Behind The Wall Of Sleep, ovvero sia il Sogno di Zeus

* Un blogger che si porta le fotocopie da casa, ma copia comunque dal vicino più intelligente*

Questa volta non voglio raccontare avventure ad minchiam o idee balzane su musica o utilizzo di mezzi normali da parte di cattivi. Oggi voglio raccontarvi il sogno che ho fatto stanotte (non vi frega? Il blog è mio e ci gioco come voglio!) perché ormai è un grande classico e so che sono dentro un sogno… ma non riesco ad uscirne. Bene, trattenete il respiro e ci gettiamo in questo grande mondo: Il Sogno di Zeus.

Silenzio. C’è sempre silenzio quando atterro con il paracadute in una zona montagnosa di una regione non meglio definita, ma sicuro come il peccato che è sotto il controllo dei nazisti. C’è una sensazione di paura repressa nella zona, come quando stai camminando per una via poco illuminata e senti passi alle tue spalle. Il silenzio e la pioggia sono gli unici elementi che riesco a percepire con chiarezza attraverso l’elmetto dell’esercito americano. Alti pini e abeti si stagliano a vista d’occhio e contornano una di quelle classiche strade montane di sassi bianchi e levigati.
Raccolgo il paracadute e lo nascondo sotto una coltre di rami di pino e piante e, fucile alla mano, mi incammino verso la cima della montagna. La pioggia è fredda e tagliente e mi sferza la faccia con forza, ma continuo a camminare finché non vedo, in lontananza, una sorta di riparo. Lo guardo con il binocolo e vedo che è una costruzione di legno, con tre parti chiuse da pesanti assi scure e un tetto assemblato alla meglio con rami e assi. Una pensilina in legno. Anche se non aspetta nessuno.
Mi avvicino e mi rifugio al coperto per prendere fiato. La salita è faticosa e sento le gambe pesanti. La pioggia ha reso il sottobosco un terribile scivolo naturale e ogni tre passi avanti ne faccio uno o due indietro.
[Le prossime 4-5 righe cambiano di volta in volta nel sogno]
Mi siedo su un pezzo di legno e testo la radio. Mi hanno dato il silenzio radio, ma è meglio controllare se non ci sono danni a seguito del lancio. Sembra tutto in ordine, perciò richiudo lo zaino che contiene l’apparecchio e lo copro con la cerata. Solo il rumore sordo della pioggia, e il mio respiro affannoso, rimane a farmi compagnia.
Prendo il binocolo dalla custodia e scruto il panorama sottostante: la foresta, l’orizzonte e, soprattutto, la strada. Questa sembra inutilizzata da un po’ di tempo, le tracce dei pneumatici sono quasi cancellati. Seguo quello che resta dei segni fino a dove vedo, due curve sotto la mia posizione, ma non cambia. Silenzio e inattività.
Ad un certo punto sento qualcosa provenire dalla mia sinistra, dalla cima della montagna: è un leggero rumore di gomme sui sassi. Trattengo il respiro, imbraccio il fucile e mi accuccio dentro il riparo in attesa. Dalla cima della montagna vedo scendere, lenta, una sedia a rotelle su cui è seduta, in maniera rigida, una persona nella classica divisa della Wehrmacht. Punto il fucile e sparo contro la figura, colpendola alla testa.
Il colpo risuona nell’aria e, alle mie orecchie, è l’equivalente dello scoppio di un proiettile da artiglieria. Deglutisco paura e saliva dalla consistenza sabbiosa. Trattengo il respiro e continuo a tenere sotto controllo sia la strada sia la sedia a rotelle che scende lenta con il cadavere fino a schiantarsi alla prima curva. Il corpo dell’uomo viene sbalzato nel sottobosco sul lato destro, rimanendo disteso a bocconi con le braccia lungo il torso. La sedia, invece, rimane in mezzo alla via con la ruota che gira con un sinistro squittio.
Raccolgo l’elmetto e il fucile e mi dirigo verso il cadavere. Cammino piano, accucciato, controllando a sinistra e destra se arriva qualcuno. Niente, solo un silenzio di tomba.
Il corpo che mi trovo davanti è quello di un alto generale dell’esercito tedesco. Il vestito elegante, le mostrine e la croce di ferro lo indicano come un alto papavero della Wehrmacht. Non ci sono nomi o indicazioni su chi sia.
Un particolare mi fa levare un sopracciglio. Il berretto ha lo stemma del Totenkopf sulla parte frontale. Non riesco a trovare il motivo, visto che sono le truppe SS ad avere il teschio sul berretto nero e non l’esercito regolare della Wehrmacht.
Ma, soprattutto, perché un generale dell’esercito stava venendo giù con la sedia a rotelle?
Le domande rimangono nell’aria.
Decido di spogliare il corpo e prendere i suoi vestiti per potermi infiltrare nella base sulla cima della montagna. Per qualche strana coincidenza, i vestiti dell’uomo mi vanno a pennello e noto anche che ho una vaga somiglianza con il generale nazista. Ma non sono certo io.
Mentre mi sto vestendo sento il rumore di una macchina proveniente dalla cima della montagna. Prendo il corpo seminudo dell’uomo e, con rapidità, lo nascondo sotto una catasta di legno a lato della strada, ma non faccio a tempo a raddrizzare la sedia a rotelle che la macchina mi raggiunge.
Riconosco subito il veicolo, è una Volkswagen Typ82 Kuebelwagen. I due soldati all’interno, vedendo un graduato, rallentano e fanno un deferente saluto militare, ma poi vedono la sedia a rotelle poco più avanti e fermano di colpo l’auto.
Scendono cauti dal veicolo, il loro MP40 assicurato dietro la schiena. Vedo una domanda inespressa percorrere il viso dei due militari, ma nessuno dei due soldati semplici osa chiedere nulla in merito alla sedia.
Tacchi che sbattono. Saluto nazista.
“Buongiorno, Signore. Ha bisogno di aiuto, Signore?”
[La risposta varia di volta in volta nei miei sogni, questa è la più frequente. Il mio tedesco è impeccabile]
“No, grazie. Stavo andando a prendere un amico alla stazione ferroviaria a monte”
“A piedi, Signore? Con questo tempo, Signore?”
“Sì, a piedi. Volevo prendere un’auto, ma poi mi sono deciso ad andare a piedi. Ci sono problemi, soldato?”
Vedo lo sguardo perplesso, ma sono di fronte ad un graduato e non osano contraddire le stravaganze di un superiore.
“Nessun problema, Signore. Vuole un passaggio verso la stazione, Signore? Stiamo scendendo proprio in questo momento.”
“No, grazie. Prendo la sedia a rotelle…” indico l’oggetto riverso pochi metri più in la alla mia destra, “e proseguo verso destinazione. Grazie signori”.
Ancora uno sguardo perplesso, ma nessun commento.
“Mi ripeto: problemi, soldato?” Aumento il tono arrogante tipico del graduato.
“No, Signore, ci scusi. Proseguiamo. Buona giornata, Signore”.
Rumore di tacchi che sbattono insieme. Saluto nazista. I due soldati semplici rimontano in auto e in pochi minuti la Typ82 parte e si dirige verso il fondovalle.
Sento il cuore che cerca di spaccare la cassa toracica a forza di colpirlo con furia cieca.
Mi giro nel sottobosco e vomito l’anima sulle piante bagnate dalla pioggia incessante.

Dove osano le aquile (film)

CONTINUA (forse)

 

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25 Replies to “Behind The Wall Of Sleep, ovvero sia il Sogno di Zeus”

    1. Grazie. L’ho descritto con molti particolari perché è un sogno ricorrente e perciò ho avuto modo e tempo di studiarlo bene. Inquietante 😀

      1. Già. Può essere. Il bello è che non ci sono montagne di canditi o altre cose simpatiche… ma è bello ritrovarsi di nuovo in mezzo al sentiero di guerra (nel caso del sogno raccontato)

      2. Poi puoi sempre uccidere qualche nazista. Io al massimo ammazzo zombi, ma non mi danno poi tanta soddisfazione perché mi stanno simpatici…

      3. Forse sì… bisognerebbe analizzare ste cose.
        Io mi chiedo sempre perché c’è sto nazista che viene giù dal sentiero con la sedia a rotelle… e io che gli sparo sempre.

      1. Sì, ho letto. Molto interessante anche la seconda parte, seppur devo dire che questo sogno mi è piaciuto di più. Sarà l’ambientazione che mi ha colpito o la sedia a rotelle. L’altro l’ho trovato interessante, ma poi non si conclude. Non sei mai riuscito a finirlo quel sogno (o quei sogni ripetuti)?

      2. Il primo sogno è interessante, ambientazione di guerra, problema della sedia a rotelle che scende dalla collina… etc etc. Sono intriganti.
        Ho proseguito questo primo sogno, ma non me lo ricordo. L’ho sognato solo due volte (e ne sono conscio), ma non riesco a focalizzare la trama del sogno.
        Il secondo, invece, è incompiuto… è successo qualcosa, ma non mi ricordo. Qualcosa di terribile perché, non ho timore a dirlo, mi sono quasi svegliato (la definizione del sogno non è un caso, è proprio la sensazione di puro oscuro terrore). Anche qua sono successe delle cose dopo (non sempre uguali) che scatenano una reazione, ma non mi ricordo…

      3. La cosa si fa sempre più interessante. Questo interesse è destato anche dal fatto che io ricorderò un sogno ogni 5 anni, quando va bene. E se va bene me ne ricordo solo una piccolissima parte. Dovrei fare come fai te, che è come mi ha anche detto un mio amico, scrivere immediatamente quando mi ricordo di un sogno. L’ho fatto un paio di volte. Ma ho perso i fogli su dove l’avevo scritto… Va beh, non sono un onironauta e lo so da tempo.

      4. Io me lo butto giù, così da avere tutto sotto gli occhi. Poi, ovvio, lo rendo appetibile alla lettura, il sogno ha una trama e uno svolgimento ma le tempistiche sono molto dilatate e/o non si riescono a determinare in maniera “chiara”.
        Io faccio dei sogni grandiosi, spesso me li ricordo… non sempre me li segno (sfortuna). Quello che mi esalta, e mi inquieta, sono questi sogni ricorrenti in cui so di essere nel sogno, so cosa succede, ma è inevitabile che succeda.

      5. Sono i miei preferiti. Ne ho uno che ricordo perché recente (l’anno scorso) che ho scritto giù da qualche parte (uno dei due che ho perso o che probabilmente ho lasciato in Italia). Comunque quell’inquietudine che ne secerne dai tuoi sogni/racconti è palpabile e mi piace assai. Spero finirai con una delle conclusioni possibili, se si presenteranno ancora.

      6. Guarda, appena le sogno le scrivo.
        Io ho un solo “sogno” che non scriverò, e non perchè porno ahahaha… ma perchè non so se sia un sogno o se è successo realmente. Questo mi inquieta in maniera oscena. Non so se è una cosa che ho vissuto o meno (la visita di un derminato posto).
        Ti giuro che mi rende matto sta cosa.

Si!?

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