In cucina (by I’m The Walrus)

Questo è il racconto che mi ha inviato, via email, un blogger (??)/scrittore(??) che, a quanto pare, vuole restare anonimo.
Il racconto era firmato solo con I’m The Walrus… per questo motivo lo intitolo così.

Giudicate voi il risultato del suo scritto!

Per le precedenti puntate:
IN CUCINA (by Zeus)
IN CUCINA (by Lord Baffon II)

(da web)

Due anni prima. Un tempo distante come una vita, ma adesso, con la ceramica delle stoviglie che mi passa accanto, sembrano solo un sospiro malinconico. Quelli emessi da un’innamorato quando aspetta la ragazza dei suoi sogni sotto il balcone. Ed era quella la mia situazione.
L’avevo conosciuta ad un party dell’azienda. Io ero responsabile del front-office della ditta, mentre lei era nel reparto marketing. Non l’avevo mai notata prima di allora. Lei, capelli rossi come  fuoco, talmente accesi da farmi socchiudere gli occhi, grazia naturale, un tocco di snobismo nel suo atteggiarsi, come un filo di perle preziose intorno al collo. Davanti a lei mi sentivo come gli eschimesi che si immergono nell’abbacinante biancone del ghiaccio polare. Potevo quasi vedere il fiato davanti alla mia bocca, mentre sentivo il cuore battere nel petto irrequieto.
Quando si presentò, il mio mondo cambiò. L’esterno diventò nero, come gli sfondi nei vecchi cinema, mentre lei pian piano occupava tutto lo spazio visivo.
I suoi capelli rossi le incorniciavano un volto appuntito, ma non severo, e una bocca cristallizzata in una smorfia corrucciata, come se qualcosa, nel mondo che la circondava, non fosse di suo gradimento ma fosse troppo educata per farlo presente. Gli occhi di un grigio-verde avevano una vivacità e una vitalità che ti scaldava il cuore. Ogni suo sguardo ti scioglieva e ti rimodellava, facendoti sentire come cera d’api fra le sue dita affusolate.
Quella fu la prima di tante presentazioni. Il primo di molti incontri che, col tempo, diventarono caffè fra amici, sempre più intimi, sempre meno numerosi. L’apice fu quando, spogliandomi della paura atavica di essere rigettato, le chiesi di uscire solo con me.
Mi ritrovai a danzare un ballo che non conoscevo ma che, in cuor mio, sognavo da tempo. Sentivo nelle orecchie una musica melodiosa.
Oh, aveste dovuto sentire che sublime era quell’armonia!
Più la conoscevo come persona, più conoscevo il suo corpo e sentivo il suo odore: un’essenza inebriante, che poteva essere quella di un profumo ma che, sotto, scalpitava e reclamava attenzione. Il mio naso e dietro di esso il grande direttore, il mio cervello, sapevano la verità: era il suo, di odore, quello che inspiravo. Lo sentivo attorcigliarsi alle pinne nasali e, languido, intrufolarsi fino al centro del piacere nel mio cervello.
Il suo odore era l’eccitante del mio spirito e la benzina che muoveva il mio corpo. Il suo profumo, quello che potevo immaginare sostare nell’incavo fra la spalla e il collo o nella piega del gomito e in mezzo ai seni, era la mia droga.
E come tutti i drogati non potevo farne a meno. Più assaggiavo quella celestiale pietanza, più assaporavo un mondo diverso. I sensi, dapprima tesi come le corde di uno stenditoio, si scioglievano in un flusso oppiaceo. E con i sensi cadevano anche le mie resistenze.
Vedevo la sue gambe, di un candore latteo, accavallarsi dentro delle scarpe rosse con tacco. I muscoli guizzare sotto la superficie epidermica e ritornare a imprimersi in una posa che, Dio mi è testimone, solo i grandi scultori del passato potevano aver concepito e fermato nel marmo bianco e puro.
Guardai al cielo e avrei voluto gridare “Dio, so perché Michelangelo ha colpito il suo Mosè. Adesso capisco cos’è la perfezione e la bellezza assoluta“.
Quello fu l’inizio della fine.
Come un drogato la cercavo. Invidiavo i colleghi che ci lavoravano insieme e le amiche con cui usciva, a volte, nei weekend. Contavo i minuti fra una breve chiacchierata e l’altra durante il lavoro. Pregavo che l’orologio facesse correre i minuti come lupi nella prateria, così da poter ritornare a casa e trovarla.
Perché quando eravamo noi due da soli il mondo si fermava, come se trattenesse un’enorme respiro mentre i nostri corpi, da divisi ed unici, diventavano uno solo.
(In Cucina by I’m The Walrus©)

[TO BE CONTINUED? O da me o da qualcuno di voi, sia chiaro]

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19 Replies to “In cucina (by I’m The Walrus)”

      1. Se avrei voglia, anche più avanti, scrivi. Se no, vediamo se qualche blogger/scrittore etc etc accetta la sfida.

      1. (figurati. Un piacere… io controllo sempre… poi potrebbe scapparmi qualcosa e allora picchiami e io correggo!).

Si!?

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