Al ristorante alternativo

Ciao a tutti, mi chiamo Zeus.
Ciao Zeus, benvenuto.
Sono venuto qua perché ho un problema. Un grosso problema. Enorme.
Parla liberamente Zeus. Siamo tutti tuoi amici.
Io non sopporto i ristoranti alternativi.
Parlaci Zeus, dicci cosa ti preoccupa.

Avete presente i locali alternativi? Quelli che li vedi lontani un chilometro che hanno la puzza sotto il naso. Che si atteggiano a qualcosa che ti urterà profondamente nel corso della tua digestione.
Li riconosci perché hanno quella patina di falsa umiltà spalmata sopra una copiosa e ricca porzione di snobismo, tipo una glassa marrone sopra i marron glacé. Non ci siamo come esempio?
Ok, fatevene una ragione. Non voglio spiegare perchè sono svogliato di natura.
La caratteristica principale del locale ristorativo alternativo sta nell’arredamento ricercato ma che sembra lasciato la “a cazzo di cane” ed i colori pastello. L’ambiente che rilascia vibrazioni positive su legno di sandalo, cassette delle mele a vista d’occhio per un ambiente che fonde l’idea di modernità (l’inseto in metallo zincato) con il calore del lavoro contadino (che non hanno mai visto neanche da lontano un miglio), piante IKEA-certified che cascano morbide su voluttuose panche di duro legno compensato, luci soffuse fornite da lampade in carta di zucchero (o era di riso? – comunque quelle lampade che danno all’IKEA tanto al chilo) e disposizione ariosa. Lo Ying – Yang che si fonde con la costellazione del Capricorno.
La caratteristica principale di questi locali sta in un paio di elementi:
– lavagnetta nera con scritto il menù in gesso bianco. Le lettere del menù sono morbide, liscie, non aggressive e, soprattutto, avranno qualche cuoricino o qualche faccina divertente al loro interno;
– Il menù consta principalmente nel mangiare BIO. Cosa buona e giusta e percorribile unicamente quando hai un giro d’affari che ti permettta di sostenere i costi del BIO (che, terrei sottolineare, non è totalmente privo di diserbanti eh), ma quando vedi quattro gatti addobbati come vecchi pescatori di tonni (li chiamano hipsters adesso) allora direi che i costi esorbitanti di un limone BIO non rientrano più. Pensa te quando devi creare un pasto totalmente BIO… se non lo fai pagare minimo 70euro hai un ricavo di 12 cent e chiudi più velocemente delle gambe di una ragazza che non è interessata a te.

Altro fattore che mi piace ricordare sono i nomi dei piatti, messi giù alla membro di segugio e lasciati decantare nello stupore generale:

Veneziana di carote su letto di Brasiliana e Rigoletto di Sali Marini allo Iodio Dolce (al che, io, che mangio pane e salamazza, non capisco una fava e mi faccio un viaggione mentale di ‘ste carote che parlano come Carl dei Simpson “ostregheta“, adagiate su una brasiliana, nel senso di signora, e che hanno ‘na canzone di sali marino in crisi d’identità).
Saltafosso alla pastora con sella di cammello in umido aromatizzata al gingeng, mela, menta, sandali e navigata di pepe nero arrostito (altro menù che non riesco a capire, non se per la questione Saltafosso alla pastora o per sella di cammello – ma è la sella del cammelliere o proprio quella del cammello? e poi, perché cammello? – o per l’aroma di sandalo… al che mi chiedo se non hanno un Tuareg dentro che ficca i piedi nel sughetto per renderlo più aromatico).
Sinfonia di pere cotogne, menta e rognone con guarnizione di starnuto di fata su salsa al mughetto (e vai con questi accostamenti improbabili… e l’inquietudine sale leggendo starnuto di fata… ma sono hipsters, se non lo sanno loro).
Acqua del Gange leggermente tiepida con aromi naturali (e qua non dico nulla)

E via così… A questo, però, si aggiunge il punto focale di tutto.

Le scritte sui muri. I motti. Gli aforismi. Spesso alternanti frasi incredibili di persone importantissime (Einstein e altri – ma quanti pervertiti si sono presi la briga di segnarsi le stronzate che passavano per la testa a registi/attori/luminari…!? Penso ci sia l’abuso di questi aforismi…) a emeriti sconosciuti. E qua cade il pollo (BIO).

Dopo il momento topico, l’aforisma che utilizzerai per farti bello/a con gli amici, arriva, come un camion che trasporta letame, il motto pronunciato dal più ignobile sconosciuto vivente. Persone che, come te o me, dicono la prima cagata che gli passa per la testa e qualcuno, sbronzo come un marinaio irlandese caduto in una botte di vodka, segna tutto con tratto (in)decisa.

Ti trovi delle frasi come “Dona la luce al tuo vicino” (Frank Enel) o “Salta il gallo, quando la vecchia fa i panni” (Piero Pipetta) o il mai domo “Trovo scemo leggere quando il fiume scorre, trovo il fiume scorrere quando lo scemo legge” (K.F.C. Kazasky). Aggiungete voi quello che vi piace di più.

I muri sono imbrattati di motti di spirito. Di frasi pungenti. Di cagate colossali pronunciate da gente sconosciuta. Io sono convinto che sia il vicino di casa che, uscito dal cesso con l’umore storto, ha pronunciato perle di inestimabile valore.

L’ultimo che entra, non uscirà più” (C.J. Hubermargatus)

Ecco, eviterei di stimarlo.

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29 Replies to “Al ristorante alternativo”

  1. Direi che hai perfettamente descritto il tutto meglio di una puntata di Quark o di Passaggio a Nord Ovest!…E ne ho rivisti parecchi nella tua descrizione.

    La domanda è: tu come mai ci eri entrato? 😛

    1. Grazie, infatti ho chiesto ad Alberto Angela di approvarmelo prima di pubblicarlo 😀 ahahahahah

      Io ci sono entrato a caso. Il fatto è che sui muri c’erano queste scritte ignobili che ancora tormentano il sonno di noi uomini comuni.

      Ma mi fanno morire… ne inventano una più del diavolo.

      E poi lo dico.. sono masochista! ahahaha

      1. Avessi la possibilità di fare un investimento mi ci cimenterei.

        Qualche aforisma di Jodorowskij, un piatto dalle porzioni atomiche con un nome lunghissimo e vini al contagocce.

        Il tutto bio, come il “bio” che verrà invocato in maniera dispregiativa dal cliente quando vedrà il conto.

  2. In genere Paulo Coelho spopola in quei posti. Anche se i giapponesi si difendicchiano piuttosto bene.
    La cosa più divertente è che (per fortuna) nessuno di quelli che ci lavorano li ha mai letti. E quindi se chiedi qualche piccolo dettaglio sul dove e quando avrebbe detto quell’aforisma ti fanno la stessa espressione deficiente della cameriera di un Kebab gestito da italiani quando qualcuno chiede loro: ma che vuol dire Felafel?

    1. Esatto. Sono citazioni tanto per fare. Vanno su Google, cercano quelle più famose e poi le buttano la. Senza cognizione. La cosa non sarebbe male, non le conosco manco io tutte, ma almeno non pretendo di essere intellettuale…. eheheh

      1. Certo, ammamma! Ahahah no, scherzo, ho semplicemente pensato a quanto avrei gongolato io nel farlo.
        Parentesi: erano meravigliosi, nel caso non avessi percepito il super – compimento di fondo…

    1. No rO, non dire così, mi imbarazzo. Tu racconti sempre di viaggi e giri in terre lontane, io al massimo del paninaro dietro casa mia (e questa volta non è dietro casa mia, ma è un luogo reale!).

    1. Sì, ci ho pensato… anche perché non sarebbe neanche difficile procurarsele.
      Ma il mio appartamento, in tal senso è rustico… cioè, finché non mi prende lo schizzo di pulire, ehehh

  3. Ora sono dottora, non posso più scrivere cose stupide.
    ….
    Scherzavo.

    Io, sul muro di un mio ipotetico ristorante chic-raffinato, scriverei “chi troppo s’abbassa lo cul si scopre”. Mi sembra adatto.
    La veneziana di carote mi ispira. La brasiliana meno.

    1. Pfui! 😀

      Che è un’altra delle frasi cul-to che si potrebbero inserire. Ma il problema è che devi anche segnalare chi l’ha detta. Se no non ha efficacia. Come vedi sul post, ogni frase ha il cit. vicino! ahahahahahhaha

      Immaginavo che la brasiliana non ti interessasse. Non sei hipster.

      1. Eheheheehhehehe. Ecco, serve sempre la citazione.
        Deve essere di classe, se no non funziona. Prova a cercare le mie, sono tutte di persone iper-conosciute 😛

        No no, dopo questa ritorno a seguirti il blog 😛

Si!?

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