Opposizione #6 – NERO

Salve, sono Troy McLure e forse vi ricorderete di me per Opposizione, i racconti strutturati sui colori.
Questo che leggerete è l’ultima parte della collaborazione fra Daphne e il sottoscritto.
Se avete apprezzato BIANCO, per me son cazzi perché era un gran bel testo e sarà difficile, per me, pareggiare un racconto così ben strutturato come il Bianco. Ci tento con NERO, questo ultimo racconto della serie… sperando via sia piaciuta questa collaborazione.

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Ich bin ein Berliner.

Questa  l’ho già sentita”. Henrik si massaggiò il mento barbuto in maniera vigorosa strizzando leggermente gli occhi. Questa mossa, insieme all’automatico corrucciamento della fronte, lo esponeva alla costante domanda sul suo essere turbato per qualcosa.
Ormai ci aveva fatto l’abitudine. Così come anche ai lunghi monologhi di sua madre.
Henrik e Karola, la madre, erano seduti comodamente ad un tavolino singolo, di metallo chiaro, in una via affollata del centro di… Sembrava Copenhagen, ma Henrik era sicuro non fosse Copenhagen. O, almeno lo credeva. Intanto portò alla bocca una tazzona fumante di caffè nero, dall’aroma morbido, e adocchiò una pasta alla cannella. Tipica della Danimarca.
Siamo in Danimarca, allora…” Henrik mise la tazza di caffè sul tavolo. La madre si fermò nel mezzo di una frase e lo guardò, poi disse “Ma mi stai ascoltando? Hai la faccia corrucciata”.
L’aria era tersa, poche nuvole nel cielo adombravano un panorama urbano quasi spoglio e immobile. La
temperatura era fresca, un venticello pungente morse le caviglie scoperte del ragazzo facendolo rabbrividire. Come mosso da fili invisibili, Henrik riprese la tazza e congiunse le mani intorno al tiepido
liquido scuro.
No, no madre. Sto ascoltando. Solo che non riesco a capire se siamo a Copenhagen”.

I had a dream.

Come non riesci a capire se sei a Copenhagen? Cosa stai dicendo Henrik?” . Lory, sua sorella, lo guardò da sotto un cappello di paglia a tese larghe che gettava un’ombra circolare sul volto della ragazza. Henrik si strofinò gli occhi. Soffriva questo sole cocente, per non parlare delle zanzare grandi come pugni.
O, almeno, così le descriveva a… “Lory, a chi racconto sempre che le zanzare qua sono grandi come pugni?”. Ripeté esattamente il pensiero che aveva appena fatto. La sorella sollevò un bicchiere colmo di un liquido che sembrava una limonata fresca, ma Henrik era sicuro che ci fosse anche vodka dentro. Guardò con un certo orgoglio fraterno la bellezza abbronzata di sua sorella minore. Il cappello le incorniciava il viso, nascondendole però gli occhi sempre in movimento. Le braccia lunghe, lisce, luccicavano sotto il sole di quella che doveva essere una località di mare. O con un clima caldo.
Di solito lo raccontavi a me”. Lory rise.
Ah, ecco” Henrik non capì il perché della risata, ma si accodò volentieri. Il ragazzo, come colto da un improvviso dubbio, si guardò e vide che non aveva più i vestiti lunghi e scuri di prima, ma aveva un paio di scarpe nere, da ginnastica, e bermuda mimetici. Il petto nudo era coperto solo da una collana a forma di freccia. Sua sorella stava guardando intensamente un punto all’orizzonte. Come un… Henrik si sforzò, corrugando la fronte e portando la mano a riparare gli occhi dal sole. Non vide niente di interessante. Anzi, non vide niente. Ritornò a strofinarsi gli occhi con decisione, forse quel maledetto sole lo aveva accecato.

Worker Of The World United

Ma l’avete sentita questa frase?
La coppia di persone seduta alla stazione dei treni guardò Henrik con malcelato fastidio. Si era seduto, no, in realtà si era trovato su quella panchina quando aveva smesso di strofinarsi gli occhi. Di fianco a lui c’era una coppia, sui quarant’anni, sposati, a giudicare dalle fedi, abbigliati in modo impeccabile anche se un tantino demodé. Come se fossero vestiti secondo i canoni di una moda passata. Non stonavano nel contesto dell’ambiente. La stazione era immersa in una penombra rotta da schegge di colore blu, rosso, giallo e verde delle vetrate posizionate sulle impalcature di ferro brunito. Da lassù squarciavano le ombre
dell’ambiente e illuminavano, a tratti, i treni che arrivavano sbuffando rumorosamente o i quelli che partivano con lacrime secche ancora attaccate ai finestrini delle carrozze. In lontananza un carrello con panini imbottiti e bevande gassate stava cercando di deviare per evitare l’inevitabile collisione con una signora. Henrik notò il vestito rosso e cappello in coordinato. Il vociare era indistinto, come filtrato dall’atmosfera tranquilla e pacata della stazione ferroviaria.
Scusate se vi disturbo. Ma veramente non l’avete sentita la frase?” Henrik si sporse verso la coppia, cercando di attirare l’attenzione con il contatto visivo e facendo sentire la sua presenza fra le due persone. I vicini di panchina girarono, all’unisono, lo sguardo verso l’altra parte.
Ditemi solo se l’avete sentita!” la voce di Henrik era quasi un lamento. O, almeno così si sentiva parlare.
Non dare fastidio ai signori, Henrik!” la voce era conosciuta, Henrik si girò. Sua madre lo guardava puntandogli un dito accusatore “Chiedi scusa, ragazzaccio!”.
Scusatemi, signori”. La voce, un sussurro.
La coppia non sembrò notare né il rimprovero né le scuse, e mantenne lo sguardo girato all’opposto del ragazzo. Henrik si chiese se, alzandosi e mettendosi di fronte a loro, il loro viso sarebbe comunque rimasto rivolto in direzione contraria.
Madre, ma io ho sentito alcune voci! Mi spieghi cosa succede?
Madre?” La risata arrivò come un getto di acqua fresca dalla fonte.
Henrik corrugò la fronte e si massaggiò la barba, mentre guardava la sorella, in un abito serioso dai colori pastello, ridere fino a farsi venire due piccole lacrime a forma di perla sotto gli occhi. La stazione era diventa improvvisamente più caotica, come se la risata avesse risvegliato qualcosa. Come se fosse stata l’innesco di una detonazione. Il ragazzo guardò la stazione riempirsi di persone ben vestite, indaffarate e immerse in quello strano silenzio vellutato che aveva notato già prima. Le voci c’erano, ne era sicuro, ma le sentiva come se avesse diversi panni sulle orecchie.

Hey hey, my my.

Dove sono?
Dove sei sempre stato, figliolo
Dove stai cercando di andare, fratello”.
Henrik si sentiva spossato, come se avesse camminato per ore ed ore senza riposarsi. Si sentiva sudato, ma toccandosi collo, braccia e fronte non sentiva quella patina unta, né la sensazione di bagnato. Riformulò, dentro di sé, il concetto: pensava di sentirsi sudato.
Mi spiegate come posso spiegarvi che mi sento sudato, ma non lo sono, ma penso di sentirmi sudato?
Non ti capisco, fratello. Ma sono sensazioni vecchie. Adesso non stai sudando. Non preoccuparti”.
Come fai a saperlo?
Ci stiamo occupando noi di tutto, non preoccuparti”, la voce della madre era una carezza morbida.
Suadente e tranquillizzante, come quando Henrik stava male e aveva gli incubi e la febbre alta e la madre gli raccontava delle storie, mettendogli la mano, fresca, sulla fronte accaldata.
Non riesco a capire, madre. Non riesco proprio a capire. Mi sforzo sai?” Henrik era quasi troppo stanco anche per massaggiarsi la barba. Lo faceva come sorta di tic, come intercalare o finale delle frasi.
Non sforzarti, Henrik, non sforzarti. Riposati adesso. Chiudi gli occhi. Noi siamo qua quando ti sveglierai”, la voce della sorella non era venata di nessuna brillantezza.
Cosa succede, sorella? Perché non ridi?” Henrik faticava ad esprimersi. Faticava anche a nascondere il
tremore nella voce, una preoccupazione profonda. Non riusciva a capire dove si trovava, cosa stava succedendo e perché sua sorella era così turbata.
Niente fratello. Niente” e mimò una risata cinguettante. Henrik, nell’ottundimento della spossatezza, non riuscì a vedere gli occhi cerchiati di scuro, i vestiti neri e le labbra ad U rovesciata. Non riusciva a vedere qualcosa. Si strofinò gli occhi, ma non c’era vigore nel gesto; solo meccanica abitudine.
Sono stanco, madre. Pensi che posso dormire un po’?” le parole erano poco più di un sussurro.
Ma certo Henrik, certo. Dormi. Dormi pure”.
Dormi fratello, quando ti svegli saremo qua”.
Mi racconteresti una storia? Una di quelle che mi raccontavi quando stavo male?” con la mano il ragazzo cercò di stringere la mano della madre e portarsela alla fronte, ma le distanze erano strane, dilatate e non riuscì ad afferrarla. Henrik lasciò cadere il braccio.
Mettiti comodo Henrik, girati su un fianco. Non quello, figlio mio, l’altro… lo sai che dormi meglio”.

Henrik, con la giacca sotto la testa come cuscino, si girò dal lato sinistro al lato destro come gli aveva detto sua madre.
Bravo bambino mio. Bravo”.
Henrik sentì la mano della madre accarezzargli i capelli. La madre incominciò a raccontare una storia, ma questa non l’aveva mai sentita. O forse l’aveva solo dimenticata. Il ragazzo cercò di aprire gli occhi per dire alla madre che voleva un’altra storia. Una di quelle che conosceva, che lo facevano star bene. Ma gli occhi non si aprivano e la stanchezza era così pesante. Henrik lasciò continuare la madre, finché non si abituò al tono melodico della voce e non prestò più attenzione alle parole. Finché non sentì più neanche il profumo di sua sorella. Sentiva solo la mano sulla testa ed il blu dietro gli occhi non diventò nero.
Finché non sentì più neanche la mano accarezzarlo. E poi il nulla lo accolse nel suo grembo scuro, cullandolo in eterno.

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26 Replies to “Opposizione #6 – NERO”

  1. è bello! mannaggialochetta… no qua ci vuole altro… CAZZO CHE BELLO!!!
    solo un particolare, non vedo il nero… altri colori… un grigio alla fine… scuro ma non nero
    ( ma parti dal fatto che son fatta storta…)
    bravo… veramente 🙂

    1. Hai ragione, forse c’è solo la parola nero. Scuro. Ma non un vero e proprio rimando.
      Ho usato il nero (il colore) come trampolino di lancio per il racconto… una sorta di settaggio dell’umore.

      Grazie mille! 🙂

      1. ecco… così rende di più, dopo la spiegazione…
        Prego, figurati… sei bravo… cazzo se sei bravo ( niente oggi son grezza come il petrolio)

      2. ( potevo dire : “tajà con l’apiot”… ma non avresti compreso, credo)
        … anche io l’ho sentita lì… ma non tanto… ciò non toglie che è un bel racconto…

  2. Cavolo! Sei dannatamente bravo Ze’… E’ proprio come dice il faraone, malinconico ma neanche troppo, forse addirittura… sereno? Mi viene da invidiare il buon Henrik…

    Una collaborazione di altissimo livello, grazie a entrambi!
    Ogni bene 🙂

    1. Grazie mille ivanof (risposta con il jetlag visto il tempo passato eheh).
      Non so se è sereno. Sicuro c’è malinconia, ma penso di non aver spiegato bene cosa sono quei titoletti (citazioni) che aprono ogni minicapitolo.
      Comunque grazie mille. Sono contento che hai apprezzato!
      Stammi bene.

      1. Le citazioni. In effetti non credo di aver capito il nesso. Sono ignorante eh, vediamo… La prima è di JFK, la seconda di ML King, giusto? Della terza afferro il significato ma non so chi l’abbia detta, o cosa sia, della quarta non ho proprio idea. Azzardo un’ipotesi, che può funzionare solo se sono in ordine temporale: servono a darci un’idea dell’ambientazione temporale, servono a mostrarci che anche i più importanti accadimenti pubblici possono restare voci lontane a confronto del privato, specie se è tragico; o forse sono un’opposizione fra un mondo che va migliorando da una parte, e l’esistenza di Henrik che va verso il nulla eterno dall’altra…
        A questo punto però ti tocca spiegarti, visto che mi hai provocato… 😉

      2. La tua spiegazione mi piace così tanto che quasi quasi me la tengo per buona 😀 eheheheh.
        In realtà il mio pensiero era diverso: i capitoletti non sono titoli e non forniscono nessuna indicazione temporale, sono solo delle frasi che vengono recepite da Henrik. Spesso, nel testo, faccio menzione al fatto che lui, solo lui, sente queste frasi.
        Henrik è in coma. Questo è il punto principale: tutto quello che vede, sente, immagina… è frutto del sogno del coma. Lui sente certe cose, come le frasi, e sono delle intrusioni nella storia che si sta formando nella testa… sono delle spaccature nella continuità del suo racconto.
        L’ultima, per esempio, è la citazione di una canzone di Neil Young. L’ultima parte del racconto è quella che più si avvicina al fondere i due mondi, quello “reale” e quello “immaginario” e infatti Henrik muore/si addormenta nel sogno e, così, anche nella realtà. Cede e viene sconfitto.
        La tua spiegazione, però, mi piace di più… la mia idea era molto più disperata ehehehe

      3. Quindi anche quelle frasi sono ricordi, ricordi che turbano i ricordi/sogni che Henrik sta “vivendo”? Non sono sicuro che si capisca, sembra più qualcosa di esterno, di vero, che in qualche modo, anche deformato, giunge fin dentro l’isolamento del coma… Certo non si può fare affidamento sulle mie impressioni, a quanto pare capisco spesso una cosa per l’altra… 😮 😉

      4. No, hai ragione. Quelle frasi sono qualcosa di esterno che lui sente e giunge deformato nel sogno che sta facendo!!!
        Ci hai preso! 😀

Si!?

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