In cucina

Quella notte c’era silenzio, di quelli untuosi, che si attaccano alla pelle e li senti freddi e viscidi sull’epidermide. In certe occasioni c’è quel silenzio, anche se si vorrebbe un po’ di rumore, un po’ di confusione. Giusto per confondere le acque, per tirar su una cortina di fumo dietro cui nascondersi, come i bambini visti con le mani nella marmellata che si accucciano sotto il letto per evitare la meritata sculacciata.
Come quando aspetti l’autobus la mattina dopo la grande discussione. L’esplosione dell’ira. Vorresti qualcuno con cui parlare, ma sei solo e rimugini. Mento sul braccio, braccio sulla gamba e piede che batte nervoso sul selciato. Tip tip tip tip tapatapa tip tip tip tapa tapa tapa tip… perso il tempo.
Ritorni a strutturare la percussione suola di gomma – porfido. Un suono sordo, ovattato, ma la vibrazione del rimbalzo si scioglie nel petto e sai che il ritmo… l’hai perso di nuovo. Non dovresti pensare, lo sai.
Intanto hai perso anche l’autobus. Lo vedi scivolare come un serpente grigio-blu nella foresta di case. Ti vorresti alzare, corrergli dietro alzando al cielo una mano, dicendo “aspettami!”, ma in realtà non ti muovi e continui a creare poliritmi con mani e piedi. Sempre fuori tempo. E così lo vedi andare via, verso una nuova fermata e nuova gente da raccogliere. Ti immagini che ognuna di quei marciapiedi con lavoratori e studenti sia solo il molo di un porto con nuovi pensieri da trasportare da un punto A ad un punto B.
Fino alla fine, del turno e dei pensieri. Perché prima o poi anche i secondi smettono di muoversi, di agitarsi nelle terminazioni nervose.
Se prestassi attenzione, sotto quel ritornello che hai nelle orecchie, sentirai ancora le urla, le accuse e i piatti che si infrangono sulla parete in cartongesso. Uno di questi, un piatto fondo di porcellana ereditato da qualche parente schifato della sua fattura, ha creato un buco nel muro. Un filo di luce bluastra della televisione filtrava dalla fessura.
– Forse dovevi restare a casa ieri – disse, accentuando l’implicita minaccia della frase.
– Anche no – risposi. Nonostante lo scambio di colpi, il jab e il gancio, la mazzata all’altezza delle costole e i colpi ai reni, non ci sono lacrime che cadono, non c’è sangue che gocciola sul pavimento.
– Ti ricordo che hai dei doveri in questa casa – mi rimproverò con l’indice. Come facevano le maestre alle elementari. Non ho mai amato quella forma di rimprovero: occhiali spostati sulla punta del naso, sguardo fisso, dito minaccioso che si alza e si abbassa come un passaggio a livello. Con la mano, poi, indica il buco nel muro, la luce blu che filtra ed il fantasma del bambino che, nell’altra stanza, sta guardando la televisione con le cuffie – dovresti crescere! – continuò.
– Vorrei respirare, non chiedo molto – replicai allargando il petto smunto. Non ero l’espressione più credibile della minaccia verbale. O fisica, se per questo.
Questa era la sensazione principale. Un senso di soffocamento che mi prendeva la gola, il petto e la mente. Come se qualcuno strizzasse una mano invisibile dentro di me. Sentivo le nocche grattare contro l’interno del petto.
Mi spostai giusto in tempo per evitare una tazza riccamente decorata. Una di quelle così pacchiane che utilizzi per sminuire la vergogna che provi nell’averla.
La porcellana esplose con un tonfo cupo seguito dal tintinnio dei pezzi che non si rimetteranno insieme.
– Questa potrebbe essere una metafora di quello che ci sta succedendo – le dissi.
Come risposta vidi atterrare un piatto da portata a pochi centimetri dal mio capo. Una risposta stringata o una conferma alla mia preoccupazione.
Devo ammettere che potrebbe essere anche l’espressione di entrambe.

[TO BE CONTINUED? Da me o da chiunque voglia, sia chiaro]

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25 Replies to “In cucina”

      1. Ahahahaa. Il solito premio: una confezione enorme di spaghetti di riso! 😀
        Tutto bene dai, tiro avanti fino ad arrivare al weekend.

      2. Sono cotento! Se conditi bene e ci metti un po’ di passione, riesci ad avere l’alternativa a molti piatti.

        Ci credo! :/ sono stanco anche io… e non devo lavorare il weekend!!!

      3. Questa sera li faccio di nuovo con le verdure e la salsa di soia poi vedo di trovare un’ alternativa:D
        In questi giorni sono proprio un catorcio 😩 devo sopravvivere fino a venerdì prossimo.

      4. Ce ne sono di alternative! Non preoccuparti 🙂 Anche con Tofu etc etc. [so che non ti piace, ma è alternativa… e lo dico io… che non mi esalta…].
        Forza e coraggio!!! Dai che ce la fai 🙂

  1. vaccamaialaporca! ( è troppo?)… che bellezza DioDiUnDio… quanta bellezza… è triste ma davvero molto bello… e hai anche scritto un paio di fotografie niente male..

    1. Molta tristezza, lo ammetto. Anche se è venuto fuori così… era una bozza vecchia, lasciata a marcire in WP… e poi l’ho ripresa, fatta prendere aria e via.
      Hai trovato qualche buona foto? Ho cercato di rendere molto visivo il tutto.

      1. hai reso bene… ne ho trovate un paio più nitide, nell’insieme a me sembra molto visivo… ma sai che io tendo a vedere tra le lettere…
        Comunque… è bellissimo, per fortuna ha preso aria… poverette queste righe

      2. Cerco sempre di mettere cose visive dentro i miei racconti. Se no mi risultano piatte… ecco, il piattume non mi piace.

      3. tu hai scritto pIattume… io ho letto PATTUME… vedi come son messi gli occhi…. in ogni caso concordo… mi piacciono gli scritti che si vedono…

Si!?

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