Tirando via l’inutile

Sono molto stanco.
Mi trascino sui gomiti, lasciando strisce di sangue sull’asfalto. Vorrei, ma non posso. Mi sto artigliando il viso, il petto, le braccia, cercando di far uscire una versione migliore di me. Una sorta di bozzolo umano, fatto di legamenti e carne bianca, che contiene un me diverso.
Ansimo e tossisco bile acre e dal gusto d’aceto. Così rabbrivisco e cavalloni di pelle d’oca si formano sulle braccia smunte.
Quando finiscono le convulsioni e riesco a riprendere fiato, smetto di torturarmi con le unghie, smetto di graffiare e sanguinare, e incomincio con i denti. Come un cane che addenta l’osso. Facendo stringere nelle spalle tutte le persone che siedono di fianco a me, troppo schifate per poter intervenire e troppo pudiche per poter provare la stessa, inebriante, voglia d’evasione.
Cane rabbioso. Anche se l’espressione esce più come: Cane. Rabbioso.
Con pause ad effetto fra una parola e l’altra. Occhiate significative lanciate da dietro occhiali sporchi di ditate e polvere. C’è una gara a chi prova più ribrezzo dell’altro. Spero di vincere io.
Quando volete sono qua!” lo urlo a pieni polmoni. Ma è falso, visto che mi sono nascosto dietro un sasso e l’albero per evitare gli sguardi e continuare a scavare, a punzecchiare, con l’unghia sporca di nafta e grasso di motore, le vene pulsanti della coscia.
Quando chiedete io risponderò!” lo strillo e lascio che un filo di bava mi scenda dal lato della bocca. Ma se avete più domande che risposte non saprò cosa dirvi. Se avete più problemi che soluzioni, sarò il primo a creare un mondo di fantasia e specchi per distrarvi. E fottervi il portafoglio.
Sono il re del lebbrosario. Sono lo stanco affermato. Sono l’insofferente apatico.
Mentre con i canini azzanno il braccio e sfiletto il braccio, mi rendo conto che non c’è modo di trovare il bozzolo tirando fuori le viscere. Dovrei muovermi da sotto questo schifo di roccia e albero e mettermi 13° e 15′ più a Sud. Perché in quel punto il sole batte più forte e mi brucia il viso.
Quando voi mi griderete, più spaventati che orgogliosi, “Quando sei pronto, ritorna!“, allora alzerò lo sguardo e metterò fuori il dito medio. Perchè così è. Così è sempre stato scritto.
Troppe parole sono state scritte senza che abbiano un vero significato. Senza che ci sia dentro un’oncia di fermento o anche solo di un tormento. Un minimo smottamento, se vogliamo proseguire con la rima. Ma il succo rimane: parole levigate, troppo pulite per colpire e lasciarti uno sfregio sulla guancia e infezione nei bordi sfilacciati.
Sono parole che non provocano febbre.
Sono parole.. comuni. Innocue. Semplici.
Quando scavo sotto la pelle cerco altro. Cerco più violenza. Cerco più infezione. Febbre. Malattia. Solo in quello c’è sincerità. Solo abbracciando le ginocchia, provando a contenere il tumulto del costato, riuscirò ad estrarre il distillato che desidero.
Voglio parole forti. Di quelle semplici e innocue ne ho utilizzate già troppe.

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8 Replies to “Tirando via l’inutile”

      1. Ehhh… quando la vita reale si incastra nell’immaginario e quando la storia contorna la vita reale.

        Ok, adesso me la sto tirando 😀 ahahahahahahahahahah

        In realtà è una via di mezzo.

Si!?

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