Elogio alla follia

Ci sono mattine in cui mi sveglio e sono preso da una voglia irresistibile. Un desiderio impellente.
Lo sento crescere dentro di me, come un fuoco, come una tempesta in procinto di scatenarsi. Non so neanche io spiegarmi perché. Non so neanche quale sia la causa scatenante. Sarà che c’è una sottile vena all’eguaglianza, al conformarsi al trend, all’ultima moda. E mi viene il male.
Sono questi i giorni in cui prendo e non guardo il PC, non tiro fuori il cellulare e non navigo in internet. Sono questi i momenti in cui il blog rimane silente come una tomba non curata. Chiuso. Out Of Order. Un cesso intasato non riparato.
Perché voglio guardare oltre lo schermo. Oltre quello che le dita digitano frenetiche e con il cervello drogato da una volontà di espressione/di comunicazione. Perché c’è qualcosa fuori da quei quattro bit che formano le scritte, molto più che il mondo digitale. Quest’ultimo ci droga, ci mette in connessione con così tante persone che ci sembra di essere il centro, il punto focale, di un grandissimo universo multicolore. Ci sentiamo invincibili nascosti dietro l’avatar, il cinguettio, il post burlone di Facebook o l’articolo postato, a tradimento, sul blog.
Quando alziamo la testa c’è un mondo che incanta, che ci dice che i risultati che raggiungi non sono il numero di Follower che pendono dalle tue labbra esangui su Twitter, i mille messaggi spediti convulsamente a chi, dall’altra parte dello schermo, aspetta un tuo segnale di vita su WhatsApp. Un mondo che, senza nessuna costrizione esterna visibile, ci costringe a piegarci, ad abbassare la testa evitando il contatto visivo con quanto c’è fuori, con quello che è imprevedibile.
Siamo dei junkie in un momento storico in cui nessuno è interessato realmente a farti smettere, perché nessuno, in realtà, sta ascoltando dall’altra parte del tuo urlo mediatico, della tua brillante esposizione digitale.
Siamo indifferenti digitali.
Ti guardano come si fa allo zoo, ti seguono perché il metadone dell’astinenza (arretrare di un passo e riprendere, che ne so, un foglio di carta o leggere un libro) è molto più pericoloso e doloroso che continuare ad andare avanti con il nostro metabolismo accelerato, la nostra bulimia informatica. Ingurgitiamo così tanto senza un reale senso solo per poter, nel segreto delle nostre stanze, uffici, casse e chi più ne ha più ne metta, vomitare tutto fuori. Vomitarlo e restare interdetti un secondo vedendo il risultato di questa sconsiderata ingestione. Ma poi riprendere. Famelici.
Fuori c’è un sole che splende, dentro un freddo schermo retroilluminato e, anche se abbellito da immagini di spiagge, colline lussureggianti e verdi come una primavera irlandese, totalmente anonimo. Fuori c’è un vento che scompiglia i capelli, accarezza il viso e gioca con i vestiti ed i pensieri, dentro non spira vento, solo stagnazione. Mossa, o smossa?, da migliaia di post sempre uguali, martellanti. Fuori ci sono persone che hanno i loro pregi, i loro difetti e le loro paranoie/felicità/conquiste e sconfitte… ma empiricamente valutabili e possibili di essere soppesate in base all’uso dell’intonazione, della gestualità, delle pause fatte fra una frase e l’altra. Dentro, beh, dentro ci sono sempre persone o quello che loro vogliono inserire e la valutazione non può sussistere. Troppo distacco, troppo ritardo fra il post/cinguettio rispetto alla risposta. Questo scarto temporale fornisce tempo per adeguare il proprio Io alla risposta da fornire, all’immagine da plasmare, allo status da impersonare.
Perché quello che viene definito il grande livellatore, il “velo di maya” che cade (l’avatar), è allo stesso tempo il più grande orpello dietro cui nascondersi, dietro cui ricamare un’individualità. Viene innalzato alla stregua del momento in cui la persona è più esposta, più “sé stessa”, se non fosse che è sempre nascosta dietro uno schermo, che mescola le carte, che può accentuare parole, espressioni a suo piacimento. Lo si fa anche dal vivo, vero, ma quanto è più semplice affermare se qualcuno sta mancando di sincerità o ha un problema/ha raggiunto uno scopo… se lo si vede dal vivo? Se si tasta con mano quello che, come una scossa elettrica, passa nella voce e nelle movenze di colui/colei con cui stai dialogando.
Per questo motivo mi spaventano i “re” dell’internet, i “sovrani” della socialità. Coloro che hanno dedicato ore e forze immaginabili a costruire un castello sul niente. A soppesare le parole come un farmacista. A contenere i gesti, le emoticon, le emozioni. Trascinati da un flusso virtuale di popolarità che devono cavalcare con la stessa abilità dei più scafati surfer, per poi ritrovarsi soli con sé stessi alla resa dei conti.
Ognuno ha una vita da portare avanti che non si ferma alla mera traccia telematica di quattro righe su Facebook, nei caratteri di Twitter o nelle pagine sbiadite di un blog (come questo, sia chiaro). Confondere le due cose mi preoccupa. Vedere persone che vengono risucchiate negli schermi, assumendo una dose quotidiana del veleno più dolce del mondo (la popolarità), mi fa pensare. Ma, soprattutto, mi fa alzare la testa dallo schermo. Mi fa guardare l’orizzonte per com’è, con i suoi difetti non resi datati dagli effetti di Instagram, più ampio ed organico di quello che mi fa dono il piccolo display di una macchina fotografica o di uno smartphone ultima generazione.
Quello che si imprime sullo schermo non può, e non deve essere, la completa trasposizione di quello che sono in natura.
Per questo, a volte, voglio elogiare l’atto folle e sconsiderato di chiudere gli occhi, alzarli dallo schermo, aprirli di colpo e godermi quello che c’è fuori.
Anche solo per trovare un bilanciamento fra una socialità pornografica ed avvincente ed una realtà monotona ed incredibile.

29 pensieri su “Elogio alla follia

  1. Quanto hai ragione, mi fai riflettere. Per me è droga scrivere, di me e delle mie emozioni … ma in fondo dovrei poter ottenere lo stesso parlando con gli amici. Eppure … quanto è più difficile? Scivolano molto meno quelle parole …

    1. Ah Claire, solo perché ci hanno drogato così tanto che ci sembra difficile capire che una canzone non è il suono abbruttito di un mp3 o un sorriso non si rinchiude in un emoticon. Ma c’è una via di fuga, un modo per scappare. Alzare la testa, non sempre, ma quel tanto che basta per respirare. Per mettere a livella tutto.

  2. Mi ha colpito soprattutto la parte in cui parli della difficoltà di comprendere la sincerità/la reale emozione etc della persona che sta dall’altra parte dello schermo, perché questo aspetto mi riguarda da vicino, molto vicino. Ed è vero quello che dici, qui manca la gestualità, l’espressione del viso, il tono della voce e molte altre cose. E’ tutto vero. Ma io (e l’ingenuità, con cui ho stretto un patto – quasi – indissolubile) credo che si possa iniziare il percorso di conoscenza di una persona anche senza guardarla negli occhi. Sta tutto nella volontà di “presentarsi” per come si è realmente, senza sforzarsi di piacere per forza, senza “adattarsi” alla situazione ma rimanendo se stessi. E’ vero che dall’altra parte può rimanere il dubbio sulla sincerità dell’altro, ma io credo che anche “qui”, prima o dopo, la vera personalità esca fuori.
    L’Ilaria del blog è la stessa Ilaria che ti troveresti di fronte al bar davanti ad un caffé (e non ho detto birra eheh).
    Ma io sono un’ingenua patologica, se mi esce la pagina “clicca qui che potresti vincere un viaggio alle Maldive”, io potrei anche cliccare eheheh. Ma a Babbo Natale non ci credo, giuro 🙂

    Certo è che “questo mondo” non basta e non deve assolutamente bastare 🙂

  3. Silvia

    Hai ragione, non bisogna mai confondere le due cose ed ad ognuna si deve dare il giusto spazio, ma certo è che internet non dovrà mai prevalere sulla vita reale 😉

    1. Esatto, non sono uno contro il web (sarebbe ipocrita visto che ho un blog), solo che bisogna bilanciare le cose. Avere equilibrio. Fuori c’è un mondo ed il web non è tutto quello a cui possiamo aspirare.

  4. …apparte che la nuova casetta è bellissimissima, e poi anche io sono d’accordo. In parte. Credo, personalmente, che si debba imparare a gestire il blog. Parlo per me, lo risottolineo, perché nel mio blog ho investito e investo tanta parte di me, ma rimane comunque una cosa che mi è necessaria a livello personale, intimo. E non solo, tramite vetrocolato arriva anche la mia parte più allegra e spensierata. È per questo che dico che bisogna imparare a gestirsi, che io devo imparare a farlo. Il blog è uno strumento potente, se si impara a non farsi travolgere, e si riesce a domarlo. Un gravatar non ti lega a niente, la costrizione è solo mentale, a mio parere.
    Non è la mia vita, non è il centro del mio mondo, ma ne fa parte, è parte integrante di me e mi permette di esprimermi e anche di essere letta, certo, non metto in dubbio che ci sia una componente narcisistica. Il blog è un’oggetto potente, ho il grande, forse troppo grande desiderio che un giorno, forse, io possa imparare a padroneggiarne tutte le potenzialità che esso mi offre.
    Ho tra le mani un qualcosa che può essere grandioso e importante oppure deludente e soffocante. Ma sono io che decido cosa esce e cosa no, quindi perché non posso provare ad imparare a farne qualcosa di, non dico bello, ma di godibile, fruibile, ricercato dalle persone, pur rimanendo sempre vetrocolato, cioè me stessa! Provare a renderlo “il mio bel posto da condividere”
    Perché è anche giusto come dici tu, quando scrivi del sole e della vita che è fuori e non qui dentro, ed è proprio perché la vita è fuori, e c’è la godiamo come è giusto che sia, che io spero di poter fare questo, un giorno, col mio blog.
    P.S.
    Ho anche la grande speranza, un giorno, di riuscire a farmi comprendere dai più attraverso radiografie del mio cervello, che presto posterò in spazi consoni.
    Zeus, il tuo pezzo mi è arrivato dritto in fondo allo stomaco, bravo. 🙂

  5. Just me

    La popolarità e la gloria, forse, la ricerchiamo un po’ tutti. Di gente che si illude di averle trovate nel mondo virtuale, ne è pieno – ho conosciuto (non farò nomi, né luoghi) persone che vivono in questa convinzione: persone normalissime, con una vita comunissima, che poi su Twitter e Facebook rinascono, diventano playboy estroversi e spigliati e, purtroppo, perdono tutta la loro bellezza, perché si ricoprono di spocchia. A me personalmente tutto questo mette tristezza. Nella mia visione catastrofista del mondo non posso che darti ragione: quell’immagine è falsità e ruba realtà alla realtà; quell’immagine, fondamentalmente, non interessa a nessuno – rempiamo i nostri blog di parole, perché ci piace trovare qualcuno che ci sia affine nel pensiero, ma qui finisce: non stiamo rivoluzionando nulla, nessuno ci ascolta, e forse anche chi ci ascolta ci mette poco a dimenticarci.
    Sai che per me la sincerità è fondamentale, anche qui. Sai che svelo cose di me, senza problemi, e che altre no, non me la sento proprio a dirle, perché, fondamentalmente, verità e riservatezza possono anche andare di pari passo. E quel che scrivo non è segreto a nessuno, nella mia vita reale (non sono una di quelle che non dà il nome del blog o il profilo Twitter agli amici, anzi). Ci sono migliaia di cattivi esempi, eppure, nonostante tutto, internet è, secondo me, una splendida opportunità. Ricordando sempre le giuste dimensioni e proporzioni, si possono conoscere persone con cui ridere e riflettere, persone che stanno a km e km da noi, magari. Ci si può portare nella vita vera. Ci si può innamorare (a me è successo), e a quel punto internet è il modo per mantenere una storia. Certo, i casi sono rari. Certo, bisogna ricordare sempre che quel che conta davvero sono gli occhi negli occhi (che rendono minuscole le possibilità di mentire ed essere “personaggio”), sono le mani che si possono sfiorare…

  6. Come per la dinamite, che può servire per costruire gallerie o per far saltare in aria uomini. non è lo strumento ma chi lo usa e come lo usa.

    Ogni cosa è così, nessuna esclusa.

    1. Hai ragione Diamanta! Anche io sto portando l’esempio dell’equilibrio, del saper dosare, riconoscere e valutare le situazioni ma, soprattutto, non farsi risucchiare dal virtuale. Quello che mi spaventa è credere che il virtuale sia l’orizzonte, la bussola dell’esistenza. Perché il web ti droga, FB è droga e così anche il blog etc. Perché non c’è droga migliore che essere il centro dell’attenzione.

  7. Uh quanto hai ragione! E quanto hanno ragione anche le commentatrici…gira su FB un bel post in questi giorni su uno a cui è saltata la connessione e scopre improvvisamente che ci sono persone interessanti introno a lui che dicono di essere i suoi familiari. Il mondo vero è altrove, non c’è dubbio. E questa può essere davvero una droga da cui ci si libera a fatica.

  8. personalmente, vivo il blog come una parte complementare di me, uno spazio in cui far esprimere la me che ama scrivere, nutrirsi di curiosità e scoperte. detto questo, se non ci fosse una controparte di vita reale, probabilmente non avrei creato neppure il blog, e anzi, nei periodi in cui sono “in rotta” con la mia vita reale, in genere ho poco o nessuno stimolo a scrivere nel blog, come se m’inaridissi. io credo che le due dimensioni possono nutrirsi a vicenda, a patto di mantenere un sano e distacco, e a patto di riuscire ad allontanarsi dal virtuale quando ci accorgiamo che lo stiamo vivendo come un pericoloso sostituto, come un surrogato di vita vissuta.

  9. Condivido le tue riflessioni. I meccanismi alimentati dai social possono essere molto insidiosi. La spinta “creativa” è buona fino a che non diventa autocompiacimento e finzione portati all’eccesso. Guardare fuori dalla finestra e godersi il vento tra i capelli (per chi li ha.. :D) è la salute della mente.

    1. Concordo (ammetto che il vento tra i capelli era un vezzo poetico che mi son concesso, un po’ ad minchiam, ma…).
      I social hanno l’attitudine a drogarti, a creare una realtà alternativa così forte, così pregnante da lasciarti “insoddisfatto” dei rapporti reali.

  10. Penso che il blog, come per altri settori e occupazioni, acquisisca la dimensione di un’identità. Al di fuori di esso, si tratta sempre della stessa persona, tipo parker/spider man, entrambi sono la medesima persona, sotto identità diverse. Però, ecco, forse arrivo al punto che evidenzi tu, un’identità non deve diventare una fuga dall’altra, come – rimanendo nel leggero con il comic – accade a Peter Parker, chea un certo punto si trova a utilizzare la maschera come via rifugio o fuga. Ben presto poi apprende che ciò non risolve affatto i problemi, semmai ne porta di nuovi.

    Sulla questione della sincerità: si mente ovunque, sotto connotazioni diverse. Se è vero che posso sgamare più facilmente vis-à-vis uno che mi dice di aver fatto la controfigura di Dwayne Johnson è anche vero che poi esistono menzogne che si possono tranquillamente portare avanti in mezzo alle persone senza che cadano, almeno non immediatamente.

  11. Sono del tutto d’accordo con te, specialmente quando parli delle persone che vivono più su questi schermi che fuori o che, peggio, si fanno completamente assorbire da questo mondo. Io stesso credo tanto nelle persone e negli amici che ho qua e spesso rifiuto il termine “virtuale” per descrivere i rapporti. Questo spazio credo sia giusto resti una parte della nostra vita, importante quanto vogliamo ma non fondamentale, non centrale rispetto a tutto il resto. Tu stesso scrivi tantissimo e io, tra parentesi, non ce la faccio a seguirti e leggerti sempre! Ma ogni volta è un piacere perché non sei mai banale e perché riporti qua pezzi della tua vita, non tutta.

Si!?

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