Sacrificabili alla terza

Quando ero più giovane, e dico giovane per non dire “più piccolo” visto che sono diventato alto abbastanza presto, mi piaceva giocare a calcio. Quelle sfide all’ultimo sangue nel campetto vicino a casa sotto il sole implacabile dell’estate. L’erba sintetica era il tocco di moderno in una sfida vecchia, quella fra due formazioni di ragazzi che volevano solo una cosa: vincere. Divertirsi ok, ma vincere era una componente importante. Soprattutto perché poi potevi riparlare delle tue gesta nei giorni successivi e vantarti dello stop ad inseguire (si era ragazzi, lo stop a seguire doveva ancora venire), il tiro da fuori, il passaggio smarcante o la parata decisiva. Forse si sentiva ancora l’aria della crescita economica, di una società che guardava avanti con una arroganza e potenza che la fine degli anni 90 ha smascherato come vuota e pretenziosa, di plastica. Ma, a noi, non ci importava (ancora). Noi eravamo sul campo e dovevamo riuscire a portare a casa la partita senza lasciare pezzi di pelle sul sintetico vorace del campetto.
Le formazioni variavano, anche se dopo un po’ c’erano i gruppi fissi, quelli che sembravano formarsi per “caso”, mentre erano naturale che finissero a giocare insieme. Il “fantasista” che serve l’ala dai grandi polmoni ma dal piede ballerino, il centrocampista che arava il campo a testa bassa con la potenza di un trattore, l’elegante difensore d’impostazione, il portiere con i piedi di piombo che però faceva anche da libero (quando serviva). Formazioni che erano collaudate e che, in fin dei conti, avevano lo scopo di preparare questi ragazzi alle grandi partite della fine dell’estate. I tornei che contavano, quelli che mettevano di fronte formazioni più “scafate” ai giovani di turno. Ragazzi, come noi, con tanti polmoni e volontà ma con meno chance di riuscire a vincere.
Nelle partite di preparazione, a volte, si cercava di rinnovare la sfida mischiando le carte: un po’ per variare, un po’ per rompere i coglioni a l’uno o all’altro. Ecco che i gruppi affiatati si smembravano e quelli che sembravano fondamentali venivano lasciati “in panchina” o nella formazione avversaria. Lasciati a giocare con quelli reputati “meno forti” e perciò destinati a mangiare amaro ed avere poca soddisfazione alla fine della giornata. Solo sudore, qualche livido dove i tacchetti di plastica avevano mangiato la carne e colpi di sole in atto.
Molte volte mi sono trovato anche io in queste formazioni (sì, nei momenti di splendore ero io il portiere con la licenza di essere il libero della squadra – pur, ovviamente, non avendo una grandissima qualità calcistica). Formazioni con solisti intestarditi nel voler eseguire un dribbling più del necessario, desiderosi di tirare da qualche metro più distante della potenza concessa dai loro muscoli, nel cercare lo svolazzo di fantasia quando serviva solo un onesto mediano spacca-gamba/gioco. Cuore tanto, qualità ad intermittenza. Volontà, ma mancanza di coesione. Il fatto è che tutti avrebbero voluto essere nella formazione A, mentre si trovavano nella formazione B e “ci soffrivano”. Rare volte la formazione B riusciva nell’impresa di battere quella A, spesso per questioni di voglia di giocare (o, meglio, di poca voglia di giocare) della formazione “più forte”. Il loro perdersi in leziosità consentiva alla formazione B di prendere la rivincita. Perché la motivazione era data dall’essere stati retrocessi.
Quando succedeva questo evento, la sconfitta, allora i ragazzi più “carismatici” della formazione A decidevano di riprendere quelli che per un paio di volte erano stati lasciati ai margini e rimettere insieme la “formazione tipo” (a parole loro). I sostituti erano all’altezza dei sostituiti? Sicuro. Anzi, molte volte erano anche meglio visto che le lezioni di calcio imperversavano. Il problema era solo il tempismo: erano nella formazione giusta al momento sbagliato, quando il “vecchio” era considerato ancora più sicuro del “nuovo” per partite dove bisognava stringere i denti, affondare il piede e masticare amaro. I sostituti venivano messi in panchina nelle partite importanti perché, in fin dei conti, la qualità c’era ed anche un’amicizia cementata da diverse sfide al campetto. Solo che dovevano aspettare finché uno dei “titolari” della formazione A non venisse ritenuto inutile allo scopo o, come succedeva, incapace di elevarsi ad un livello superiore perché con i piedi non educati. Solo una questione di pazienza. Un’attesa che poteva durare qualche partita o un paio di stagioni, ma veniva sempre ripagata. E intanto si festeggia tutti insieme.

Non so perché, ma quando ho visto The Expendables 3 (I Mercenari 3) mi è venuta in mente questa storia. Forse per la nostalgia di un’epoca di cinema. Forse perché alcune delle “vecchie glorie del cinema d’azione” vengono messe in panchina per far largo ai più giovani ma poi ritornano in auge. O, forse, perché in fin dei conti è una metafora del film.

Annunci

4 Replies to “Sacrificabili alla terza”

Si!?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...