In cucina (by Ysingrinus)

Questa cucina, che poi è forse un posto metaforico (o forse me la sto solo tirando), ha una grande caratteristica: non è un punto statico. Ognuno vede una sfumatura diversa, punta il suo sguardo su un determinato fattore, sia esso il litigio o il mobilio o che ne so io.
Questo è il bello della scrittura, per quanto ci sia una storia (o una potenziale storia), quando si legge si incominciano ad inserire elementi di proprio gusto, elementi che dicono “secondo me potrebbe continuare così” o “lo so, la storia sta prendendo una determinata direzione, ma se invece….“.

Ysingrinus arriva e ci mette a disposizione un’altra parte di questo grande racconto collettivo. Leggete e commentate.
Non ve lo sto chiedendo, sia chiaro.

Per le precedenti puntate di “In cucina”:
IN CUCINA by Zeus
IN CUCINA by Lord Baffon II
IN CUCINA by I’m The Walrus

(da web)

In quel momento, però, quella davanti a me era una furia. Una creatura della mitologia romana. Una creatura di odio e vendetta con il solo intento di distruggere chi ha danneggiato la famiglia.
La pioggia di cocci che mi piovve addosso era solo la punta dell’iceberg della rabbia che tanto la faceva vibrare.
Tentai di concentrarmi sul suo viso, cercando nei suoi tratti alterati dall’ira quello che mi ha fatto innamorare di lei. I suoi occhi, una volta vivaci e allegri, erano diventati cattivi perfidi, gli occhi di una donna che si sente tradita ed è convinta di aver perso tutto. Gli occhi di chi ritiene di essere stata prosciugata e quello che vuole ora è solo la distruzione.
Una disperata distruzione.
Gli improperi riuscivano a colpirmi dove le suppellettili mi mancavano. Io ero colpevole, giudicato e condannato nello stesso tempo, in contumacia. Non potevo dire niente, non serviva a niente dire qualcosa. Qualsiasi cosa avessi potuto dire non avrebbe fatto altro che aggiungere dolore a lei e, conseguentemente a me. Ormai le mie parole erano quelle di un uomo fedifrago, un mostro senza cuore che aveva ingannato e fatto soffrire lei, la povera martire sacrificatasi in un autodafé amoroso.
Potevo essere innocente, potevo non essere neanche mai stato sul luogo del “delitto”, ma questo non aveva importanza, perché lei si sentiva tradita; arrivò perfino ad urlare che se non l’avessi ancora fatto sicuramente stavo pensandoci e che quindi sarebbe stata solo una questione di tempo.
Mi sentivo soffocare, la sua sfuriata era opprimente e debilitante: mi prosciugava l’anima con i suoi strepitii e le sue accuse. Mi processava le presunte intenzioni, non c’era più scampo per me, forse a dire il vero non c’era mai stato.
Allora mi resi conto che potevo essermi sbagliato per tutto quel tempo, che il mio spasmodico bisogno non fosse stato altro che un inganno autoindotto, un inganno per cercare di essere felici. Forse la felicità è un inganno, ci illudiamo che possiamo aspirare a qualcosa di bello, qualcosa che ci faccia stare bene ed invece quello che ci aspetta sono cocci da una parte e dolore immeritato dall’altra. Più è forte l’illusione più è forte la delusione che ne consegue. Alcune ferite non si possono rimarginare, alcuni strappi sono così violenti che tutta la superficie circostante ne risente, vietando ogni barlume di speranza.
Tra un piatto e l’altro proposi di andarmene via, di lasciarla sola in casa, di non tornare mai più, credendo di fare bene. Quello che ottenni invece fu un aumento esponenziale della rabbia, una smorfia di dolore e tristezza le sfigurò ulteriormente il volto già alterato dai pianti inducendomi una reazione simpatica, iniziai a piangere anche io.
Non piangevo per tutti i miei ricordi belli, non piangevo per le mie ridicole riflessioni sulla felicità, piangevo perché piangeva lei.

[In cucina by Ysingrinus ©]

[TO BE CONTINUED – da me o da qualcuno di voi, sia chiaro]

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19 Replies to “In cucina (by Ysingrinus)”

      1. Aggiungerei ( sempre se posso) un vaccamaiala!… Soprattutto per l’effetto che mi fa allo stomaco questa visione da altro angolo…

Si!?

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