In cucina (by Zeus – parte 2)

Perdonatemi, ma dopo tutti questi contributi, un po’ di scimmia sulla schiena è venuta anche a me e perciò mi sono permesso di andare avanti (o indietro… penso che questa sia la parola giusta: mi sono permesso di andare indietro) con la storia.
Perché, di In Cucina, io non ho il controllo. Non riesco ad indirizzare il movimento, il suo procedere sinusoidale e imprevedibile. I punti di vista si accavallano, come guardare la stessa foto in base ai vari protagonisti della foto: ognuno ha la sua storia da raccontare o, meglio, tutti hanno la stessa storia ma nessuno la racconta nello stesso modo.
Mi scuso anche di un’altra cosa: questo pezzo è un po’ violento. Perdonatemi. Ma la storia chiedeva anche un momento così e io non ho saputo dire di no.

Per le precedenti puntate di In Cucina:
In cucina by Zeus
In cucina by Lord Baffon II
In cucina by I’m The Walrus

In cucina by Ysingrinus
In cucina by Tati
In cucina by Torment
I
n cucina by Sir Babylon

In cucina by La Mela sBacata

Ripeto l’invito fatto nei precedenti post: collaborate!! Portate avanti anche voi questa storia. Non c’è un finale prestabilito, c’è solo una grande storia che procede con la scrittura.

(da web)

Il ragazzo, che diversi anni dopo sarebbe diventato uno di quegli adulti nervosi e irascibili, era spalle al muro, braccia incrociate intorno alle gambe e gambe tirate al petto, a guardare la scena davanti ai suoi occhi.
Il Sig. Bronkhorst, che avrebbe dovuto essere suo padre ma che non lo era, era intento a picchiare la Sig.ra Fleet che, del ragazzo, era proprio la madre. Le grida erano sfalsate, come quando la televisione trasmetteva alcuni video e l’immagine arrivava qualche decimo di secondo prima della voce, mentre i colpi, un tup-tup-tup-tup costante e capace di farlo rabbrividire nelle ossa, aveva una cadenza tutta blues che solo dolore, violenza e lacrime hanno.
Il Sig. Bronkhorst, che non era suo padre ma si comportava come tale, gli aveva ordinato di restarsene seduto nell’angolo a guardare mentre lui “cercava di inculcare del buon senso nel cervello di sua madre”.
Tup-tup-tup-tup-tup. Il suono ovattato del sopruso. La violenza del perdente.
ll ragazzo si tirò ancora più vicino al petto le ginocchia graffiate e piene di crosticine. Nella vita, quella che gli stava scorrendo davanti agli occhi, era sempre in panchina, ma fuori da quelle quattro mura era titolare.
Terzino destro della squadra della scuola, formazione a undici. Teneva la divisa bianco-rosso-blu, con lo stemma sopra il cuore, nell’armadio della stanza di sopra. La maglietta del titolare.
Adesso, invece, vestiva solo dei pantaloni corti, tagliati da un paio di vecchi jeans, che circondavano come anelli di Saturno delle gambe che, per quell’età, avrebbero dovuto essere più grosse e più forti. Invece erano due gambe lunghe, piene di piccole cicatrici rosa da vita all’aperto, a sostenere un mento appuntito e due occhi troppo grandi per essere contenuti in quel viso smunto e spaventato.
Tup-tup-tup-tup. Da quante volte questo suono sordo e ributtante veniva ripetuto, il buon senso dev’essere una cosa difficile da insegnare. Se avesse chiuso gli occhi, cosa che non riusciva a fare, avrebbe avuto l’impressione di trovarsi in giardino quando la madre sbatacchiava via la polvere fine dai cuscini del letto. Questo, ovvio, se non ci fossero state le grida, i singhiozzi e le preghiere.
Quante volte era stato invocato Dio?
Quante volte il nome di Gesù era stato stritolato fra denti rotti e labbra tumefatte?
Quante volte erano apparsi, come un cavaliere, a salvare il condannato?
Il ragazzo abbassò la testa, non voleva vedere quello che stava succedendo, disprezzava suo padre. Disprezzava sua madre. Ma, in fin dei conti, tutto passava in secondo piano, visto che il primo disprezzo era riservato alla persona che odiava di più in assoluto: sé stesso.
Sotto il cappotto di paura sentiva una piccola creatura che si nutriva di tutto il disagio, la violenza e succhiava, imparandola, la disperazione nell’aria e l’ignobile comportamento del padre.
Il ragazzo, che sarebbe diventato come era il Sig. Bronkhorst che non era suo padre ma si comportava come tale, si sentiva sfilacciato fra l’ebbrezza della violenza e il disgusto.
“Forse dovresti smetterla” disse “Non picchiarla più”.
La voce era quella di un pulcino che gonfia il petto e si crede un gallo. Il padre la ignorò come tutti ignorano una vocina piccola che ti richiama alla ragione.
“Smettila!” gridò sottovoce.
Tup-tup-tup-tup. Sempre e solo quel rumore ovattato di anni persi e sangue nell’urina.
“Smettila!!” gridò il ragazzo “Smettila!!”
Quando alzò la mano con la coppa del torneo cittadino e la calò sulla testa del Sig. Bronkhorst, rompendogliela, odiò in egual misura lui, per quello che stava facendo, e sua madre, per quello che gli aveva fatto fare.

[In cucina by Zeus©]

[TO BE CONTINUED? Da me o da qualcuno di voi, sia chiaro!]

31 pensieri su “In cucina (by Zeus – parte 2)

  1. Ullalero Zeus!! questo punto di vista mi ha fatto gridare all’orrore e al miracolo assieme. Il bambino che in verità è più grande e il suo iniziale essere immobile per poi fare la cosa giusta(forse) .Braverrimo!

    1. Grazie mille.
      Ma, in realtà, questo non è il bambino che guarda la TV… questo descritto è il protagonista del racconto In Cucina, la sua genesi.
      Tutti hanno descritto cosa ha fatto da quel momento in avanti… nessuno ha scritto perché è diventato così, perché ha colpito e urlato contro la moglie.

  2. PorcaPupazza!!!! …
    Bello DiodiUnDio… violento, intenso, pesante e bellissimo!
    … e si vede tutto, si vede bene… cacchio se ci voleva…. quanto son felice?… non posso dirlo e non si può immaginare !
    🙂

    1. Grazie mille Tati. Stavolta ho fatto un passo indietro, sono andato alle radici della violenza del protagonista del racconto..
      Sei felice? Sono contento!! 🙂

      1. … stavo pensando che normalmente pensiamo alle storie come a delle linea, più o meno dritte, vanno da A a B… possono fare tutte le curve che vogliamo ma le abbiamo sempre viste così…
        invece questo progetto le fa diventare delle sfere, e i punti da toccare, dai quali partire e ai quali arrivare, sono molteplici, addirittura infiniti…
        Quindi, solo per dire… hai trasformato il concetto di storia in un’esplosione! 🙂

      2. AHahah. In effetti la descrizione di questa storia come “sferica” non è sbagliata. Va avanti e indietro, torna nello stesso punto e poi si smarca.
        Fa un po’ quello che vuole.
        Ti giuro,spero che ci sia ancora gente che ha voglia di scrivere… voglio proprio vedere dove va a finire (no, non lo so proprio).

      3. spero anche io di leggere qualcosa di nuovo…
        ( non puoi sapere dove si andrà… perché non hai nemmeno messo un termine…quantoseistatobbbraverrimo!)

  3. Silvia

    Molto bello, forte ma attuale com tante esperienze di vita purtroppo di tanti ragazzi che assistono a scene simili. Buon pomeriggio! 🙂

Si!?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...