Merry Bloody Christmas

La temperatura esterna si era abbassata di molto negli ultimi giorni, la considerazione balzò nella mente di Tidahox mentre portava le mani longilinee al viso e soffiava una morbida nuvola bianca di fiato sulle dita arrossate.
Le settimane precedenti sembravano una versione cristallizzata dell’autunno mite che aveva mangiato giornate sia all’estate che all’inverno in arrivo.
Tidahox aveva approfittato di questo clima e del lavoro scarso per perfezionare il suo piano.
Aveva messo insieme le prime idee, i primi vagiti, durante l’estate. Questi pensieri erano lievitati come una pagnotta e si erano arricchiti di particolari sempre più dettagliati: luogo, momento, oggetti, orari, percorsi…
I pensieri vennero interrotti dal rumore stridente della porta del locale. Qualche sasso doveva essersi infilato fra il metallo e le mattonelle e produceva un rumore simile a unghie che si spezzano sulla pietra.
Tidahox rabbrividì mentre si tirava giù dal viso affusolato la morbida sciarpa di lana scura e si tirava via dalla testa il cappello nero, lasciando libera la massa di capelli corvini.
Il locale, un bar frequentato dai lavoratori della fabbrica dove era impiegato anche Tidahox, era pieno solo nelle vicinanze del bancone di colleghi annoiati, dove riconobbe anche Cetexkar e Nocor, mentre i tavoli sulla parte destra erano stati lasciati vuoti.
Tidahox decise di sedersi sul terzo tavolo a partire dal bancone, in linea d’aria il più distante dallo stesso e fuori dalla portata del brusio degli avventori. Con ancora indosso la giacca, il freddo esterno gli aveva morso la carne, si sedette al tavolo ordinando qualcosa di caldo da bere e ripassando mentalmente tutto il piano.
Sono questioni di minuti, pensò Tidahox mentre sorseggiava l’hot whiskey dalla tazza bollente, dal momento in cui entro nell’ufficio, eseguo ed esco. Si soffiò sulle dita per alleviare il formicolio provocato dal caldo improvviso sulle dita gelide. Sentì come una miriade di voraci formiche rosse camminargli dalla punta delle dita fino al palmo della mano. Scosse il braccio sotto il tavolo per tirar via la sensazione fastidiosa, sbuffò mentre si rimise al lavoro.
L’intera forza lavoro sarebbe entrata nella fabbrica solo alle 18, un lasso di tempo sufficiente per potersi presentare al portone d’ingresso, senza destare nessun sospetto, con i suoi colleghi. Il giovane ripassò il piano nei minimi dettagli: il percorso scelto necessita di circa un 20 minuti di camminata, tenendo conto anche dei probabili rallentamenti dovuti alla neve alta fuori dalla strada principale; dalla porta di servizio all’entrata posteriore della fabbrica non ci vogliono più di qualche minuto e questo permetteva di evitare grandi esposizioni. Tidahox si grattò il mento con la mano, il piano funzionava se rispettava i tempi. Perdere minuti preziosi significava fare arrivare i camion, previsti per le 17.45, e l’inizio delle attività, alle 18. Il problema sorgeva, soprattutto, se titubava nella stanza del Capo.
Tidahox si strinse nelle spalle e decise di andarsene dal bar. Era ora di dare inizio al suo piano.
Con il cappello calato fin quasi sugli occhi e la sciarpa tirata fino al naso, Tidahox percorse, a passo spedito, il tragitto che lo portava dal bar al suo posto di lavoro.
La fabbrica, un grande edificio color grigio con delle lunghe ciminiere a coronarne la sommità, era situata nella periferia della città. Isolata dal resto dei caseggiati, la fabbrica era un agglomerato grigio e pesante che impattava sull’orizzonte. Il paesaggio brullo, bianco di neve e immerso nel silenzio, sembrava attendere che succedesse qualcosa. Un pensiero stupido, ma Tidahox non riuscì a tirarsi via dalla mente questa sensazione: il mondo esterno si stava aspettando qualcosa in questa giornata. E non necessariamente di bello.
Tidahox, come da piano, si scostò dalla via maestra per evitare la porta principale, e si incamminò sulla neve fresca al limitare del bosco. L’unico rumore nell’aria era quello dei suoi passi sulla neve fragrante.
Camminò per diversi minuti, compiendo una sorta di mezzaluna, fino a raggiungere il retro dell’edificio grigio. Da quel punto le ciminiere sembravano le dita di una gigantesca mano rivolta verso il cielo.
Tidahox rimase fermo, scuotendo i piedi per alleviare il senso di freddo, ad ammirare l’enorme blocco di cemento della fabbrica. L’edificio era come addormentato. Il vero trambusto incominciava solo con l’inizio del turno delle 18. Prima il posto era un deserto.
Muovendosi a fatica nella neve profonda, arrivò alla porta di servizio. Grazie al passepartout che aveva copiato, poté aprire la porta senza difficoltà. Aprì con cautela la porta ed entrò nel grande piazzale posteriore. Guardò l’orologio e vide che era nei tempi. Proseguì fino a raggiungere la porta fornitori che dava sul complesso principale.
L’edificio principale era immerso in una oscurità rotta solo dalla luce fioca delle lampade di servizio. Il giovane si accorse di quanto differente era questo posto quando era nel pieno delle attività: luci, colori, suoni, risate…
Tidahox grugnì sottovoce e proseguì evitando alcuni pericolanti banchi da lavoro.
Mentre il ragazzo percorreva veloce lo spazio che separava la porta di servizio dalla scalinata che portava al primo piano, Il rumore dei suoi passi echeggiava ovattato nell’ambiente vuoto. Soltanto 23 scalini, pensò con lo stomaco che si stringeva ad ogni scalino, e raggiungo l’ufficio del Capo.
Si avvicinò alla porta dell’ufficio e da dietro il pesante legno sentì il rumore soffocato di carte smosse, di colpi attutiti ed il borbottare rauco che conosceva fin troppo bene. E che odiava altrettanto.
Il momento è arrivato, pensò Tidahox. Inspirò a pieni polmoni e, mentre espirava, portò la mano destra all’altezza del cuore. La sensazione del pesante metallo gli donava tranquillità. Strinse la mano intorno al calcio.
Con la sinistra girò il pomello ed entrò.
La stanza era molto più grande di quello che sembrava dall’esterno. Arredata in legno, in contrasto con lo spartano e funzionale arredamento della fabbrica, era riscaldata da un fuoco vivace e scoppiettante.
Tutto lo spazio disponibile era occupato da lettere e buste, come se fosse il retro di un ufficio postale in ritardo con le consegne. La maggioranza delle buste, però, era sistemata in maniera disordinata sul grande tavolo in noce, dietro cui, seduto su una grande sedia a schienale alto, stava lui: il Capo di Tidahox.
La folta barba bianca, come se una nuvola si fosse staccata dal cielo per attaccarsi al viso dell’uomo, scendeva candida fino a metà del grande petto e la pancia prominente era contenuta a fatica dai pantaloni. La giacca, di un verde acceso, risaltava contro il rosso rubino dell’imbottitura dello schienale.
Sentendo il rumore della porta ed il tonfo dei passi sul pavimento, il Capo alzò gli occhi con una nota di sorpresa impressa nelle folte sopracciglia bianche. La bocca congelata in una O mai uscita.
Tidahox lo guardò, evitando che l’effetto rilassante e rabbonente della figura del suo capo lo incantasse, e canalizzò il suo odio sulla figura grassa dell’uomo che stava dietro la scrivania.
Il momento è arrivato, sussurrò Tidahox con la mano aggrappata al calcio della pistola nella fondina sotto la giacca.
Cosa stai facendo Tidahox? Cosa sei venuto a fare qua?, il capo si riprese velocemente dallo shock dell’intrusione e lo apostrofò con fare burbero.
Sono venuto a… la voce di Tidahox si spense mentre faceva scorrere gli occhi sulla figura grassa del suo capo.
Smettila Tidahox, smettila subito. Vattene finché sei in tempo… Il capo abbassò ancora la voce, trasfigurandola in un mezzo ringhio.
No, Santa. No. Oggi. Tu. Muori. Il giovane espirò queste parole con urgenza.
Santa Klaus lo guardò da dietro le sopracciglia. Le lettere che teneva in mano caddero sul pavimento. Cercò di smuovere la pesante massa del suo corpo, ma ogni movimento era goffo e lento.
Tidahox tirò fuori la pistola dalla fondina e la puntò contro il suo Capo. La mano tremava così forte che il primo dei due colpi vomitati dall’arma mancò il bersaglio conficcandosi nel mobile di legno alle spalle di Santa Klaus.
Il secondo, invece, centrò il Capo nel petto. Il proiettile entrò poco sotto l’ascella, trovando una via fra le viscere dell’uomo ed uscendo dalla schiena all’altezza dei reni. Il foro d’uscita fece esplodere una fontana di sangue che inzuppò la sedia e tutto quello che c’era alle spalle di Santa Klaus.
Il grasso uomo si accasciò sulla sedia, il respiro affannoso faceva ribollire il sangue lungo la ferita d’entrata e un rivolo color rubino inzuppava la barba bianca.
Tidahox inspirò di nuovo, assaporando la vertigine d’adrenalina, e poi espirò, gustando la calma che essa lasciava sulle papille gustative e negli arti.
Il terzo colpo azzannò il grosso addome del Capo uscendo anch’esso dalla schiena.
Santa spirò senza dire una parola.
Tidahox controllò l’orologio, le 17.35. Aveva tutto il tempo per ripulire la maniglia della porta ed uscire dalla porta di servizio. Aveva meno di 10 minuti per completare tutte le operazioni ed andarsene dalla fabbrica.
Il ragazzo pulì il pomello e lo richiuse prendendolo con la stoffa della giacca. Tenne ancora l’arma calda in mano e solo quando fu alla porta d’uscita del complesso la nascose nella fondina che portava al lato del cuore.
Durante il percorso di ritorno non sentì il freddo pungente della sera. La temperatura era scesa di molto, congelando la natura in una fotografia bluastra. Una nevicata rada scendeva dal cielo. Un silenzio morbido accolse Tidahox. Una natura tranquilla ed indifferente.
Per il ritorno aveva scelto di proseguire fuori dalla strada principale fino alle prime case e, solo allora, rientrare sulla via, così da immettersi nel flusso dei lavoratori diretti alla fabbrica.
Vicino al bosco che delimitava il villaggio si sbarazzò della pistola. La ripulì con la giacca e la gettò con forza dove sapeva esserci un laghetto. Rimase in attesa del rumore dell’acqua che si apriva per accogliere l’arma, ma non sentì niente. Solo il rumore di un corpo pesante sul ghiaccio.
Tidahox grugnì insoddisfatto, senza nessuna luce non poteva avventurarsi sulla superficie del lago. Scosse la testa rabbuiato e corse verso le prime case, mancavano pochi minuti all’appello.
Mentre ritornava sulla strada sentì, per la prima volta da quando aveva ucciso Santa Klaus, un gelo intenso percorrergli le ossa. Un freddo mortale. Un gelo così profondo da farlo rabbrividire in maniera incontrollata.
Tidahox affondò le mani nelle tasche per afferrare tutto il caldo disponibile dal suo corpo e incassò la testa fra le spalle.
Gli occhi tradivano quello che provava mentre, in silenzio, si metteva in fila davanti al portone della fabbrica.

Solo allora un grido disperato uscì dalla fabbrica…

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4 Replies to “Merry Bloody Christmas”

  1. Ah Zeus, mi hai fatto venire in mente questa canzone di De Gregori: “E mentre le lancette camminano i due si dividono il fungo e intanto mangiando ingannano il tempo ma non dovranno ingannarlo a lungo.Infatti arriva Babbo Natale, carico di ferro e carbone, il figlio del figlio dei fiori lo uccide con un coltello e con un bastone. E Dolly gli pulisce le mani con una fetta di pane, le nuvole passano dietro la luna e da lontano sta abbaiando un cane.
    E la neve comincia a cadere, la neve che cadeva sul prato e in pochi minuti si sparse la voce
    che Babbo Natale era stato ammazzato “.

    [Buono l’hot whiskey ;)]

Si!?

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