Immersi in una nebbia rosso porpora

Il titolo è tratto da una canzone di Jimi Hendrix, lo dico per chi si fosse connesso su questo pianeta in questo esatto momento. Non ha una grande connessione con quello che scrivo, in realtà, ma ha una connessione, implicita, con questo aprile.
Sto leggendo un libro su Jimi, ma sto ascoltando altra musica. Solitamente, a causa di un parallelismo ideologico fra lettura/visione e colonna sonora, sono portato naturalmente ad affiancare alla lettura/visione una musica che richiami/ricalchi la stessa. Quando leggevo la biografia di Blackmore, casa mia era invasa di dischi dei Rainbow e dei Deep Purple.
In questo caso c’è uno scarto notevole.
Leggo dei seventies, guardo un telefilm sui seventies (Vinyl) e mi ascolto musica metal.
Questa discrasia, termine che ho letto questa mattina sul Fustino del Dixan e che mi ero ripromesso di utilizzare insieme a distopico, mi rende perplesso. Anche il termine distopico mi rende perplesso… ormai, se facciamo il conto della serva (altro termine che riesce a farmi salire la carogna), questa distopia è un po’ il sempreverde di molta letteratura e televisione. Se tenete conto che sono anche abbastanza ignorante, io e la distopia abbiamo un rapporto particolare. Primo, non sapevo che fosse. Secondo, in realtà lo sapevo solo che l’avevo sempre chiamato in altro modo (tipo: “oh, che figata“. Solo per riassumere in concetti brevi delle grandi elaborazioni mentali). Terzo, proseguire con i punti, come è stato fatto ampiamente notare, rende la lettura più pesante ma molto più friendly per Google.
Il problema è che, tu, di tuo, per quello che scrivi, a Google, non gli interessi. Non perché sei brutto (cosa che può essere, sia chiaro) e neanche perché non sei americano (cosa che può essere, sia altrettanto chiaro), ma proprio perché il tuo valore aggiunto e il tuo modo di scrivere, compresa una sintassi pericolante, è indigesto a quei bei ragnottoni (= spider, siamo tecnici anche quando non vogliamo) del motore di ricerca.
Scrivi male, Google non ti legge.
Simple as that, come dicono nella terra della Libertà.
Ci sono troppi parametri che valgono nella gestione del blog, troppe variabili, che macerarsi il fegato sulla propria poca reperibilità online dovrebbe essere l’ultima delle nostre preoccupazioni. Detta fra me, voi, e chi mi sta sondando le parole chiave del blog, non essere trovati potrebbe anche essere la cosa migliore che vi possa capitare. Essere invisibili è un plus che non vi aspettate.
Un pochino come quando cerchi di renderti presentabile per un colloquio, questi effettuano la ricerca su di voi (sì, lo fanno) e invece che vederti in posa seriosa e competente, trovano, nell’ordine, un po’ di materiale avariato:
a) foto in evidente stato di alterazione alcolica;
b) foto senza vestiti;
c) gesti e apologie di reato;
d) reati veri e propri;
e) commenti stupidi fatti proprio sulla ditta per cui vorreste lavorare;
f) commenti stupidi in generale;
g) post che si pensavano letti da tre gatti, diventano letti dal quarto che porta la rogna.

Questa è la vostra carta d’identità, non quello che mettete sul vostro Curriculum Vitae. O, almeno, non solo quello.

Non siete quello che siete. Siete quello che trovano su di voi.

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41 Replies to “Immersi in una nebbia rosso porpora”

  1. Quindi io sono bellamente e candidamente fottuta… XD
    Ps.Lo so,vedo a distanza il tuo sguardo minaccioso… Sono una brutta persona,ma una mia mail arriverà quando meno te l’aspetti…

    1. In effetti potrebbe anche essere. Ormai faccio anche da spugna, leggo e rielaboro. Poi tiro fuori cose come questa… prescindibile, sia chiaro, ma era da dire.

      1. Tre anni su WP possono essere tanti, la mia presenza su web ha radici più profonde.
        Non so se esserne orgoglioso o spaventato per te. Quale?

  2. Evinco da ciò che la mia quasi totale invisibilità nel mondo dell’internet possa essere una buona cosa.
    Oh tu agognato futuro datore di lavoro, qualora dovessi scovare qualche immagine che mi riguardi (scellerati amici ed il loro bisogno di condividere), non mi giudichi male, che posso sempre essere peggio!

  3. “..Non siete quello che siete. Siete quello che trovano su di voi.”
    io continuo a dire al mondo “Questo è un genio!”
    In quella frase c’è così tanta roba da andare a massa e parlarne per giorniegiorni… ma non è il caso, credo… quindi mi alzo in piedi, scatta l’applauso
    🙂

  4. D’altro canto quello che trovano su di noi è anch’esso parte di noi, anzi permette una visione più completa, no? Certo, poi a ogni cosa si dovrebbe dare il giusto peso,,,

      1. Sì, è vero. Ma la versione lercia non è quella che è saggio mostrare sempre e comunque (anche se è sinonimo di integrità).

      2. Non credo sia saggio, no. Anche se bisogna dire che il lercio che viene a galla dopo, può sembrare più lercio del lercio che abbiamo mostrato fin da subito…

      3. Già… questo sicuro. Il problema, almeno nel lavoro, è che (sfortunatamente) le impressioni contano e il resto… mancia.

  5. C’è stato un bel periodo in cui scrivevo male le parole appoasta. Inventandole quando ne urgeva la necessità. Lo faccio anche ora ma non ho piú quell’animo sbarazzino che avevo una volta, mio malgrado.
    Il conto della serva non lo posso tollerare!

Si!?

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