Led Zeppelin – In The Evening

Se volete leggere la prima parte, cliccate QUA (anche solo per dire, fortuna che non l’ho letta eh…).

Avevo lasciato la band con la pubblicazione del terzo disco (Led Zeppelin III).
Quello che mi lascia sempre a bocca aperta nella cronologia musicale è che, nel 1971, quando moltissime delle band erano implose o erano in procinto di rilasciare degli album eccezionali, Jimmy Page&Co. avevano sulla schiena già tre dischi acclamati e stavano per buttare sul mercato una bomba musicale che avrebbe influenzato generazioni di musicisti a venire.
Ad inizio novembre del 1971, infatti, esce l’album senza nome dei Led Zeppelin. Copertina molto ricercata (il circolo della vita) ed un contenuto musicale che esplode nelle orecchie dell’ascoltatore sono i due biglietti da visita di questo album epocale. Il disco viene promosso in toto e non vengono estratti singoli, come da consuetudine dell’epoca; questo è un punto su cui si è battuto in maniera cocciuta, e lungimirante, il loro manager Peter Grant. L’idea del manager è quella di vendere i Led Zeppelin come band che produce dischi/LP e non come gruppo-sforna-singoli. Nonostante questo atteggiamento fosse ritenuto imprudente, ricordiamoci che nel 1970 spesso erano i singoli passati per radio e venduti che potevano portare un gruppo alla piena visibilità, la mossa strategica di Grant pagò: la band acquisì uno status incredibile per l’epoca. Erano delle rockstar.
Non potendo fermarsi al solo singolo, i fans dovettero ascoltarsi tutto il disco ed imparare ad amarlo. Anche se fu difficile inquadrarlo. Come si chiamava questo disco? Qual’era il titolo? Nessuna nota da parte del gruppo o del management. Il disco rimane senza nome, lo stesso status di “dei del rock” dei Led Zeppelin del 1971, secondo l’idea del manager, sarebbe stato il traino dell’album. Non c’è bisogno di un segno identificativo… a parte, forse, quegli strani simboli (che poi rappresentano i quattro musicisti) presenti sulle facciate.
Il quarto disco, il “senza nome”, venne chiamato Led Zeppelin IV o, in alternativa, Zoso.
Ma, in realtà, com’è questo LP? Con il rischio di tirarmi addosso ondate di insulti, provo a guardare dietro lo status di culto che ha acquisito questo vinile. Il quarto disco dei Led Zeppelin vede la preponderanza assoluta della coppia Page-Plant in termini compositivi e la musica segue il percorso intrapreso con Led Zeppelin III ma amalgamando meglio le componenti folk e heavy-blues/rock. Se una partenza con il duo Black Dog – Rock’n’Roll non lascia spazio a qualsiasi tipo di critica o sopracciglio alzato e le seguenti The Battle Of Evermore (con Sandy Danny come guest star alla voce e tematiche orientate verso il fantasy) e Stairway To Heaven sono entrate di diritto nell’albo delle canzoni da avere, la seconda parte del disco risente di un certo calo di ispirazione.
Vorrei sottolineare che Stairway To Heaven, per quanto riprenda l’inizio degli Spirit, è diventata la canzone rock da emulare quando si cerca un certo tipo di feeling (Bohemian Rapsody o Freebird sono riuscite nell’intento di ricreare quell’incedere, quel crescendo di tensione ed epicità, per finire con il solo…) e una delle canzoni più invidiate in assoluto. Stairway To Heaven è un perfetto compendio musicale, anche se il testo, per quanto evocativo, sente il passare del tempo.
La seconda parte del disco si apre con il duetto Misty Mountain Hop e Four Sticks: due canzoni tutto sommato abbastanza banali. Non hanno quella prorompente forza delle precedenti, quel “carattere” che permetterà a questi brani di passare indenni i decenni. Un peccato perché l’album vede poi comparire la delicata Going To California e, per quanto dal forte sentore hippie, fa bella mostra di sé. Una piccola fotografia dell’epoca. L’album si chiude con la potente When The Levee Breaks (una cover riarrangiata di Memphis Minnie).
I Led Zeppelin ritornano on the road e si confermano una delle migliori band live esistenti al momento. Un vero e proprio rito pagano di musica e misticismo.
Due anni dopo l’uscita di Led Zeppelin IV/Zoso, esce nei negozi la nuova prova in studio della band.
Ancora una volta non ci sono indicazioni della band sulla cover art (uno sticker appiccicato successivamente dai negozianti spiegava che era il nuovo album dei Led Zeppelin) e nessun titolo evidente. Ma questo disco riporta i Led Zeppelin nel radar degli album in uscita.
Il titolo del nuovo LP, uscito nel 1973, è House Of The Holy.
Il vinile viene giudicato in maniera molto ambivalente e, secondo alcuni, è l’inizio della parabola discendente della grande epopea zeppeliniana. Un primo scricchiolio nella struttura. House Of The Holy vede una presenza più attiva, in termini compositivi, del polistrumentista John Paul Jones e questo contributo non può essere ignorato. Il sound del disco, infatti, è più vario rispetto alle precedenti uscite discografiche. Quattro canzoni su otto portano la firma del talentuoso bassista, fra cui la divertente e raggae D’yer Mak’er (una passione mai sconfessata quella degli Zeppelin per questo genere, infatti è risaputo che provassero spesso Stairway To Heaven in chiave raggae), la brumosa No Quarter (con il testo dedicato alle scorribande vichinghe), il funkettone di The Crunge e The Ocean (canzone non spettacolare, ma il riff che lo supporta entra subito in testa). Il resto del disco è a firma della premiata ditta Page-Plant, che passano da canzoni epiche come The Song Remains The Same a brani meno immediati come Over The Hills And Far Away (peraltro una bella canzone in pieno crescendo). La malinconica The Rain Song e Dancing Days non riescono mai a prendermi.
Passano altri due anni, un tempo enorme per gli standard di Page&Co., e nei negozi si affaccia un doppio album in studio della band: Physical Graffiti. La cover art, come la precedente di House Of The Holy, è entrata di diritto nella storia del rock. Ma l’album com’è in realtà? Riesce a riportare la band ai livelli di un tempo e proponendo quel heavy-blues rock per cui era conosciuta o prosegue il discorso intrapreso con l’album precedente ampliando il repertorio di Page&Co. di ulteriori sfumature e tonalità di rock.
A posteriori si vede che la seconda opzione è quella che ha preso il sopravvento. John Paul Jones è sempre più protagonista nella composizione e la musica amplia notevolmente lo spettro dei generi che vengono proposti dalla band (per quanto rimanendo sempre nell’alveo del rock/blues).
Il trittico iniziale (Custard Pie, The Rover e In My Time Of Dying) sono un’apertura che fa ben sperare. Hanno carattere, un suono corposo che gli Zeppelin maneggiano con disinvoltura e riportano la band a fare quel genere di musica per cui sono conosciuti in tutto il mondo. House Of The Holy (canzone che dava il titolo all’album precedente!) ha un suono di chitarra secco ed un Bonham che dona un groove eccezionale al brano. Plant, fresco di operazione alle corde vocali, muta l’approccio al cantato ma non la sua capacità di ammaliare l’ascoltatore. Per i die-hard fans, Trampled Underfoot è un pugno nei denti, canzone dal groove assassino, con un buon piglio funky, ma vediamo una band non al meglio delle potenzialità.
Il vero pezzo forte arriva subito dopo questo mezzo passo falso e fa vedere che i Led Zeppelin, quando si impegnano a dovere, sanno creare delle canzoni capaci di scuotere nel profondo. Kashmir è il capolavoro assoluto di Physical Graffiti. Il suo andamento, le sinfonie, gli arrangiamenti e tutto l’immaginario che porta con sé sono qualcosa che segna nel profondo. Kashmir è la canzone che la band ha rincorso da Led Zeppelin IV trovandola solo quattro anni dopo in questo doppio LP.
Come fare a superare la chiusura del primo disco? Non si può, ma la band cerca di buttare nel calderone del secondo disco dei brani interessanti come In The Light (molto suggestiva) o degli espliciti rimandi al periodo di Led Zeppelin III (Bron-Yr-Aur); il resto sono canzoni che, per quanto composti degnamente, non hanno forza e non riescono a superare l’impatto del tempo. Sono brani dignitosi ma niente di più. Dai Led Zeppelin ci si aspetta sempre il massimo, un duro compito per la band.

Nel 1976 i Led Zeppelin fanno uscire il nuovo disco in studio. Preceduto da un periodo turbolento nella storia della band (storie di incidenti, droga etc), Presence vede i Led Zeppelin tornare ad un suono crudo e meno levigato. Un cambiamento netto rispetto alle precedenti uscite discografiche.
Già dall’iniziale Achilles Last Stand si capisce che la musica è cambiata. Il tiro del brano è possente, con Page sugli scudi in quanto a riff, Bonham un motore ritmico di prima classe e Plant meno sirena e più ficcante nella sua performance. Stesso discorso si può dire della compatta For Your Life e della stupenda, e bluesy, Nobody’s Fault But Mine. Persino i brani meno pubblicizzati, e ricordati, di questo disco sono più diretti e vibranti rispetto a quelli della seconda parte di Physical Graffiti: Royal Orleans (a firma di tutti e quattro i musicisti), Candy Store Rock o Hots On For Nowhere sono esempi eclatanti in merito. Dove prima la band si perdeva dietro ad arrangiamenti più leggeri ed un certo “barocchismo” (termine errato, ma è per cercare di rendere l’idea che il sound iniziale degli Zeppelin era molto scarno), adesso punta al sodo e alla capacità di creare atmosfera con meno aiuto di sintetizzatori/tastiere etc. Presence si chiude con Tea For One, lunghissima (oltre 9 minuti) escursione nei territori del rock-blues tanto amato dai fan della band inglese.

Dopo due album in cui si alternavano dei capolavori a brani nella media o sottotono, i Led Zeppelin sembrano ritornare alle origini senza perdere un’oncia della potenza e classe che li ha contraddistinti. Non è un album che rivaleggia con Led Zeppelin II, ma ha molti più momenti azzeccati ed è lungo il giusto.
Si può parlare della rinascita della Fenice (per quanto non siano mai morti… intendo solo dal punto di vista sonoro) o è un caso isolato? Solo l’album successivo potrà dire quale direzione prenderà la band.

Non contando lo stupendo album live (The Song Remains The Same, che faceva da colonna sonora ad uno dei video musicali più pacchiani in assoluto), bisogna aspettare tre anni prima di ricevere la risposta. E non è quella che i fan si aspettano.
Nel 1979 esce il nuovo disco della band e, introdotto da una delle loro cover art più intriganti (per il sottoscritto), vede il gruppo inglese fare un passo indietro e non supportare quella rinata voglia di rock&blues crudo che li aveva investiti in Presence.
In Through The Outdoor è, a tutti gli effetti, l’album di John Paul Jones. Il musicista prende le redini del gruppo quando vede che metà della band sta cedendo ai propri demoni (l’eroina per Page, che lo accompagnava già dal precedente Presence, e l’alcool per Bonham). La mancanza di Page in sede di composizione sposta l’onere sulle spalle di JPJ e questi si diletta a sfornare un disco diverso al precedente, speziato da molte sonorità e rimandi musicali nello stesso brano. Plant aiuta il bassista ed è firmatario di tutte le canzoni del disco (cosa che non si può dire di Page, non presente su ben due canzoni, e Bonham, addirittura escluso da tutte). L’inizio dell’album è intrigante e In The Evening fa sperare in bene i fan della band. Un suono che, pur avendo un arrangiamento maturo, mantiene un buon grado di irrequietezza nelle chitarre. Non raggiunge vette eccelse, ma è un brano di classe.
Il problema è quello che segue.
Ripeto un concetto: non stiamo parlando di pezzi suonati male (sono pur sempre i Led Zeppelin quelli che li suonano!! Sono musicisti preparati, competenti e che sanno come far suonare i brani ed i loro strumenti), stiamo parlando di brani che hanno il tarlo della “stanchezza” insito nelle loro note. Una sorta di “trascinarsi” che si avverte, subdolamente, anche quando il ritmo è più vivace, quando ci sono influenze funky o più solari. Anche quando la band sembra in forma e sbarazzina.
Senza alcun dubbio questo In Through The Outdoor è l’album che spazia di più fra i generi e fa vedere un gruppo che sa suonare e si cimenta in una varietà di generi che si mescolano mostrandoci musicisti maturi ed adulti. Il vero “problema” è che i Led Zeppelin, al momento della registrazione, hanno fra i 30 ed i 35 anni. Non propriamente una band vecchia o stanca. Solo un gruppo che risente dello status di rockstar e sta combattendo contro industria discografica, lutti (Plant), demoni (Page e Bonham) e varie problematiche.
Anche per musicisti preparati come gli Zeppelin, riuscire a concentrarsi solo sulla musica diventa molto difficile. Vivere al 200% per un decennio sfibra anche il più tenace.

Neanche un anno dopo la pubblicazione di questo disco, un John Bonham sempre più nella spirale dell’alcool, muore soffocato nel proprio vomito mentre sta dormendo.
Il batterista, al momento della morte, ha 32 anni.
I Led Zeppelin, a seguito di questo evento, hanno deciso di sciogliersi.

Annunci

5 pensieri su “Led Zeppelin – In The Evening

    1. Grazie mille Topper.
      Il quarto album dei LZ non ha nome, infatti viene chiamato o IV o Zoso (perché riprende l’unico elemento leggibile all’interno della copertina… i quattro simboli). Non lo si sente spesso chiamare Zoso, ma anche questo è uno dei suoi nomi.

  1. Aspetto con ansia una terza parte in cui ci sveli qualche altro dietro le quinte. Ad esempio i discorsi legati al satanismo, in particolare su Stairway to heaven. Tutte stronzate? Un modo per vendere di più?

    1. Ma sai che il satanismo non penso ci fosse… cioè, non nella versione che siamo abituati (o indottrinati) a pensare. Piuttosto occultismo di Crowley, quello sì.
      I testi al contrario.. io sono sempre scettico sai? perché sbattersi a farlo quando ci sono band (anche negli anni 60… ) che dicono le cose come stanno? Vedi, per esempio, i Black Widow (che fanno folk… ma i testi sono “satanici/stregoneschi”).
      Comunque provo a trovare qualcosa per un terzo capitolo!!

  2. Penso che dopo IV i Led Zeppelin siano mutati radicalmente abbandonando quelle sonorità oserei dire a tratti heavy metal per sperimentare qualcosa di nuovo e Houses of the Holy ne è la prova ( non ho mai capito però la canzone che da il nome all’album sia presente nell’album successivo scelta stilistica o voglia di provocare il prossimo ? Mi documenterò.). Ad ogni modo i Led sono pur sempre i Led una delle poche band che ha deciso di lasciar perdere dopo la morte di uno dei loro componenti e non ha avuto quella smania di arricchirsi e spegnersi svendendosi con 4 riffucci da quattro soldi e la voce segnata dagli anni di Robert ( cosa che si è sottolineata anche all’O2 di Londra, nulla di grave la voce di Robert quella trascinante di Stairway to heaven credo che non lo abbandonerà mai. Fermami ti prego io ogni volta che parlo di loro sono un torrente in piena. Che dire d’altro genitori diffondete il verbo dei Led Zeppelin ne vale la pena.

Si!?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...