L’inquilino del quinto piano

Lo schiocco viscido completò l’acquoso Smile disegnato sull’asfalto caldo. Un sorriso catarroso si stagliava al centro del parcheggio numero 32, proprio sulla scritta Privato.
Risalendo con lo sguardo dalle lucenti pozze di sputo fino al cielo, si poteva vedere, affacciato al balcone del quinto ed ultimo piano la figura, in controluce, di un grasso panzone.
Il busto era per trequarti sporto oltre la ringhiera di metallo, il che permetteva di vedere le carnose e grasse tette ed un petto villoso. Avvicinandosi si potevano notavano i lunghi capelli unti che ricadevano sui lati di un viso contornato da una barba sfatta. Erano mesi che Kurtis si stava lasciando andare: aveva preso chili e si era trasferito in un condominio di periferia vicino ad alcuni negozi di liquori ed altre utili comodità. Il centro città è sempre il luogo più ambito, ma non è l’ideale per chi, come l’obeso uomo sul balcone, viveva trascinandosi di stanza in stanza sciabattando e, quando doveva uscire, vestiva di boxer lisi e si portava appresso uno stordente odore di alcool rancido misto a sudore. Kurtis aveva preso la decisione di evitare la socialità: meglio ritirarsi in un caseggiato meno importante e finire nei rioni popolari. In periferia, almeno, la mancanza di denaro e morale era una forma di dignità più onesta.
Il leggero tremolio della carotide era il segnale di un nuovo lancio. Lo smile stava perdendo lo smalto ed una rinfrescata non sarebbe stata una cattiva idea. Kurtis, massaggiandosi leggermente la barba, considerò velocità del vento, distanza, quantità di saliva e, con un gesto elegante, da Lo Schiaccianoci dello Sputatore, fece partire un bolo acquoso verso la pavimentazione.
L’accento su un capolavoro, si disse.
Lo schiocco vivace con cui l’asfalto rispose era il segnale di interrompere l’attività sputatoria per ritornare a quella principale: bere.
Rimase ancora qualche secondo sul bordo del balcone, sentendo il fresco del metallo accarezzargli i capezzoli e propagarsi in un vago senso di frescura nel corpo.
Fanculo, riprendo dopo. Adesso finisco questo lavoro. Mai iniziare una cosa che non si riesce a finire.
La voce era interiore, il portamento petto fuori e mento in alto, le ultime videocassette della seconda guerra mondiale avevano attecchito per quanto riguarda la postura da adottare sui balconi, esprimevano quello che il cervello stava pensando.
Spostò il peso da un piede all’altro, sentendo l’appiccicare delle callosità sul pavimento in cotto rosso, e poi riprese a disegnare un piccolo Pac-Man nelle immediate vicinanze dello Smile.
Al secondo catarro che finiva fluttuando sul posto macchina, Kurtis sentì una voce provenire da un balcone sotto il suo.
Che cazzo stai facendo, grassone di merda? Sputa in casa tua, stronzo.
La voce era quella del tipo grassoccio del terzo piano. Un Danny DeVito da mercatino delle pulci. Stesso girovita, postura e, ovvio, la stessa piazza d’armi sulla cima della testa.
Riflette i raggi della luna… pensò Kurtis.
Mi hai sentito, razza di ignorante barbaro? Un tuo cazzo di sputo mi stava beccando mentre davo acqua ai fiori!
Sono poche le volte in cui, da una voce squillante, si può arrivare alla conclusione che ci sarà un infarto nel giro di poco tempo. La voce del DeVito rionale è una di quelle. Un potenziale nuovo residente nelle comode scatole di legno della Santa Madre Chiesa.
Garantita la vista sui tre metri di terra.
Kurtis si sporse qualche centimetro più avanti, lasciando penzolare i capelli ed una pacchiana collana hawaiiana. Aveva scelto un modello tarocco ed ora indossava un obbrobrio di plastica infima invece che di corallo o che cazzo di materiale dovrebbe essere.
Il grassone vide DeVito sbracciarsi concitatamente mentre continuava il suo sgraziato tentativo di rimprovero: nell’aria volavano parole come stronzo, figlio di puttana, suolo pubblico, proprietà privata, vengo su e ti spacco la faccia…
Amenità dette da chi, al sicuro due piani sotto, pensava di potersi permettere tutto.
Kurtis rise, o meglio, quello che venne fuori fu un mesto risolino di scherno. Doveva solo decidersi qualche delle due opzioni scegliere, ma mentre ascoltava il vicino starnazzare come una gallina col culo otturato, la scelta fu semplice.
Posso spiegarti, aspetta un secondo. Ti faccio vedere. No, non urlare… parole meccaniche, dette senza particolare inflessione. Lo stronzo, che voleva aggiungere alla fine, lo tenne in caldo per un momento più propizio.
Nel mentre parlottava, sentendo ancora Danny che berciava e le prime finestre aprirsi a causa del vociare, Kurtis si staccò dalla ringhiera ergendosi in tutta la sua altezza. Si massaggiò la pancia prominente, sentendo il velo di sudore acido che ricopriva lo strato cutaneo, e incomincio a tirarsi giù i boxer gustandosi, per un secondo, il fresco venticello sui gioielli di famiglia.
Rivitalizzò il membro dal chiuso della tela e, cautamente, si spostò esattamente dove era affacciato DeVito dei poveri.
Si leccò un dito, lo mise nell’aria, e si spostò qualche centimetro a sinistra per compensare un venticello in arrivo dalla stessa parte. Prese l’uccello con la mano e si alzò le palle fino a raggiungere il bordo del balcone. Posizionò l’arnese sulla ringhiera, ricevendo una scossa energetica provenire dallo scroto. Il vento fresco ed il balcone in metallo stavano massaggiando la pelle accaldata dei testicoli e Kurtis avvertì la sensazione di pelle d’oca propagarsi per tutto il corpo. Arrivando, soprattutto, nel retro del collo. Sentì i peli drizzarsi.
Qualche secondo d’attesa, un silenzio candido come la neve, e poi lo scrosciare di piscio dal quinto piano direttamente sul viso, spalle e petto del DeVito di seconda mano. La pisciata più lunga della giornata era un misto infernale di birra scadente, vodka e brodaglie precotte. L’aroma, logico, lo forniva il piatto di noodles alle verdure e pollo che aveva mangiato a cena. Mai farsi mancare un tocco d’etnico. Dona un profumo speziato alla vita e, in questo caso, anche alla faccia di Danny DeVito del terzo piano. Questi, investito da un getto di quello che capì non essere acqua piovana, tirò delle urla belluine in direzione del quinto piano.
Dalla foga di pulirsi il viso quasi perse l’equilibrio, accompagnando il tutto con bestemmie e insulti. La moglie di Danny, armata di bigodini anni ’60 ed una vestaglietta verde, accorsa per calmare il marito furente, venne accolta dagli schizzi di riflesso della giornata alcolica di Kurtis. Anche lei capì subito, dalla nota speziata del liquido color paglia, che non era acqua dal rubinetto. Gridò. Schifata.
Quando le grida si spensero sostituite dallo smanacciare nel tentativo di levarsi dalla faccia lo schifo liquido, Danny DeVito dei poveri e moglie anni ’60 sentirono, distintamente, solo una parola prima della chiusura della porta finestra.

Stronzi!

16 pensieri su “L’inquilino del quinto piano

    1. Beh, ci vuole qualcosa per rendere un racconto volgare e ributtante un po’ di classe ahahahahahahahah
      Grazie Jeremy. Hai visto un refuso? Solo uno? Son stato bravo allora haahaha… di solito ne uso come piovesse 😀 … dov’è? Così lo correggo immediatamente!

  1. Che racconto emozionante. Complimenti. Solo una cosa, hai assistito davvero ad una scena simile o è parto della tua mente? Se fosse vera è una cosa epica a cui hai assistito!

    1. Grazie.
      In realtà è un racconto che unisce due cose “vere”: sputare dal balcone e pisciare dal balcone (non tutte due io… diciamo che prendo spunto da conversazioni fatte con amici…) e cose false (pisciare dal balcone addosso al vicino, i personaggi coinvolti etc etc).
      Perciò è un racconto di fantasia basato su spunti quasi reali (ed il protagonista è quello del racconto Sesso ed Alcool a 99 cent che avevo scritto tempo fa…)

Si!?

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