Behind The Wall Of Sleep – Ritornano i sogni di Zeus

* Un blogger veggente. So prevedere il passato con buona approssimazione*

 In una precedente puntata di Behind The Wall Of Sleep, avevo parlato di alcuni sogni che faccio. Questi sogni sono particolari, non perché siano eccezionali o mi diano il numero del lotto, ma proprio perché so di esserci dentro e sono a puntate o, in certi casi, dei reboot del sogno già fatto.

(Per assaporare il sogno precedente, cliccare QUA)

Ma partiamo senza indugio, ma dalla metà del sogno. La prima parte è un qualcosa che cambia sempre, a quanto mi ricordo, e non c’è nessuna correlazione con altri sogni già fatti. Per questo motivo, sono propenso per eliminare l’introduzione e partire a bomba dall’evento forte.

Il racconto che segue non è inventato, l’ho realmente sognato.

Quando alzo lo sguardo, la persona che è davanti a me sta camminando nella penombra del bosco. File di alberi dal colore indefinito, ma sono quasi sicuro che sia un colore vicino all’ocra. Non saprei dire, in tutta onestà, se è un effetto visivo o il riflesso dell’aria, ma tutto l’ambiente è impregnato di questo colore. Seguo le impronte dei passi sul terreno umido fino a raggiungere una grande voragine nel terreno.
Da dove mi trovo, un promontorio erboso coperto dalle fronde marroni degli alberi, questo buco sembra avere le dimensioni di un campo da calcio, ma le prospettive sono irrazionali. Mentre mi avvicino al precipizio, noto che l’ampiezza del buco non è assimilabile a quella di un campo da calcio, ma assomiglia all’entrata di una grotta di piccole dimensioni. L’effetto discendente ad imbuto è creato dall’ampio avvallamento che circonda il foro nel terreno. Un vago senso di nausea mi assale nel momento stesso in cui cerco di ritornare sulla collinetta., accompagnata dalla sensazione, anzi certezza!, che lo spazio, se non il tempo stesso, stiano mutando sotto i miei occhi.
Il mio compagno di viaggio rimane sul bordo del precipizio e sembra affascinato da questa voragine. Da essa sembra pulsare un’oscurità così assoluta da coprire i colori; un buio senziente che avanza e si ritrae a seconda delle sue necessità di sopravvivenza.
Rimango in immobile, in preda ad un terrore arcaico, mentre l’oscurità si spande sui bordi della grotta come una schiuma disgustosa e poi si ritrae quando la luce della mia pila ne ferisce le tenebre e lo ferisce.
Decidiamo di creare un campo nelle vicinanze della buca: qua l’effetto straniante del cambio di spazio e tempo sembra attenuato rispetto ai bordi della conca. E così anche la nausea.
Mi sono accorto che uno dei fenomeni più particolari è lo scandire del tempo. I minuti, le ore e persino le stagioni sembrano proseguire in base ad intervalli inesatti o completamente stravolti: le ore avanzano veloci per poi fermarsi per un tempo indefinito, mentre le stagioni seguono ritmi alieni. Nella breve permanenza vicino alla buca, il breve è valutato in tempo terrestre, ho potuto registrare il passaggio dalla primavera tiepida alle gelide lame dell’inverno, saltando estate ed autunno. Il mio orologio, nel cambio di stagione, non è avanzato più di qualche minuto.
Il mio sgomento è aumento quando, nel passaggio dall’inverno ad un’estate afosa, il quadrante segnava l’inizio dell’anno successivo a quello in cui sto scrivendo.
A mente fredda non saprei quanti giorni siamo rimasti sul bordo scosceso della grotta, perché il tempo sta subendo mutazioni impossibili e impensabili.
La decisione di calarsi all’interno dell’antro oscuro è sofferta e tormentata. Da quando ci siamo accampati si sono aggiunte nuove persone desiderose di verificare i misteri della buca e i misteriosi effetti che ha sulle leggi terrestri. Dove è mancato il coraggio, è arrivata l’avidità intellettuale e la voglia di conoscenza: perciò, nonostante i dubbi, la spedizione nel ventre oscuro della terra si farà.
Il paradosso, oltre che influire su tempo e spazio, intacca anche le nostre esperienze sensoriali. Il tatto sembra confuso, così come la percezione delle distanze e dei colori. Più di tutti ne viene inficiato l’olfatto. Dalla buca fuorisce un odore spaventoso, non saprei come descriverlo se non come l’effetto di qualcosa di morto che continua a suppurare da secoli nei meandri di quell’oscurità malvagia. Questo afrore sembra tanto più presente quanto più distanti siamo dalla bocca nella roccia, mentre diminuisce fino a farsi confuso e indefinibile quando più ci avviciniamo.
La discesa viene fissata per la mattina seguente.
Un freddo sole autunnale ci accompagna nella spedizione. Controllando il perimetro della grotta, ci accorgiamo che l’unico punto adatto alla discesa una scaletta metallica alla roccia. Sporgendosi si vede solo il buio assoluto e si percepisce quel fetore inquietante. La mia mente si rifiuta di fornire spiegazioni.
Una volta testata la resistenza del fissaggio, incominciamo a scendere seguendo il metallo della scala. Ad un certo punto della discesa ho notato una particolarità del metallo: invece che essere freddo ed asciutto, in base alle condizioni della grotta, esso risultava essere tiepido e umido, come se in un recente passato fosse stato colpito a più riprese da grosse masse d’acqua. La cosa è improbabile, visto che la scala guarda l’abisso e l’esterno non sembra influire in nessuna misura sulle condizioni interne.
La calata nell’oscurità è lunga e silenziosa. Il tempo gioca strani scherzi e quando guardo il quadrante illuminato dell’orologio sono passate giornate intere. Mi rifiuto di pensare, a molti metri sospesi nel vuoto, a quale portentosa forza sia all’opera in questo ventre di roccia.
L’assenza di ogni forma di rumore ha le stesse caratteristiche dello strano buio che popola questa grotta; il silenzio ha una sua consistenza aliena. Una distorta tridimensionalità.
Dopo un lasso di tempo a me sconosciuto, raggiungiamo infine il fondo della buca. Il metallo viene rimpiazzato da un pavimento di pietra levigata. Faccio scivolare il piede sulla superficie dura come un ballerino, cercando di capire ampiezza e resistenza della stessa. Solo quando scendo dalla scala mi accorgo che l’ambiente non è una grotta, ma un’enorme spazio architettonico illuminato da una flebile luce verdastra.
Come per il tempo e il silenzio, anche la luce non segue le leggi fisiche che ho imparato nei miei anni di studi. La luminosità striscia, si divincola e si ritrae una volta che, con il camminare, si raggiunge il limitare del cono luminoso.
L’ambiente in cui ci troviamo è enorme e incombe su di noi come le ripide pareti di una montagna.  Chiunque sia stato a progettare questo posto, perché qualcuno deve aver costruito quaggiù, non ha seguito parametri umani per disegnarne la struttura. Le alte mura di pietra, che si alzano, orrore supremo!, quasi all’infinito, scrutano severe un corridoio che prosegue fino a dove l’occhio può arrivare.
In base ad un calcolo approsimativo, ci dovremmo trovare in un punto intermedio del corridoio. La luce illumina, sulla nostra destra, una svolta a novanta gradi che ci nasconde alla vista il resto dello spazio. Alla nostra sinistra,  invece, il corridoio prosegue dritto fra le fauci dell’oscurità più profonda.
Temo che qualsiasi nostro rumore, o gesto, disturbi la straniante tranquillità di questo mausoleo di pietra. Qualcosa è in attesa. Qualcosa dorme da secoli nelle profondità della terra e noi, con la nostra arroganza e curiosità, siamo arrivati a destare l’orribile oscurità.
Nel corridoio i rumori sembrano propagarsi in maniera bizzarra, aumentando d’intensità quando si allontanano e cambiando di tonalità in base a imperscutabili motivi. Così il tintinnio del metallo dello zaino sulla scala riverbera per più tempo di quello che siamo abituati a calcolare e il tonfo dei passi è pari all’esplosione di una granata.
Ci fermiamo, mentre il rumore dei nostri passi sbriciola ogni meandro silenzioso e rimbalza da un muro all’altro ingigantendosi. Fino a che il silenzio ritorna a regnare. E con esso il terrore strisciante.
Anche adesso sento il cuore fermarsi e le ginocchia piegarsi al solo pensiero di quello che è avvenuto quando il silenzio si è imposto: il corridoio ha incominciato ad espandersi e contrarsi in un movimento che oserei dire “respiratorio”. Al solo ripensarlo sento la mia mente vacillare.
Alcuni dei compagni di viaggio si sono piegati su sé stessi, rannicchiandosi in posizione fetale e incominciando a piangere a dirotto. Uomini forti, conosciuti all’apice delle loro possibilità psico-fisiche, che cadevano a terra singhiozzando e in preda ad una pazzia aliena.
L’effetto respiratorio delle mura è durato qualche minuto, accompagnato dal getto tiepido di un vento spettrale. Quando le mura si sono fermate, abbiamo deciso di muoverci e, contro ogni logica di sicurezza, ci siamo allontanarci dalla scaletta.
Adesso che siamo più lontani dalla nostra unica via di fuga, noto che le mura non sono verticali. Le angolazioni non seguono regole cartesiane e, spesso, ho la sensazione che non siano neanche dritte.
Il pavimento, di dura roccia vulcanica, è ricoperto dalla stessa patina viscida delle scalette. Anche in questo caso, però, non riesco a trovare nessuna spiegazione razionale per il suo essere umido. A questa profondità non ci dovrebbero essere fiumi sotterranei e l’aria, seppur tiepida in maniera innaturale, non è il lascito di una tempesta o dell’evaporazione di qualche fluido conosciuto.
Ad un’analisi più approfondita ho potuto constatare una verità che mi ha turbato: la pietra non era fredda, ma sembrava essere viscida.
Come se fosse le pareti interne di una grande struttura vivente.
..

[Continuerà? Non lo so]

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46 Replies to “Behind The Wall Of Sleep – Ritornano i sogni di Zeus”

    1. Secondo me è l’insalata e non i fagioli con le cotiche (che son buoni) eheheh.
      A volte mi stupisco dei sogni che faccio… e mi stupisco di più del fatto che so che li ho già fatti…

    1. Il fatto è che non sono sogni “una tantum”. Sono sogni ricorrenti, per questo so perfettamente i dettagli del sogno: ci sono passato più e più volte.

      1. Cosa che, ammetto, aumenta la mia inquietudine nella cosa. Perchè so che è un sogno, ci sono dentro, ma è terribile comunque.

      2. Hey, non vorrai mica dire che… io.. sai…

        WARREN è morto.

        Non ho copiato, giuro. Anche perchè sto leggendo Alle Montagne della Follia.
        Penso che le proporzioni strane siano state ritirate fuori da queste letture. Ma sono sogni che provengono dal tempo che fu.

      3. Io pure ho avuto dei sogni ricorrenti ma proprio perché ne ho timore non li racconto in giro…
        Ottime letture, davvero ottime letture! 😉

      4. Ti capisco. Io cerco di esorcizzarli. Un po’ come il precedente con il nazista che scende dalla collina in carrozzella… dannazione.

        Sembre pene le mie letture! Sembre pene!

    1. In realtà ti avevo citata per un contest millemila anni fa… ma tu non mi caghi più.
      Non scrivo perchè son… uaaaaaaa… lanciato.

      Ps: grazie. Ma posso migliorare 🙂

      1. Trovato il post in questione. Appena ho tempo provvedo.
        Non tirarti giù da un ponte nel frattempo, chè mi servi intero e scattante 😉

        Ps: ti mancai?

      2. Brava! Ormai è vecchio, ma puoi sempre utilizzarlo 😀
        Scattante? Intero? In estate? Con questo caldo?! 😀

        Ps: certo carissima…

      1. Lo so, però dopo un post in cui sottolineavi che eri a secco di idee ecco che arriva il sogno a salvarti!!

  1. Me cojoni.

    (Anche io ho un sogno ricorrente, forse te lo avevo già raccontato: ci sono io che scappo perché mi sento inseguita. Ma non vedo mai chi mi insegue. Sono dentro ad un palazzo e corro su e giù per le scale e ogni porta che apro, mi conduce ad una nuova scala. Inquietante).

      1. Ok, tengo sotto controllo e preparo già la frase standard: “la conoscevo, era una persona per bene. Salutava sempre”

        Ahahahahahahah

  2. Come accidenti fai a fare gli stessi sogni, o a puntate? Cioè, esistono i sogni a puntate?! O___o
    Io è già tanto se ne ricordo cinque o sei in anno. E sto abbondando. Sarà che io non dormo, entro direttamente in coma per sei-sette ore.

    1. Io non lo so. Io so che sto sognando, infatti me lo ripeto mentre dormo (ne sono conscio di questo) e so che il sogno è già stato fatto. Riconosco i particolari e i luoghi. So cosa verrà fatto nell’immediato futuro etc.
      I sogni a puntate esistono… almeno, da me esistono…

      1. Sei inquietante, sappilo. XD
        I sogni a puntate non mi sono mai capitati, ma a volte mi sono capitati i deja vu. Vivo una situazione nella vita reale, e so che l’ho già vissuta in sogno.
        A parte, cosa terribile, che trasformo certi sogni in ricordo e imperterrita ne parlo alla gente.

Si!?

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