Uccidere è molto difficile. Il corpo fa resistenza, le ossa gridano e la mano è flaccida, ma colpisco più volte.
Non lo confesserò mai, ma uccidere mi ha dato una sferzata orgasmica.

Quando la polizia sfondò la porta, chiamata dai vicini che si lamentavano della puzza di carne marcia, videro il cadavere della ragazza.
Il corpo riverso in terra era macellato con una serie di coltellate nella schiena.
Per terra, al suo fianco, un quaderno zeppo di una scrittura sottile e nervosa.
Ogni singolo passaggio recitava i momenti della giornata. Nell’insieme descriveva l’omicidio di Ann.
Alla fine diceva che aveva bisogno di un’altra vittima.

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Si!?

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