Led Zeppelin – No quarter


Se vi avessero mai chiesto chi è stata la più grande rock’n’roll band o, meglio, hard rock band, di sempre, cosa avreste risposto? Io, in ambito strettamente hard rock, metto al primo posto i Led Zeppelin. Senza ombra di dubbio.

Si possono sollevare varie obiezioni, si possono citare gli Yardbirds con Clapton, i Cream o gli Who. Si può persino accennare ai Rolling Stones. Ma nonostante tutto si sente che non è la risposta più aderente alla domanda. Troppo blues da una parte, troppo poco hard rock dall’altra. E non c’è quel giusto mix equilibrato, nonché la sfacciataggine dei più grandi spettacoli dal vivo e l’attitudine da rock star consumate. Perché, fra tutte le cose di cui sono precursori, i Led Zeppelin possono fregiarsi (a ragion veduta visto il loro ruolino di debauchery) di essere il gruppo che ha donato un significato proprio a rock star. Prima c’erano i musicisti, c’erano persino le star mediatiche (i Beatles erano qualcosa che travalicava il solo essere musicisti, sono stati un cambiamento epocale. Per scelta propria, però, da un certo punto in avanti hanno smesso di farsi vedere in pubblico. Al contrario degli Zeppelin) e gli artisti maledetti (quanta droga si sarà mai fatto Keith Richards?!), ma mai La Rock Star.
Il vero problema è che avessero solo definito questo aspetto, secondario rispetto alla musica, il gruppo inglese non sarebbe sopravvissuto al giudizio del tempo. Sono gli album che parlano, i live show che esprimono la potenza e la muscolatura di una band torrenziale e determinata come non mai ad arrivare sulla cima del mondo. Per restarci. Solo un evento imprevisto avrebbe potuto scalzarli e farli uscire dalla denominazione di grandissimo gruppo a band epocale/immortale.
Certe tragedie sono impregnate di un malsano senso dell’ironia.

I Led Zeppelin nascono dalla determinazione di Jimmy Page (session man, chitarrista, compositore e tecnico da studio) e dalla sua visione musicale: la band sarà sempre sua ed una sua espressione artistica, per quanto sia fondata su quattro pilastri ugualmente importanti, i Led Zeppelin saranno sempre associati al nome di Page. Il chitarrista inglese, reduce dall’esperienza degli Yardbirds (ormai nella terza incarnazione e sul viatico del tramonto…), decide di mettere insieme una nuova band che possa esprimere il suo concetto di musica. I New Yardbirds sono la logica prosecuzione, questi sono una mossa strategica per continuare a richiamare i fans nonostante il cambio dei musicisti ed un sound diverso. I Led Zeppelin sono il naturale approdo.
Insieme a Page ci sono il multi-strumentista John Paul Jones (bassista, pianista, arrangiatore e, come Page, esperto session man da studio), il vocalist Robert Plant (nuovo dell’ambiente, ma con una discreta esperienza con le sue band) ed il roccioso batterista John Bonham (batterista nella Band Of Joy con Plant e fortemente voluto da quest’ultimo nell’esperienza Led Zeppelin).
Il primo, ed omonimo disco, esce nel 1969 e contiene dei grandi classici a firma Zeppelin mischiati con una serie di cover e nuovi arrangiamenti di canzoni della tradizione blues (Babe I’m Gonna Leave You, You Shook Me, Daze and Confused, I Can’t Quit You Baby). Anche How Many More Times, che è a firma Bonham, Jones e Page vede al suo interno dei rimandi a The Hunter e Beck’s Bolero. Il fatto di trovare un così alto numero di canzoni non a firma “originale” non cambia un fatto assodato: la potenza hard-blues che esce dai solchi del vinile è talmente alta da posizionare i Led Zeppelin nel radar delle “novità” più succulente della fine dei sixties.
Nonché uno dei dischi simbolo dell’hard rock di stampo inglese per tutti gli affezionati.
Una serie di concerti a supporto del disco ed ecco che la band, nell’arco di un paio di mesi (dal 31 marzo, data d’uscita di Led Zeppelin, al 22 ottobre) fanno uscire il secondo disco: Led Zeppelin II.
Il vinile esce, come detto, il 22 ottobre 1969 ed è l’album che definisce un certo modo di suonare hard rock.
Led Zeppelin II è, senza ombra di dubbio, uno di quei dischi che è la fonte di ispirazione di migliaia di musicisti di tutte le generazioni (sia per quanto riguarda il suo valore tout court, sia per quanto riguarda l’abilità alla sei corde di Jimmy Page). Il disco non è esente da cover ed “ispirazioni” varie: la stessa Whole Lotta Love (arrangiata dagli Zeppelin, ma la matrice si può riscontrare nelle note di Willie Dixon), The Lemon Song (Howlin’ Wolf è l’artista che merita il credito – ed è stato inserito in un secondo momento) e la conclusiva Bring It On Home (sempre di Willie Dixon). Il resto delle canzoni sono firmate per la gran parte da Page, con Plant come paroliere. Il chitarrista, in questi primi anni di esistenza della band, è la vera forza trainante del sound dello Zeppelin. Bonham interviene in alcune canzoni, fra cui l’immortale Moby Dick, veicolo per i suoi catartici solo di batteria durante i live, e Jones ha un “ruolo minore” in termini compositivi. Questa preponderanza dell’idea compositiva di Page rispetto a quella degli altri tre membri della band sarà destinata a mutare nel tempo.
Ma, ad adesso, nel 1969 e con Led Zeppelin II appena uscito, questo problema non è in agenda ed il duo Page-Plant sarà il motore trainante dello Zeppelin più conosciuto al mondo.
Nell’arco di un singolo anno la compagine inglese fa uscire il terzo disco (chiamato Led Zeppelin III), ritmi che, attualmente, non sarebbero neanche pensabili per le band. Nel mentre gli altri due gruppi inglesi di maggior impatto sulla scena hard rock/metal (Black Sabbath e Deep Purple) stavano cercando il loro suono (anche se i Purple avevano già pubblicato un paio di dischi con la prima formazione, quella senza Gillan per intenderci), gli Zeppelin erano già al terzo disco. E Led Zeppelin III portava con sé una novità “incredibile”: gli Zeppelin stavano tentando di modificare il proprio suono arricchendolo (o annacquandolo, a seconda di come la si pensa) con partiture folk.
Dove i primi due dischi erano un roccioso misto di hard rock, rock e blues, il terzo album scarta nettamente e si pone come un misto fra le attitudini più hard-blues della band e le derive hippie, folk che avevano incominciato a filtrare nelle partiture della band. Rispetto agli altri due pesi massimi dell’hard rock, i Led Zeppelin si sono fatti influenzare molto dal movimento hippie americano, sondando territori acustici e tematiche flower-power che, ad esempio, i Black Sabbath ripudiavano in maniera assoluta (anzi, indurendo il loro sound tanto da sembrare più il prodotto delle fabbriche di Aston che della speranza di un futuro Peace&Love come lo vedevano in California).
I brani di Led Zeppelin III sono tutti a firma Zeppelin, a parte l’arrangiamento di due traditional (Gallows Pole e Hats Off to (Roy) Harper). La parte del leone, per quanto riguarda la stesura dei brani, è del duo Page-Plant, sempre più affiatati nel creare brani dal caratteristico timbro Led Zeppelin anche quando, come negli episodi acustici, non ci sono i watt a far da padrone. Le tematiche folk ed hippie, però, non sono le sole che entrano in gioco in questo nuovo disco degli Zeppelin: il blues è comunque una componente fondamentale del loro repertorio ed incominciano a filtrare anche tematiche di derivazione nordica (la fascinazione vichinga qua ha un suo primo vagito con la canzone Immigrant Song). Questo mutare nella forma e nelle lyrics sarà determinante per le ulteriori svolte sonore e testuali della band inglese.
La band inglese si apre alle influenze e le incanala con forza all’interno del proprio sound. La domanda che ci si può porre è la seguente: il suono viene snaturato o modellato/incrementato da questi innesti?
Questo dipende dalla sensibilità di ciascuno e da come concepisce la musica di Page&Co.

[CONTINUA QUA]

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6 pensieri su “Led Zeppelin – No quarter

  1. Ottima ricostruzione. L’hard rock non è il mio genero preferito, ma penso che tu abbia ragione: dovessi dire il N°1 fra i gruppi della categoria non avrei esitazioni.

    1. Grazie Giacani. Questa è solo la prima parte, un giorno metto giù anche la seconda… ehehe…
      I Led Zeppelin rientrano nell’hard rock per le orecchie, sono molto blues loro… ma direi che li comprendo per meriti sportivi.

  2. La domanda resta per me senza risposta, perché finora mi sono fermato ai primi tre dischi, che hai descritto meravigliosamente!
    Non sono esperto di musica, però l’aspetto che più mi ha colpito e che più mi piace dei Led Zeppelin (per quanto riguarda questi album a cui finora mi sono limitato) sta proprio nell’ aver riarrangiato, arricchito e stravolto completamente la tradizione blues americana. Forse, volenti o dolenti, tutti i grandi gruppi musicali sono estremamente debitori di questa tradizione. La genialità dei Led Zeppelin secondo me sta nell’essersi riferiti apertamente a questa tradizione senza alcun pudore, come dimostrano appunto le cover contenute nel primo disco e la magnifica voce e gli urli di Robert Plant.. senza parlare poi della qualità immensa degli altri componenti del gruppo!

    1. Grazie mille Marco.
      Sono d’accordo su tutto, meno un punto (lo so, sono pignolo all’inverosimile… al limite del rompiballe ahaha): i Led Zeppelin, all’inizio, non hanno mai detto di aver fatto cover blues, si sono sempre attribuiti la paternità degli scritti. Poi, con il tempo (e con il fatto che tutti, bussando alla porta, dicessero: hey, ma questa è una cover), hanno deciso di lavarsi la coscienza ammettendolo. Ma non toglie che le versione Led Zeppelin dei brani siano molto più possenti, più “torrenziali” e “personali”.
      La tradizione blues americana è stata un fatto molto importante per tantissime band, quelle degli anni 60-70 hanno pescato molto dal blues, chi rimanendoci ancorato e sfruttandolo, chi prendendolo come base e poi allontanandosi (vedi i Black Sabbath che, partiti come hard-blues band, hanno preso i riff come strada portante piuttosto che le il calore blues in sé… ma anche loro, nonostante tutto, hanno questa base e, nel corso del tempo, si sente sempre che sono in “debito”).

      La voce di Plant cresce di disco in disco! Questo è spettacolare. E, ancora meglio, è JPJ che cresce nel comporre musica, può piacere o meno eh, ma si sente la sua mano.

    1. Eheheh. Sì, ho fatto un bel gioco di rimandi avanti ed indietro…
      Grazie mille. Ho cercato di rimanere obiettivo, anche a costo di non dare i pareri più scontati in assoluto o andando contro delle opinioni solo mie.

Si!?

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