Un indiano cattivo ovvero i Testament a Radio Onda d’Urto

Cosa fai se, con la prospettiva funerea di andare al lavoro il giorno dopo, sei agli sgoccioli della tua tanto agognata vacanza?
Semplice.
Prendi la macchina, raccogli tre amici e viaggi verso Brescia in direzione Festival di Radio Onda d’Urto. Fino a due anni fa non conoscevo questo agguerrito festival bresciano e, lo ammetto, è una delle pecche che ho cercato di colmare.
Il festival è organizzato bene, un bel palco, tantissimi stand dove puoi trovare il mondo (alternativo) e molta gente. Ah, logico, ci sono anche dei tendoni culinari che promettono prelibatezze come arrosticini, panini, pizze etc a prezzi che un festival “normale” si sognerebbe! Onore e gloria a Radio Onda d’Urto per questa politica di prezzi.
Due anni fa sono andato a vedere i Suicidal Tendencies e l’atmosfera bresciana mi/ci (sono andato con uno di tre amici con cui sono partito quest’anno) è piaciuta e ci siamo ripromessi di tenerlo sotto controllo. L’anno scorso si esibivano i Napalm Death che, ad onor del vero, avevo già visto e questo ha portato alla mia assenza.
Quest’anno ROd’U aveva in cartellone gli americani Testament e allora la domanda è sorta spontanea: perché non andare? Detto, guardato il meteo (eh, che ci volete fare… pigliarmi altre secchiate d’acqua non era nei programmi) e via.
Evito di sottolineare il fatto che l’odore di morte e distruzione che ci accoglie prima di Brescia è qualcosa che ci ha fatto ribaltare con la macchina, ma il viaggio è stato scorrevole e piacevole.

L’edizione 2014 è viva, vibrante. Tanta gente che gironzola fra stand che promuovono: Anti-Tav, Antifascisti, prodotti locali africani, bizzarre cose che non conosco, bong/chilum/cartine per relax, prodotti vari ed eventuali, dischi e CD e via così. Il mangiare è la nostra prima tappa (con conseguente perdita del primo show), ma gli arrosticini ed le polpettine di biovitello meritavano… nonostante l’attesa. Il kebab mangiato per saziare la fame è stato un tocco dal cielo. Con ancora gli ultimi pezzi di gustosa carne che colavano dalle folte barbe (ok, ho l’invidia da ZZTop ora che mi sono imborghesito), ci vediamo il secondo gruppo supporter della serata (i Tragodia) e rimaniamo fermi come gatti di marmo in attesa di loro.
Per loro intendo LORO: i Testament. La curiosità si fonda su due momenti: quanto grosso è diventato Chuck Billy e chi c’è dietro le pelli. Tanto il fatto che quel lagnone del bassista (sempre a lamentarsi che non viene pagato quando suona, ma va a lavorare va! Poraccio…) è stato sostituito da quel grande di Steve DiGiorgio (dove c’è cachet, c’è lui).
La risposta ai nostri più sordidi quesiti arriva subito: Chuck Billy è grosso, ma con le zampette magre che sembra un piccione. La voce, però, è quella che stritola e noi ce ne freghiamo allegramente delle sembianze fisiche per concentrarsi sulle sberle thrash che sparano ‘sti americani. Nota di merito alla replica della spada laser che ha al posto del microfono… il risultato sembra la segnalazione di pericolo messa fuori dall’ANAS.
La batteria, invece, viene demolita con gusto da un certo Gene Hoglan, un altro che mette tantissima qualità, e i chili, al servizio di chi c’è… Ma quando ti puoi permettere una sezione ritmica DiGiorgio-Hoglan hai il mio plauso eterno.
Il resto della combriccola, Skolnick e Petersen, sparano riff e soli a più non posso. Dalla mia postazione sento perfettamente quello che suona Eric Petersen (anche se le prime canzoni sembrano passate attraverso uno strato di melma e cotone e non si capisce ‘na fava), ma i soli/riffing di Skolnick sembrano il rumore di un gatto pestato (cit.).
Non mi sposto, l’ho detto che sono un gatto di marmo?, e continuo a guardarmi il concerto con il sound grasso e grosso di Petersen e il gatto miagolante di Skolnick. Non mi lamento, me la sono cercata. E di far pogo (ed il finale con il Wall Of Death) proprio non ne ho voglia.
La setlist va a pescare in giro per la lunga discografia del gruppo e, insieme ai pezzi tratti dalle ultime fatiche in studio, ci sono vecchi leoni da palco come Into The Pit, DNR (ok, non è vecchissima – 1999-, ma quanto spacca?), Alone In The Dark, Disciples Of The Watch… per fare qualche nome. I pezzi vecchi, come sempre, hanno il sapore ed l’effetto contundente di un martello scagliato ad altezza denti. Con buona pace delle nuove registrazioni di questi anni.
Il concerto dura fino mezzanotte (in Lombardia c’è il coprifuoco) e lo sforamento di qualche minuto da parte della band, un regalo ai fan che acclamavano la band a gran voce, fa innervosire lo staff che prima taglia il suono e poi, con saggezza, decide di riportarlo a livello e far finire il concerto senza bruschi tagli al set. E senza vibranti proteste.

Neanche il tempo di a) raccogliere un poster del concerto, b) passare al banco del merchandising per vedere che magliette hanno a disposizione – inguardabili – e c) prendersi una meritata bottiglia d’acqua, che i Nostri salgono sul poderoso destriero e ripartono alla volta di casa.
A parte le lacrime appena fuori dal concerto (sempre quel simpatico fetore che emoziona i più), il viaggio va tranquillo.

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15 Replies to “Un indiano cattivo ovvero i Testament a Radio Onda d’Urto”

  1. Divertente resoconto! 😀

    Il lato culinario è stato il più interessante, anche per la storia del livello dei prezzi. Ai festival dovrebbero mettere un cartello “attenzione, zona infestata da usurai”. Ricordo ancora a un Rock in Roma 5 euro per un panino che se fosse stato fatto col cartone da imballaggio sarebbe stato più saporito sotto i denti.

    1. Grazie. Anche perché i concerti sono divertenti… il report serio lo lascio a chi sa.

      Per quanto riguarda i prezzi, beh, onore al merito: 80 cent l’acqua naturale, un kebab a 3,50€ e via così… per i miei standard è poco. Veramente poco.

  2. Rock in Roma in effetti è caro arrabbiato, ma purtroppo non ha grandi alternative. Per il resto che dire dopo che le fragole sono mature? Pere che il pompelmo faccia mele, che ci sta sempre bene!

  3. Il cibo e il prezzo del cibo (e delle bevande) sono elementi fondamentali di un buon festival, secondi solo alla qualità della musica. Spesso è un aspetto non considerato, che viene affidato interamente all’avidità degli sponsor. In questo caso sembra che tutto si sia incastrato al meglio.

    1. Direi proprio di sì. Io non sopporto di perdere ore per mangiarmi un kebab o prendermi da mangiare. Non posso perdermi (come è avvenuto) un intero concerto (45 minuti!!!) per fare la fila e prendermi un panino a prezzi esorbitanti.
      Qua ho trovato un buon compromesso. Ammetto, non c’erano 14.000 persone…

  4. Ce l’ho vicino a casa e non sono mai andato a Radio Onda d’Urto. Peccato, scoprendo solo ora che c’erano i Testament. Ottima recensione, confermo l’odiosissimo coprifuoco imposto su questa regione così noiosa (seppur esiste un metodo per aggirare questa minchiata della mezzanotte).
    E ho pianto sul pronostico di grandezza del cantante dei Testament! Ahahahahah

    1. Guarda, posso assicurarti che merita. Un festivalino tranquillo, che ha tutto quello che serve. Il cibo e l’acqua/bere costa il giusto e la musica è buona (gli ultimi tre ospiti metal, che mi interessa, sono stati Suicidal Tendencies, Napalm Death e Testament.. non sono nomi piccoli).

      Eheheheh.. il pronostico l’ha fatto un mio amico ehehe. Io ero in terra a ridere.

Si!?

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