Una sera con Marco Paolini

Ballata di uomini e cani
dedicata a Jack London

Ho delle serie difficoltà ad incominciare questo articolo. Mi sembra di far del torto a Paolini a trattare, con le mie scarse capacità scrittorie, del suo spettacolo. D’altra parte, però, non trattarne affatto è un delitto perché, dopo due ore di spettacolo emozionante, lasciar svanire la memoria in una nebbia di ricordi confusi sarebbe un vero peccato. Da qui nasce lo scoglio su cui mi fermo e da cui ammiro il panorama sottostante. Se fossi un pescatore di parole, cercherei di prenderle alla lenza… ma ho difficoltà in questo.
Dicevo, due ore di spettacolo ininterrotto. Paolini, accompagnato dal trio Monghuzzi-Baselli-Casadei come supporto musicale, tiene la scena e impersona Jack London e tutti i personaggi dei suoi tre racconti: Macchia, Bastardo, Accendere un Fuoco. Solo alla fine dello spettacolo, quando gli applausi incominciano in maniera timida, viene svelato l’arcano che si cela dietro il racconto… e che io non dirò qua per evitare l’effetto spoiler che troppo spesso affligge la visione di programmi.
Scenografia scarna, o meglio essenziale, con alcuni tocchi di classe come i contenitori di plastica sullo sfondo a simulare, in maniera magistrale, una macchina da scrivere d’epoca. Il resto? Un piccolo palco di legno, qualche fusto di latta, gli strumenti musicali e, soprattutto, la capacità di occupare lo spazio del palco con un carisma silenzioso. A Marco Paolini riesce questo: occupare uno spazio “immenso” come quello del palcoscenico con un silenzio.
Dopo diversi esperimenti di teatro sociale, in cui la quotidianità si mescolava alla narrazione teatrale per formare un unicum, questo Uomini e Cani è, ad un primo acchitto, un esperimento diverso: sono racconti. Anche in questo caso, però, non è tutto vero quello che si vede. Paolini non si limita solo a raccontare storie di Uomini e Cani, le interpreta con una sensibilità particolare e, nel contempo, fa filtrare la sua coscienza e il suo modo di vedere la società.
I rimandi, le battute o anche solo gli appigli forniti dalla quotidianità sono troppo ghiotti per essere ignorati da un performer scafato come Paolini.
Discorso a sé va fatto per le musiche e per un motivo personale: i tre musicisti che accompagnano Paolini in questo spettacolo, oltre a suonare composizioni originali ed eseguite in lingua inglese, impersonano anche dei personaggi del racconto. Sono silenziosi, ma sono parte dello spettacolo come il pianista nel saloon. Continuano a suonare qualsiasi cosa succeda nella sala. Menzione speciale, come sempre, per Lorenzo Monghuzzi.
Vorrei evitare di raccontare gli spettacoli, mi sento quasi in imbarazzo a farlo. Posso solo cercare di riassumere delle sensazioni a caldo, delle impressioni che sorgono dall’udire per la prima volta questi suoi racconti.
Macchia ha un tono più scanzonato, vuoi per il protagonista, vuoi per il mood generale, ma si finisce per sorridere più e più volte durante la narrazione.
Bastardo si discosta nettamente dal primo. Possiamo arrivare a definirlo tragico? Sì e no. Sicuramente ti arriva la complessità del rapporto odio-amore. Perché in fin dei conti è di questo che parla Bastardo: odio, amore e vendetta. Aggiungerei, per validi motivi, sopravvivenza pura.
Accendere un fuoco è diverso dai primi due. Se in Macchia e in Bastardo i cani erano protagonisti assoluti, capaci quasi di oscurare la presenza umana e farla arrivare a ruolo di supporto, in Accendere un fuoco è l’uomo il protagonista. Ma il suo ruolo centrale è caratterizzato dalla sua fallacità, dalle sue mancanze e dall’ostinazione che ci è propria. Il cane è il testimone silenzioso, l’ombra che segue l’umano finché…. Non svelo oltre.
Non penso ci sia molto altro da aggiungere. Il finale ritorna, con prepotenza, al quotidiano. Quando sono andato a vederlo a Teatro, Il Giullare Pazzo (anche lui sempre presente per Paolini) mi ha informato delle critiche riguardanti l’ultima parte, quella che viene dopo Accendere il Fuoco. Ammetto che, dopo dei racconti che sembrano favole, un ritorno alla realtà è un brutto pugno dei denti e non lascia un buon sapore in bocca, ma neanche i racconti di London sono favolette per bambini…
Per me non stonava e il pezzo suonato da Monghuzzi, in dialetto brianzolo, ha supportato le parole di un Marco Paolini sempre attento a quello che succede nel mondo.

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37 Replies to “Una sera con Marco Paolini”

  1. Amo il teatro, abbonata da più di venti anni, ed ogni spettacolo che mi emoziona ha un posto in un cassettino speciale della mia scrivania. Prendo la locandina, un estratto dello spettacolo, ritagli di giornale ed il mio biglietto e pinzo tutto insieme. Ho un sacco di questi ventagli di ricordi e uno dei tre spettacoli del 2014 a finire nel cassetto è stato proprio questo. Quando ha cantato De André è venuto giù il teatro. 🙂

      1. Ah! Ecco il perché….capito capito.
        E poi Monghuzzi, all’inizio con i Mercanti di Liquore, faceva spesso cover di De André.

  2. Bellissimo, mio caro, quando ho letto Paolini mi sono illuminato.

    Mi e` sempre piaciuto, ricordo quando ero piccolo e vidi Vajont in televisione anche se non ci capivo molto di quel tipo li` che parlava con quello strano accento.

    L`album sul rugby mi ha commosso per l`intensita` della narrazione. Era un romanzo recitato.

    Non sono mai riuscito a vederlo in teatro. A parte che non conosco estimatori. Volevo convincere la mia ex ex ad andare a teatro, visto che faceva tappa ad Avellino, per vedere lo spettacolo su Galileo. Poi con lei fini` e poi non le interessava neanche.

    Va be` scusa le chiacchiere.

    1. Anche io ho visto i primi Vajont e la strage di Ustica alla televisione… poi, pian piano, ho incominciato a vederlo dal vivo… Parlamento Chimico, Miserabili, Galileo etc etc… tutte tacche sul fucile eheh. Mi piace, ha una capacità di narrazione incredibile e riesce a tenerti incollato al racconto per ore senza stancarti o annoiarti un secondo.
      Figurati, trovi terreno fertile qua (ah, solo per dire, ho tutti i suoi DVD…)

      1. Io ho una mini raccolta che uscì con l’espresso…in omaggio c’era infatti una tazzina di caffè ahahah…va bene.
        Tra cui, mio preferito, la macchina del capo. Spettacolo diverso da quelli su Ustica o Vajont o Ausmertzen per la tematica ma un bel viaggio nei ricordi, altrui ma che sembrano alla fine diventati tuoi.

      2. Esatto, ho anche io quelli… in più ho anche quelli usciti con il nostro quotidiano locale (non faccio nomi… sai…) e ci sono Bestiario… etc etc.
        La Macchina del Capo mi è piaciuto moltissimo anche a me. Monghuzzi canta dei grandi pezzi, fra cui una versione eccezionale di Love Will Tear Us Apart (o è nella Macchina del Capo o racconto di capodanno o… quello del Rugby? So’ matto sai?).

      3. Ah, vedi? Mi sono sbagliato io! Mi si accavallano le immagini… quella versione voce e chitarra di LWTUA (abbrevio per velocità) mi piace quasi più dell’originale… pensa te.

      4. Era molto bella e intima, poi si addiceva al contesto, mi piace che in certi suoi spettacoli la gente sia intorno come attorno al fuoco, non sia uno spettacolo frontale. Ecco in quel contesto la gente stava lì quasi addosso e una chitarra leggera ben si abbinava.

      5. Esatto. Questo è quello che penso anche io. Ci sono spettacoli che ci sta questo approccio, lui che racconta e tutti intorno… come nei vecchi campeggi. E poi ci stanno anche gli spettacoli tradizionali, anche se di tradizionale (almeno in tv) non fa niente: 2/3 ore senza spot pubblicitari, location fantastiche etc.

  3. Spero di riuscire a vederlo finalmente dal vivo.. Adoro il teatro di Paolini, i suoi modi nel raccontare il mondo e l’uomo…
    Da queste parti non pare arrivare quello spettacolo nello specifico… Ma incrocio le dita… Non si sa mai

  4. Non c’entra niente, ma ho letto Accendere un fuoco a sette anni ed è uno dei miei ricordi più vividi dell’infanzia. Nonostante l’abbia letto d’estate. Era in fondo all’edizione De Agostini del Richiamo della Foresta.
    (Pensavo anche al fatto che un racconto chiamato “Bastardo” a quell’età i miei non me l’avrebbero mai fatto leggere 😮 )

      1. Prima di tutto: ciao a te!
        Se ti dico perché non ho mai letto Zanna Bianca perdi la (già peraltro scarsissima) stima che potresti avere per il sottoscritto.

      2. C’era un mio compagno delle elementari che se la tirava un sacco e si faceva chiamare Zanna Bianca. No, non avrei sopportato di trascinarmelo dietro per un libro intero, quand’anche sottoforma di lupo.

Si!?

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