American Gods (Neil Gaiman)

Possono poco più di 100 pagine far valere il prezzo di un libro? 
Questa è la domanda che mi sono posto per diversi giorni e ancora non riesco a trovare una risposta.
 American Gods e il sottoscritto ci siamo rincorsi dal lontano 2004/2005 e solo verso la fine del 2014 ho trovato tempo e voglia di approcciare questo libro.
Come mai 10 anni dopo? Non lo so. Ogni volta che mi prendeva la voglia di leggerlo, avevo qualcosa in attesa e non volevo lasciarlo da parte. Una situazione frustrante a cui ho posto rimedio solo sul finire dell’anno scorso.
Quanto è difficile fare questa “recensione”? Tantissimo.
Uno dei motivi di difficoltà è che il personaggio principale (Shadow) mi è sembrato, da subito, un personaggio “marionetta”. Per tutto il racconto non mi sono riuscito ad identificare con lui, con le sue gesta o con le sue paure. Lo si guarda, ma non lo “si sente” e questa è una cosa gravissima, sia chiaro. D’altra parte, però, questo procedere particolare, con il lettore come terzo incomodo nella vicenda, ti tiene incollato al libro. Sarà la mia naturale curiosità o il detergente intimo che uso (ah ah ah – nel mio intimo c’è solo… IL Chili), ma ho seguito il suo muoversi fra le pagine.
E qua mi son chiesto: sono io curioso o il buon Neil Gaiman è un furbacchione che ha costruito un libro ottimo? Non ho risposta.
La particolarità di American Gods è l’essere un grande contenitore di storie: alcune messe a caso e mai finite (partono bene e poi vengono abortite senza un preciso motivo), altre sono funzionali alla definizione del mondo in cui il protagonista (e la spalla, tale Wednesday, che si capisce subito chi è, ma lascio a voi il piacere di leggerlo) si muove. Questi mini-racconti mettono sul piatto degli indizi che vengono svelati, a tutti gli effetti, solo nelle ultime 100/110 pagine. Il processo di posizionamento degli indizi è funzionale, ma sembra casuale. Non c’è nessuna reale motivazione per cui un evento sia successivo all’altro (a parte qualcuno che è necessario al fine della prosecuzione del libro). Stesso discorso, mi duole dirlo, vale anche per gli incontri che arrivano e lasciano poco al lettore.
Metto subito avanti le mani: non sto dicendo che gli incontri siano inutili alla storia, ma che sono meri spostamenti geografici del personaggio per permettere all’autore di introdurre dei personaggi che saranno, finalmente, spiegati alla fine del libro.
Un’altra domanda mi ha percorso il cervello mentre leggevo: nel libro ci sono storie che iniziano e finiscono, storie abortite, una storia principale e diverse sottotrame. Queste sono completamente slegate al resto della narrazione. Procedono autonome e valorizzano alcuni personaggi che poi, in fin dei conti, sono inutili alla trama principale (sticazzi, se no non sarebbero delle sottotrame, no?).
Arriviamo al punto migliore del libro: il finale.
Il finale di American Gods è ben giostrato e fa alzare il giudizio fino a quel momento attestato sul 6 politico. Neil Gaiman deve essersi esaltato nello scrivere queste oltre 100 pagine, e si sente. Lo stile cambia marcia, acquistando spessore e pathos, e finalmente c’è qualcosa di più di una languida narrazione.
Solo verso la conclusione la storia si svela e ci dice perché tutti i movimenti sono stati fatti (solo quelli principali, altri vengono lasciati morire senza grande spiegazione) e perché ci sono stati alcuni incontri. I personaggi minori ritornano ad avere un ruolo e si capisce perché sono stati inseriti nel racconto.
Ritorno a dire: non so se l’autore è stato bravo a creare l’aspettativa, coinvolgere il lettore e fargli proseguire questo viaggio on-the-road americano o è il lettore che si sente attratto perché ha speso i soldi o c’è qualcosa che non torna.
Sono tre alternative e, a distanza di giorni, non so darmi una risposta.
Il bello di American Gods è anche il suo difetto maggiore: la caoticità.
C’è caos nella narrazione, non c’è un filo ed il lettore si sente sempre come l’elemento di disturbo del racconto. Una sorta di guardone che, duole ripeterlo, non viene coinvolto mai.
I troppi elementi inseriti sono gustosi, ma rischiano di annoiare dopo il secondo o terzo sballottamento da uno Stato americano all’altro (con annessi cambi di trama).

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35 Replies to “American Gods (Neil Gaiman)”

  1. Io l’ho trovato grandioso.
    E ancora oggi, dopo averlo letto diverse volte negli ultimi anni, ogni tanto mi soprendo a figurarmi Lakeside…

    Un gran bel libro per me 🙂

    Lo tengo subito dopo “La foresta dei Mitago” e “Hyperion” (generi diversi, lo so).

    1. Prima di tutto, grazie per il commento Francesco.
      Io l’ho trovato strano. Anzi, mi spingo oltre: non l’ho trovato brutto.
      Solo che ho avuto questa strana sensazione lungo tutto il corso della narrazione. Questa domanda che risuonava nella parte posteriore del cranio: sto procedendo perché la storia è bella e Neil Gaiman ha costruito bene o perché devo arrivare alla fine?

      Forse nei prossimi giorni la risposta mi si presenterà davanti agli occhi.

      1. ho una supposizione, ma non fino a che punto attendibile.
        Non so se hai notato che è difficile perfino assegnare American Gods a un genere preciso. Ha elementi così difersi tra di loro che, magari, Gaiman qui ha volutamente creato una sorta di ibrido letterario nato e concepito così com’è

      2. Sì, non ha un genere di riferimento.
        Non è un romanzo “on-the-road” e neanche un thriller o qualcosa di fantascienza/fantasy. Non sono riuscito, in effetti, a dargli un genere.

        Ha fatto un patchanka (permettimi il termine “musicale”) di generi creando un qualcosa di nuovo.

  2. non so quanto conosci Gaiman, io ho letto tutto il pubblicato, e, a questo proposito, proprio perché condivido pienamente la tua recensione, ti suggerisco di affacciarti al fumetto del bastardo inglese con il suo capolavoro massimo: Sandman (se il tuo inglese è ottimo – ma davvero ottimo, perché è macchinoso assai, leggilo in lingua originale, se no anche in italiano, la versione della rw in pelle umana è straordinaria)

    Nel caso lo conoscessi già, mi sento solo di citare: “I am anti-life, the Beast of Judgement. I am the dark at the end of everything. The end of universes, gods, worlds … of everything. And what will you be then, Dreamlord?”
    “I am Hope”.

    e poi applausi e la signorina pasteis in lacrime a bordo campo.

    1. Parto dal fondo, non conosco Sandman. Mi spiego meglio: conosco Sandman ma non l’ho mai letto. Forse forse ce l’ho in formato PDF… vedi te. Ma non l’ho mai letto. Leggere un fumetto senza averlo fisicamente fra le mani mi deprime.

      Non conosco molto Gaiman. Questo è il primo libro che leggo e sono rimasto perplesso. Un perplesso strano perché non porta alla classica stroncatura finale (il libro fa cagare! NO) o al plauso eterno (NO). Rimango in un limbo in cui non capisco se sono stato preso in giro o se è stato costruito bene.
      Non mi sono impersonato in Shadow. Non l’ho sentito vicino. Troppe storie, alcune belle e alcune inutili… e troppe sottotrame che non portano a niente e che, a tutti gli effetti, vengono spiegate in due righe nella parte finale. Trucco per la scena o solo un caso di: troppa carne al fuoco e adesso che faccio?!

      Non lo so. Non riesco a dare risposte.

      1. secondo me Gaiman è un gran figlio di puttana inglese (in senso buono e citando). il libro è costruito bene in modo caotico.
        non è la sua opera migliore, non è facile e soprattutto non è classificabile.
        caotico è la migliore sintesi che si potesse fare, secondo me.

      2. Perciò è stato furbo. Ha scelto un tema che poteva piacere, ha creato un insieme caotico di storie e, alla fine, ha messo tutti i fili nel mazzo e tirato le somme. Un po’ meno di bravura e sarebbe venuto fuori un macello di racconto.

        Se guardi sopra/sotto vedi proprio questa cosa della inclassificabilità di Gaiman. Una cosa vera. Non sono riuscito a incasellarlo.

      3. Io non so se ce l’ho veramente… so che ho qualche fumetto da qualche parte (su PC o su un DVD? Bellissima domanda).
        Comunque ne trovi in rete 🙂

    2. Ahhh ecco cosa mi avete fatto ricordare :)). grazie per la recensione. Me li devo procurare entrambi. Non sono un’ amante dei fumetti o delle graphic novels, ma questi credo che meritino lettura.

    1. Ciao Cine!
      Quando nel lontano 2005 mi hanno consigliato questo libro, la persona che me l’ha nominato aveva il tuo stesso atteggiamento: libro preferito, conosceva alcuni estratti etc etc.
      Sono quasi sicuro che se l’avessi letto 10 anni fa, beh, sarei nella tua condizione. Penso che ho incontrato questo libro qualche anno in ritardo…

      1. No, figurati… sono io che modero i commenti, perciò non li vedi finché non li approvo 😉

        Appena mi passa il dubbio-Gaiman lo approccio! 😉

      2. Purtroppo no… Aspetto di andare a vedere The Imitation Game che qui è arrivato ieri… L’uscita del film mi terrà parecchio impegnata almeno fino al 29…

      3. The Imitation Game è arrivato anche qua da poco.

        Mi sono perso qualcosa quando dici “l’uscita del film mi terrà parecchio impegnata etc etc”?

        Cough cough cough cough… American… cough cough cough… Sniper… cough cough cough?

      4. Ti sei perso che ho un film in uscita nei cinema dal 29 gennaio…
        American Sniper è in gestazione… Diciamo che gli eventi di questi giorni non hanno aiutato…

  3. L’ho iniziato qualche mese fa, in inglese, e per motivi vari l’ho accantonato. Lo riprenderò, anche se non so quando. Ma le prime cento pagine non mi hanno preso granché. Però, se tu scrivi che il bello è nelle ultime cento, vedrò di sforzarmi 🙂

    1. Non ti sto dicendo che nelle ultime 100 pagine trovi letteratura di primo livello… ma rispetto alla prima parte, che effettivamente non prende molto, c’è un cambio di marcia 🙂

Si!?

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