Storia di un killer

Le giornate più lunghe sono quelle che iniziano quando tutti vanno a dormire.
Quando le prime luci nelle case si spengono, io macino l’asfalto con la mia Chevrolet Camaro.
Vedo lo sdegno per quello che faccio sul viso della gente. Il loro modo di evitare il mio sguardo quando mi parlano o di ritrarre la mano quando gliela porgo.
Lo noto nel sopracciglio <<ad ala di gabbiano>> sulla faccia dell’uomo che mi ha chiesto di uccidere sua moglie. Si scorge nell’allontanarsi schifato quando mi pulisco la polvere rossa del deserto dal soprabito.
L’ironia profonda dell’irritazione per quel granello irriverente e la richiesta di far succedere qualche incidente ai loro cari.
La faccia scavata dell’uomo che mi parla mescolando il caffé. Tic Tac Tic. Il rumore del cucchiaino sulla ceramica. Tic Tac Tic. O le dita che, come serpenti, escono ed entrano dalla morsa creata dalle mani giunte della vecchia casalinga.
Il mio lavoro è sgradito. Sono un pariah. L’emarginato.
Il mio telefono, però, squilla sempre.
Non ho nessun segno sulla fronte, nessun chakra da aprire, solo una macchia sbiadita di nicotina fra l’indice e il medio. Le persone che incontro non la vogliono toccare. Non vogliono sapere che più profonda e visibile è quest’ombra, più persone hanno subito qualche <<incidente>>.
La gente mi detesta e mi lascia da solo al bancone del bar. Chi mi ha chiesto un servizio non mi rivolge più la parola. Sono dimenticato. Sono la una damnatio memoriae che cammina per le vie.
Il mio telefono squilla sempre. Quando le prime ombre calano sui tetti delle case e fanno chiudere i fiori dei giardini, il mio telefono si mette a squillare.
Io rispondo sempre e dall’altro capo c’è, immancabilmente, una voce sussurrata. Una richiesta notturna e imbarazzante.
Vengo ignorato e mi viene lasciato il conto da pagare, ma il telefono squilla sempre.
Quando metto giù l’apparecchio, indosso scarpe di cuoio e un soprabito scuro. Una sigaretta stretta fra le labbra sottili. Il fuoco dell’accendino che arde e brucia il tabacco.
Entro nella Camaro mentre le prime luci delle case si spengono.
Le mie giornate sono molto lunghe, iniziano quando tutti vanno a dormire.

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24 Replies to “Storia di un killer”

  1. Ma è il prologo di una storia più lunga?
    Le atmosfere mi hanno ricordato una certa filmografia noir, anni 40-50, in cui si prendono le mosse dal narrato in prima persona del protagonista – un personaggio dubbio, quasi mai interamente positivo.
    Hai uno stile asciutto, scrivi per immagini: nel senso che mostri il disprezzo e gli altri sentimenti attraverso dettagli sensoriali. E’ una cosa positiva. ^^

    1. No. In realtà si conclude qua. Non c’è storia dietro, solo un flash, uno spaccato… l’idea era proprio del noir anni 40/50, anche se non ho dato indicazioni temporali.
      Grazie mille per due cose che hai scritto: stile asciutto e scrivere per immagini. Sto cercando di affinare sempre di più questi aspetti. Sto provando a essere incisivo con meno parole e più immagini.

      1. Eh eh eh. Ho un ottimo spirito critico. 😉 Sì direi che ci siamo. A memoria, c’era solo uno o due termini che io avrei tolto o gestito in modo diverso. Per il resto, un buono scritto. Potresti svilupparlo.

      2. Posso chiederti quali termini avresti gestito in maniera diversa?!
        Non penso che lo svilupperó mai. Rimarrà un racconto così… breve e forse incompiuto.

      3. Lo noto nel sopracciglio <>
        che sostituirei con
        Lo noto nel sopracciglio arcuato,
        per due motivi:
        1) l’ala di gabbiano è una forma rara in natura, ottenibile artificialmente dall’estetista, ed è più femminile che maschile; dato il periodo storico, potrebbe anche starci per un uomo; tuttavia,
        2) ad ala di gabbiano esprime unicamente la forma e non l’emozione. Se usi, invece, un aggettivo, come arcuato – puoi anche sceglierne un altro, dipende da quello che vuoi trasmettere – esprimi anche un’emozione: quella che porta l’uomo ad arcuare il sopracciglio. Il lettore sarà portato a pensare: “è sorpreso?”, “arrabbiato?” “prova ribrezzo?”… in base al contesto.

        L’altro è
        “Il fuoco dell’accendino che arde e brucia il tabacco.”
        Arde e brucia sono due sinonimi, in un’unica frase sono ridondanti.
        Probabilmente tu intendevi l’azione della fiamma che arde e poi – una volta avvicinata alla sigaretta – che brucia; ma togliendone uno alleggerisci.
        “Una sigaretta stretta fra le labbra sottili. Il fuoco dell’accendino che arde il tabacco.”
        La scelta tra arde e brucia dipende dal registro che intendi dare al racconto. Visto quanto hai scritto in precedenza: brucia è più diretto. Arde fa già pensare a un registro un filo più elevato.

        Spero di esserti stata d’aiuto. ^^
        Oddio… spero di essere riuscita a spiegarmi e scusami se mi sono permessa.

      4. Adesso mi sono perso… il punto sulla sigaretta mi sembra una cosa buona. La parte sul sopracciglio invece… eheheh

      5. Veramente, il secondo commento era per dirti: “Zeus, ho sbagliato nel commento precedente e una frase non è visibile, puoi correggere tu, grazie!” XDXD
        Naturalmente, i miei erano solo suggerimenti. Un modo diverso di vedere le cose… Poi sta sempre a chi scrive condividere, continuare sulla sua strada o, che so, scoprirne una nuova. ^__^
        P,S. Io ho un’ossessione per le parole 😉

  2. L’ala di gabbiano fa il suo effetto. Il cellulare che squilla e le altre ripetizioni pure. Sembrano un mantra, ma che offre inquietudine, visto l’argomento. La sintesi è un dono.

    1. Grazie mille. Le ripetizioni le ho ritenute fondamentali nel discorso, per creare un certo ritmo e una sorta di “ripetizione con effetto ansiogeno”.
      L’ala di gabbiano ha fatto sollevare qualche sopracciglio… scusa il gioco di parole…
      La sintesi è un tentativo di scrittura, in questo caso. Un modo di trovare il nocciolo della questione con meno parole.

Si!?

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