L’io innocente

Una persona mi ha fatto una domanda (la reinterpreto perché le parole corrette non me le ricordo bene): “ma, secondo te, hai ancora un nucleo, un core, puro ed intonso come quando eri bambino?”.
Io, ed immaginatemi che mentre dico quello che seguirà sia vestito di lino bianco, con un panama e mi stia mangiucchiando dell’ananas, non ho avuto molti tentennamenti ed ho risposto sospirando sconsolato. Solo questo. Nessun proclama epico di innocenza. Nessun “ma stai scherzando? Che domande del minchia fai?”. No. Solo un sospiro senza parole. O valeva più di mille parole. E, fidatevi, se voglio ne posso dire mille.
Secondo voi quella purezza da bambino è ancora possibile? Io non credo. Succedono troppe cose, troppe delusioni, troppi rancori e volgarità (nel senso umano, non di espressione/pornografiche) che cambiano il modo in cui eri ed il modo in cui sei. E poi c’è l’esperienza. Il tuo progredire, lento ed inesorabile, con l’età anagrafica, muta quello che eri. Senza ombra di dubbio.
Quando sei piccolo hai una visione molto particolare del tuo universo: perché l’universo è qualcosa di personale. Solo un prolungamento del tuo io. Quando cresci e smetti di considerarti il centro pulsante di questo ammasso stellare, ti accorgi che al mondo, di te, non è che gliene importi tanto. Anzi, diciamo che non aveva sentito il tuo peso sulla superficie terrestre finché non ti sei spostato dal posticino caldo che ti eri ricavato con tanta arroganza. Perché quando smetti di guardarti adorante fra le chiappe, allora incominci a capire che c’è una partita completamente diversa da giocare. Poi dipende quando uno decide di tirar fuori la testa dalle chiappe e dare un’occhiata in giro. Non ci sono date perentorie… solo sberle più o meno forti quando alzi la testina e dici: “ohhhhh”. Ed arriva improvviso: Sciàf! Tutto qua.
Perché quando sei piccolo sei invicibile, sei talmente ignorante e curioso da non aver conoscenza dei limiti ed è per questo motivo che, quando cresci, non potrai mai avere una parte similare a quando eri bambino. Il nucleo duro e puro. Il cuore limpido. Perché quando cresci hai sperimentato la restrizione, la negazione, la paura e disperazione che prima ti erano negate dalla campana protettiva che ti veniva calata sulla testa o che ti era fornita dal paraocchi.
Il tuo “io-innocente” non ha provato cosa è la morte, perché quando sei piccolo non si può morire. Non esiste questa cosa. Ad un certo punto ne entri in contatto e questo è un tarlo che rimarrà la, silente, ma che esiste. Il principio della caducità. Una volta assaggiato questo veleno dal sapore di mandorla non torni più indietro. Ti accorgi, per la prima volta in assoluto, che hai la data di scadenza. Non sai quando si avvera, logico, ma ce l’hai stampata con il codice a barre dietro il collo. E non c’è Dio o divinità che puoi pregare affinché questo non avvenga. Direi che l’unico modo è vivere nella miglior maniera possibile il tempo che hai e, sinceramente, fanculo alle promesse di un parco giochi enorme dopo. Voglio un po’ di quella arroganza che mi permetta di dire: voglio vivere bene adesso (ed un bene comune è esattamente dove il mio “bene” finisce ed inizia il “bene” altrui) e non quando son stecchito. Chiedo troppo?
Come puoi essere uguale, con il passare del tempo, se sai che ciò che tu credevi possibile (l’immortalità) non potrà mai essere?
Quando sei piccolo non hai a che fare con l’arroganza della gente, con i sotterfugi, con l’ignoranza crassa, con la meschinità gratuita. Sono concetti che solo con l’interazione costante con l’essere umano puoi imparare. Perché quando sei piccolo, per quanto hai una personalità di base, non è formata, strutturata, sfaccettata. Hai ancora un nucleo malleabile da mille cose, da mille eventi.
Non hai avuto a che fare con il lavoro. Questo sicuramente. Il lavoro può anche piacerti, ma ti muta. Esso stravolge quello che eri per farti diventare quello che sarai. Vorrei sapere se, realmente, pensate che siete gli stessi di quando avete iniziato a lavorare. Riesci ad essere te stesso quando rientri a casa o sei ancora la personalità che hai assunto quando lavori? (anche in questo caso immaginatemi che mangiucchio un pezzo d’ananas, meditabondo, mentre vi pongo questa domanda). Secondo me, a spanne, molti pensano: “certo, io rientro a casa e sono esattamente quello che ero prima…”. Poi, se fanno un breve esame di coscienza, nessuno può dirsi immune dall’effetto stordente che ha il lavoro sulla tua personalità. Su quello che sei. La pressa emotiva che ti ha schiacciato per interessi esterni.
“A me non succederà mai?” Si, bravo. Babbo Natale ti sta aspettando insieme ai Puffi. Vai da quella parte. Io intanto carico il fucile a pallettoni e ti sopprimo prima che incominci a soffrire. Ma rido nel mentre. Senza risata non è bello. Non è umano.
Quando rientri a casa ti porti dietro tutto quello che è successo al lavoro… e vai te a dire che lo scarichi facendo chilometri a piedi, corsa, palestra, raccogliere figurine (mettete voi un hobby a piacere). Siete/siamo il sottoprodotto lavorativo. Lo scarto smangiucchiato di una macchina molto più grande del singolo, per quanto questo si senta estremamente importante. Indispensabile.
Indispensabile. Che bella parola. Inutile. Nessuno è indispensabile. Infatti non hanno creato un lavoro con scritto il tuo nome, ma una posizione che vai ad occupare (anche se sei un libero professionista) e questo è il sinonimo del fatto che, in effetti, sei solo il contenuto. E non il contenitore. Vedi te.
Tutti questi motivi mi spingono a dire che non è possibile dire che l’io, quello profondo, sia esattamente uguale a quello che era quando si è piccoli. Troppi colpi, troppe mutazioni, intervengono a storpiare quanto eri per cambiarti in quello che sei.
Didn’t Know Yet What I Know When I Was Bleeding. Vero, no? Direi di sì.
Valori base? Certo, ne abbiamo tutti. Quelle fondamenta da cui nessuno si stacca o si vuole staccare. Per me la lealtà è il metro di paragone della mia vita, si sente tuonare. Per me l’amicizia è il valore più importante, si sente urlare a gran voce. Per me l’amore è il fondamento, si sente commentare nei corridoi. E via dicendo.
Tutte cose che, in linea generale, possiamo anche condividere… se non fosse per quel piccolo tarlo che mi rode nel retro del mio cervello. Quanto si sono dilatate, nel tempo, le nostre scale di valori? Quanto siamo diventati permissivi con gli altri per giustificare il nostro stesso comportamento?

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68 Replies to “L’io innocente”

  1. Sire, la prossima volta che qualcuno ti fa una domanda del genere, tu rispondi: “No grazie, non mi serve niente, ripassi la prossima volta”. La gente che vuole capire, indagare il nucleo, avvicinarsi alla profondità LASCIALA PERDERE!

    Cmq per questo bellissimo post avrei una risposta lunga, tanto lunga, troppo lunga e, soprattutto, tanto, troppo, personale. Del mio personale e del personale di “qualcun’altro” e, onestamente, ritengo che certi “personali” non facciano parte del settore “cazzi altrui”, detto alla francese. Quindi mi riservo la lungaggine per l’altrove.

    Se scrivo che ti voglio bene, suona troppo schifosamente dolciastro?

    1. Volevo rispondere che la Grande Enciclopedia l’avevo già in casa, ma mi sembrava brutto dare una risposta secca… ehehe. La prossima volta, giuro, sarò più deciso e risponderò: “piuttosto mi metto il cilicio ad entrambe le gambe e vado a giocare a squash!” ahahahahahahaha.

      Tornando seri.
      Immagino che sia una risposta lunga, come sono convinto che sia articolata. Per questo motivo io sonderò l’altrove e la troverò le domande di cui ho bisogno per abbinare le risposte che ho già dato.
      Forse ho sbagliato a scrivere? Non lo so.
      A volte si hanno più risposte che domande, non credi? Non succede spesso, ma qualche volta…

      Ad altrove allora.

      Direi che suona come un marshmellow intinto nello sciroppo d’acero. Te lo passo unicamente perché è lunedì, Regina del TucaTuca.
      E perché sono talmente gonfio di arrogante bellezza che sembro un piccione al parco in attesa delle tortore in arrivo ahahahahaah
      *questo lo aggiungo per rilasciare un siero di cazzonaggine dopo un post impegnatissimo*

  2. Eppure…. eppure quando torno a casa e chiudo la porta alle mie spalle, quando la casa è vissuta solo da me e dai miei amori pelosi, io la sento, quella bambina che torna, risale in superficie. Io ho memoria dei miei pensieri da bambina e in quei momenti i pensieri son gli stessi.

    Credo che il giorno che non sentirò più quei pensieri io sarò morta, anche se io mio corpo sarà vivo.

    1. Tu riesci a sentire questo? E sei sicura, ma al 100% (ed è questa la domanda che mi è stata posta) che siano realmente i tuoi pensieri da bambina o sono delle rappresentazioni dei pensieri da bambina?
      Il discorso è affascinante… perché non si sa se la memoria muta anche questa parte per renderla più accettabile? piacevole?

      Logicamente voglio sentirmi vivo anche io… 🙂 ehehe

      1. Si sono sicura al cento pe ciento 🙂

        non so dirti le parole esatte, ma so che la sensazione e il “pensiero” era lo stesso. Non su tutto chiaramente.
        Le emozioni la fanno da grande chiaramente.

        Il mio integralismo, il mio senso di giustizia (che a volte la parte adulta piega alla volontà) vengono proprio da lì.

      2. Ecco, questo mi piace. La spiegazione puntuale, informata, motivata.
        Non sono un criticone a prescindere, anzi.. eheh.
        Perciò ci sono dei punti che trovi, saldi come la roccia, da quando eri piccola. Bene! Questo è bello.

  3. già, quando si hanno più risposte che domande è un macello: in genere, per riequilibrare il tutto, è necessario prendere un attimo le distanze e guardare le cose che ci coinvolgono (troppo) dall’esterno. o almeno provarci.

  4. Amicicio mi prendi sotto esame (psicologia dello sviluppo)e quindi potrei pure scrivere una tesi i questo momento! Dico solo una cosa:sopravvaluti l’innocenza del bambino!

    1. No no, so benissimo che il bambino è pestifero eheheh.
      Solo che bisogna cercare un momento “più puro” e io (o, almeno, chi mi ha fatto questa domanda) l’ho messo la.
      Ecco… semplice semplice. Difficile difficile! 🙂

      1. Ok ok, guarda che lo dico in giro che vuoi la donna matura… (so già, lo so, che c’è lo sguardo felino e sogghignante di qualcuno che, leggendo questo, passerà la lingua sui canini sguainati e mirerà alla giugulare).

        Beh, meglio anche i capretti eh. Bboni per il pranzo, ma poi? 😀 eheheheeh

      2. La mia unica donna è Madre, lei lo sa u.u

        Poi? Braciole, salsiccette e verdure grigliate. Con un po’ di birra il banchetto divino è assicurato! ;D

      3. Ecco, non volevo scatenarla… eheheheheh…

        Già, anche perché, maledizione a te, mi hai appena fatto salire una fame da lupo della steppa che ti raccomando.

  5. Hai capito Zeus che post heideggeriano che t’ha tirato fuori! niente po po di meno che una riflessione sulla verganglichkeit e sul recupero della purezza del das Kind…me cojoni! Ops, volevo dire, mi complimento con lei (e comunque occhio che i bambini sanno essere dei gran fetentoni peggio degli adulti!)

    1. Fortuna che hai aggiunto il me cojoni e la spiegazione finale… se no mi sarei anche arrabbiato pensando di essere insultato! ahahahaha.
      So benissimo che i bambini sono pestiferi e demoniaci, ma bisogna cercare un punto di partenza, un momento di “purezza” no? E la persona che mi ha fatto questa domanda, Giacani, mi ha chiesto proprio questo. Se c’era ancora l’innocenza del bambino… quella purezza… ecco.

      Grazie per i complimenti! Veramente.

    1. Ahahaha!
      Io ho sempre parteggiato per Kierkegaard… aveva talento…

      Ciò di cui ho veramente bisogno è di chiarire nella mia mente ciò che devo fare, non ciò che devo conoscere, pur considerando che il conoscere deve precedere ogni azione. La cosa importante è capire a che cosa sono destinato, scorgere ciò che la Divinità vuole che io faccia; il punto è trovare la verità che è vera per me, trovare l’idea per la quale sono pronto a vivere e a morire.
      (cit.)

      1. Dici che devo puntare sul trip assoluto? A me piaceva Er Kierke… l’avrei messo insieme al Buffalo e gente simile eheh.
        Ok ok, devo rispolverare anche Heidegger… probabilmente ho coperto il nome con qualche scarabocchio mentre lo spiegavano.
        Ti dico solo: Penitenziagite.

  6. Il punto è che siamo costantemente in continuo cambiamento. L’illusione del “nucleo” serve, secondo me, semplicemente a non impazzire, a convincerci che, da qualche parte lin go la nostra vita, ci sia una continuità. E invece si naviga a vista confidando in Poseidone (mi spiace Zeus, ma lui ha le sirene gnocche).

    1. Perciò, caro mio, tu pensi che non ci sia il nucleo fisso? Il core che ti porti dietro da bambino?
      Ed in secondo luogo, cosa ne pensi delle ultime due domande? Perché la c’è la questione scottante, la griglia sotto le chiappe…
      Quanto ci perdoniamo agli altri per poi auto-assolverci senza problemi in un secondo momento?

      1. Nessun core fisso, no. E proprio perchè il nostro è uno sviluppo continuo, terminatà l’età dell'”innocenza” comprendiamo come la realtà ed i valori siano -fortunatamente, secondo me- continuamente negoziabili e negoziati, stabiliti di comune accordo, una “realtà condivisa” che si adatta a noi come agli altri. Siamo più indulgenti con noi stessi per poter vivere.

      2. Interessante punto di vista. Soprattutto la parte del tutto è negoziabile. Non molti lo dicono apertamente.
        Qua c’è materiale su cui lavorare, ti porterò sul lato oscuro.
        Siamo più indulgenti con noi stessi per poter vivere? Sicuro? Molti si puniscono in maniera esagerata per poter vivere o, almeno, così credono (sia chiaro).

  7. Sua immortalità di bellezza struggente, il nucleo innocente esiste prima e dopo che la bimbitudine se ne è ita lasciandoci a combattere con l’età adulta. Intoccabile ed inattaccabile. Persino da noi, perché l’innocenza è nessuna difesa di fronte alla passion pura.
    Qualora volessimo rischiare la vita e la reputazione, mettendo in discussione le nostre certezze e la posizione acquisita in anni e anni di ulcere e rinunce, voilà! Ecco lo stupore di lasciare che il tempo dilati i battiti del nostro cuore e ci metta in mezzo ad una strada, davanti ad un incrocio sconosciuto, in cima ad un albero o sul tetto del mondo. A guardare la meraviglia, e sentirsi parte di essa.

    1. Interessante punto di vista, Sua Miciosa Serenità!
      Perciò l’innocenza c’è, sempre, si può ritrovare. Stupendosi con scelte di puro ardimento? Di pura improvvisazione? Ho capito bene o, come mio solito, ho preso i classici fischi per fiaschi?
      Ognuno ha il suo punto di vista su questo argomento, mi piace. Forse il mio è drastico, non lo so…

      1. Ha naturalmente colto il nocciolo, Sua Attraente Altitudine. L’innocenza sta nell’istinto, mentre noi ci muoviamo per calcolo. Innocenza significa non mettere filtri e rischiare l’ustione.

      2. Innocenza significa rimettersi all’istinto più puro. Senza filtrarlo con il cervello, con il calcolo.
        Non sono in molti che dicono questo, io per primo, e penso che sarà materia di meditazione Sua Miciosa Sovrana.
        Sarà materia di riflessione.

  8. Non siamo nemmeno la persona che eravamo ieri. Probabilmente qualche frammento del bambino lo abbiamo ancora ( chi più chi meno) ma tutto si trasforma. Le persone che incontriamo, il lavoro che facciamo, i viaggi che intraprendiamo, le letture che assaporiamo tutto contribuisce a fare di noi quotidianamente delle persone diverse. Per quanto riguarda l’ultima frase invece ti rispondo: diventi permissivo con gli altri tanto quanto hai bisogno giustificare le tue azioni.
    Ma se devi giustificare qualcosa allora forse non è la strada giusta!

    1. Diciamo allora che vediamo le cose abbastanza simili Hara (se interpreto bene il tuo pensiero).
      Anche secondo me ampliamo il giudizio sugli altri per poter giustificare, senza problemi, le nostre azioni… se no ci reputeremmo degli ipocriti.
      Il tuo ultimo pensiero è condivisibile: se bisogna giustificarsi non è la strada giusta da percorrere…

      1. Sì, sì, mi regali degli intensissimi trip mentali 😉
        Alla fine è vero quel che dici tu: il bambino che è in noi invecchia con la vita e col lavoro, con la sensazione di assoluta fragilità e inutilità che la morte ci lascia, con la consapevolezza di non essere nulla per la maggior parte delle persone, e meno d’un numero per la società. Eppure non lo so, io non ci riesco ad essere così negativa, il mio lato illuso e idealista continua a credere e a sperare che ci saranno sempre momenti in cui ci si sente esattamente come allora. Magari proprio quando a riportarci nel mondo più spontaneo è la mano-guida di un bambino ancora tale, magari con l’età che avanza e la testa che parte…mi piace crederci che la bimba coi riccioli sia ancora lì, seduta tra le storie finite male e le delusioni, pronta a rialzarsi in piedi e a calciare via tutto. Anche solo per un istante.

      2. Ho capito il tuo discorso (o, come sempre, almeno credo). Hai un punto di vista similare a quello espresso ma, dentro di te, c’è ancora qualcosa che ti dice che c’è l’anima pura di quando eri bambina, una condizione a cui puoi tornare.
        Allora la domanda che ti pongo è: come, secondo te, puoi tornare a quella dimensione? 🙂 Eheh

      3. Scusa se ci ho messo un’eternità a rispondere, stamattina ero impegnata con un esame.
        Io penso che si possa tornare al bambino, o almeno accostarsi ad esso, nel momento in cui si tralasciano tutti quegli obblighi e quelle impostazioni a cui dobbiamo sottostare ogni giorno. Mi spiego meglio, hai presente quando sei in compagnia di una persona di fronte alla quale senti di potere tutto, senti di poterti abbandonare completamente al lato più “stupido”, “folle”, innocente? O, ancora meglio, ti è mai capitato di giocare con un bambino, dando veramente tutto te stesso alla fantasia? Ecco, in quei piccoli momenti lì. Quando ridi e non sai perché, quando piangi senza ritengo e senza timore…

      4. Scusa me per la risposta in ritardo pauroso!! Guarda, prova a leggerti quello che ha scritto un’altra blogger, Bakaneko, secondo me trovi alcuni punti di contatto con quello che hai appena scritto.
        Cosa ne pensi delle ultime due domande? Che opinione hai? 🙂

      5. Sarà fatto 🙂 ormai di te mi fido 😉
        Riguardo alle due domande finali, io personalmente non sento particolarmente dilatate le mie scale di valori. Penso che uno dei fattori fondamentali che oggi ci spinge a rivalutare le nostre aspettative e le nostre necessità, sia la paura della solitudine. E’ una paura che abbiamo tutti, io compresa. Eppure no, non ho ridimensionato niente per adesso. Si dice che la nostra società non sappia più creare veri rapporti tra le persone, eppure io non mi adeguo a ciò che i più mi offrono. Io sono (ormai l’hai capito) l’illusa che lotta e crede fermamente in qualcosa. Io pretendo l’amicizia vera e l’amore vero. E preferisco poche esperienze ma totalizzanti, preferisco poche persone ma essenziali.
        In questo senso quindi no, non posso assolutamente definirmi permissiva. Certo, voler bene significa scendere a patti, ma sono stata cresciuta con l’idea che la prima persona che devo amare sono io, con l’idea che di veramente veramente necessaria a me stessa ci sono solamente io. E con questo criterio sono andata avanti fino ad oggi: ho concesso quel che l’amore e l’affetto mi spingevano a concedere, ho perdonato chi meritava, ho capito chi capiva me, poi però, per importanti che fossero le persone, se ne andava del mio essere, del mio onore (passami il termine alla Soprano), chiudevo. Ho perso persone importantissime, per questo (per una in particolare ancora soffro), ma l’ho fatto per salvare me, e quindi non posso dirmi pentita. Ero su un baratro, completamente sporta nel vuoto per quella persona, ma nel momento in cui ho visto che lei non puntava i piedi per risalire, ho preferito risollevare solo il mio peso. Chiuso l’excursus metaforico, in sostanza ritengo ci siano cose alle quali si deve cedere e concedere, e altre che non possono essere permesse mai. E sono quelle che intaccano noi, nel profondo intendo, quelle che ledono libertà e serenità.

  9. Mi piace condividere con te un passo di Lermontov:

    “Nell’allontanarsi dalle convenzioni sociali e nell’avvicinarsi alla natura si torna senza volere bambini: l’anima si spoglia di tutto quanto ha acquisito e torna com’era stata un tempo e come probabilmente tornerà a essere in un giorno futuro”. (Un eroe del nostro tempo – M. J. Lermontov)

    Vedi, credo sia qui il nocciolo della questione. Siamo strati che si accumulano, veniamo forgiati, erosi, ricostruiti da l’unico agente che ha effetto sull’animo umano: l’esperienza.

    Ma questi strati non sono blocchi granitici. Credo, sfogliando sfogliando, si possa rintracciare quel nucleo originario.

    1. Mamma mia che Homini e Domne di alta caratura.. Si deve volare alto, o non volare affatto.. Intenso piacere uranico. poi ripasso e torno con Herr Jung 😉 e con la nemesi di sabato..

    2. Hola Gin!
      Grazie per la citazione, direi che è molto bella. Mi ha colpito questa cosa del ritorno alla natura (un concetto, la natura, che mi è personalmente caro).
      Perciò non posso che guardare con soddisfazione questo commento.
      Sulla stratificazione delle esperienze direi che è sicuro… non ci possono essere dubbi su questo. Però, e questo è un pensiero che faccio, se stratifichiamo continuamente, queste esperienze non andranno a modificare il nucleo base? Come ogni oggetto sottoposto a pressione, non cambia anch’esso? Anche se minimamente…
      Come vedi, e mi dispiace Gin, vago nella prateria delle “troppe domande” e delle “troppe risposte” eheh

      1. Su questo alzo le mani (su me stesso, per picchiarmi ahahah), ci vorrebbe supporto di psicologi per chiarire la cosa.

        Per come la vedo io, per me sull’agire cosciente è innegabile l’influenza di tale esperienze. Ma l’inconscio, secondo me, conserva un filo diretto con quel nucleo originario, come se fosse un filamento di dna con scritto un codice immutabile

      2. Certamente mica siamo impermeabili. Siamo a strati.. e dobbiamo mettere filtri.. ma dobbiamo savaguardarci! Le risposte arrivano.. basta attendere.. 😉

    3. ora uno che mi cita Lermontov non merita la nostra stima incondizionata ? che gatti meravigliosi abbiamo qui e rendiamo grazie a Zeus, as usual, brother in doom .

  10. Questo nucleo puro e intonso è solo stratificato da anni e anni di esperienze.
    Esistono attimi in cui si può tornare a sentire vivo e pulsante quel nucleo.
    E la maturità serve solo a poter esprimere al meglio la nostra vera essenza, che pulsa e preme da dentro.
    Per me è così.
    Da adulti abbiamo più strumenti e possibilità di espressione.
    Che un bambino non ha.
    Si perderà in innocenza, ma ci si guadagna in comprensione.

  11. Sostanzialmente credo tu abbia ragione. La crescita comporta cambiamenti e il lavoro spesso ci porta fuori dalla nostra natura. Si perde l’innocenza e si diventa meschini. Anche se nemmeno i bambini sono poi così innocenti. Mi capita di sentirli dire cose terribili tra di loro come di sentirli intuire una profondità sconosciuta agli adulti. Personalmente credo che tutti nascano con un nucleo positivo che viene messo alla prova dal primo giorno di vita fino all’ultimo. Sta alle persone accantonarlo o coltivarlo nelle contraddizioni e nelle difficoltà delle circostanze.
    Siamo abituati ad attribuire le caratteristiche alle persone e difficilmente riflettiamo su quanto le circostanze possano influire su quelle stesse caratteristiche visibili. Del tipo: se mi trovo in mezzo a delle carogne non è normale che diventi carogna anche io per non soccombere? Questo fa di me una carogna? E se invece non fossi in mezzo a delle carogne come mi comporterei?

    1. Jeremy, scusami per la risposta in ritardo… ma ultimamente è un periodo alquanto da bombe e trincea.
      Comunque non darmi per morto e ti rispondo adesso. I bambini sono delle carogne, questo non c’è dubbio… hanno delle malignità enormi e delle profonde bontà, degli estremi che non sono equilibrati perché, al momento, non ancora formati definitivamente. Non ancora, se mi posso lanciare in pensieri a braccio, modellati, strutturati sulla personalità che andranno ad adottare poi.
      Perciò tu percepisci un nucleo puro, coltivabile (come anche sempre in procinto di caducità), che è messo sotto pressione dall’esterno. Interessante. Sicuramente c’è del vero per quanto riguarda l’enorme pressione che mette l’esterno su di noi… ma anche la stessa pressione che ci mettiamo addosso noi stessi. Penso che sia anche questa una fonte di cambiamento enorme.
      Bella domanda l’ultima, soprattutto perché fa rientrare anche la relatività… 🙂

      1. Ci mancherebbe solo che tu non possa rispondermi quando cavolo ti pare.. 🙂
        Tranquillo, ti do solo per impegnato con cose più importanti, come è giusto che sia, in fin dei conti stai nell’olimpo no? 😉
        In realtà non so se lo percepisco concretamente ma mi piace pensare che ci sia. In fin dei conti l’essere umano è il relativismo per antonomasia. Sulle persone non esistono giudizi oggettivi ma punti di vista, anche in casi che normalmente sarebbero fuori discussione. Se senti le interviste ai famigliari di famosi massacratori c’è da rimanere allibiti perché si sentono delle tali descrizioni da indurre a pensare che stiano parlando di un’altra persona. Mengele per primo venne definito dalla sua compagna brasiliana come “un amante gentile e premuroso”. Questo non lo rende meno deprecabile, ma credo che apra interessanti spunti sulle mille facce della natura umana.
        In generale preferisco credere che del buono ci sia anche di fronte ai mille orrori di cui siamo capaci e che rappresentano un’evidenza in perfetta contraddizione di quello che penso.

  12. Ti cito : ” Per me l’amicizia è il valore più importante, si sente urlare a gran voce. Per me l’amore è il fondamento, si sente commentare nei corridoi. E via dicendo.
    Tutte cose che, in linea generale, possiamo anche condividere… se non fosse per quel piccolo tarlo che mi rode nel retro del mio cervello. Quanto si sono dilatate, nel tempo, le nostre scale di valori? Quanto siamo diventati permissivi con gli altri per giustificare il nostro stesso comportamento?”

    Se la coerenza è delle pietre, caro Zeus altitonante, io sono un bell’ esemplare di roccia: con tutte le conseguenze del caso. Applico a me e agli altri lo stesso metro di giudizio, non me la racconto e vado al nocciolo dei conflitti o delle ambiguità, non mi vendo al miglior offerente e non mi prostituisco, OFFRO A TUTTI LA MEDESIMA FACCIA. Certo per vivere in un contesto come il nostro mette a dura prova sensibilità e purezza.. Quindi UN MINIMO dobbiamo adeguarci.. Ma NON SNATURARCI O TRADIRE NOI STESSI.
    Per cosa poi?
    Non fa per me. E il fato mi dà ragione.. ( come si può leggere.. di là.. ;)) . Jung lo porto un’ altra volta. Sono di corsa.. un abbraccio dalla Toscana.

Si!?

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