School of Rock – Black Sabbath (The Ozzy Era)

Come si può descrivere la storia di una delle band più longeve e prolifiche dagli anni 60 ad oggi? Come si fa a non lasciarsi sopraffare dal rispetto, dall’ammirazione, dal peso storico e riportare i fatti come sono? Dati puri e semplici, anche in maniera critica visto che questo, seppur difficile, è il compito di chi vuole parlare di musica e lo cerca di fare in maniera obiettiva.
Le fondamenta della band si possono rintracciare nel 1968, quando quattro ragazzi inglesi, di Birmingham per la precisione, si sono uniti per formare una band di hard blues con tinte jazz e rock: gli Earth. I quattro protagonisti non sono altro che Tony Iommi –  chitarrista e compositore principale, Ozzy Osbourne – cantante, Geezer Butler – bassista e songwriter- e Bill Ward – batterista-. Nel periodo fra la fine degli Earth e la nascita dei Black Sabbath trovano spazio innumerevoli date live, un EP registrato e, soprattutto, l’abbandono di Iommi per raggiungere i Jethro Tull come chitarrista.
L’esperienza con Ian Anderson, però, non durò molto. Iommi voleva una band tutta sua ed era alla ricerca di un suo suono. Nonostante una permanenza molto breve, il baffuto chitarrista ha partecipato alla registrazione del live Rock’n’Roll Circus (con gente del calibro dei Rolling Stones, alcuni Beatles etc).
Facendo un salto di un anno andiamo a finire nel 1969, il quale segna la nascita dei Black Sabbath. Il nome venne in mente a Geezer Butler guardando il cinema di fronte alla loro sala prove. La locandina riportava il film della serata: Black Sabbath/I Tre Volti della Paura di Mario Bava (con Boris Karloff come attore principale). “Se la gente paga per andare al cinema per essere spaventata, perché non si può creare musica “spaventosa”? Questo è il pensiero di Iommi e l’ha perseguito fedelmente per molti anni a seguire.
Evito di entrare nello specifico della storia personale e le vicende dei membri dei Sabbath in quanto un solo post non basterebbe; il mio scopo è quello di fornire una panoramica sulla formazione originale dei Black Sabbath – quella con Iommi, Ozzy, Geezer e Ward.
Il periodo considerato si può definire fra il 1969 ed il 1979, anche se poi ci sono delle reunion estemporanee per concerti nel corso degli anni 80 (il famoso e totalmente inutile Live Aid) e poi i live tenutisi negli anni 90 (con conseguente disco dal vivo – Reunion – di cui parlerò a tempo debito). L’ultima versione dei Black Sabbath con Ozzy alla voce, quella che ha visto nel 2013 il loro ritorno in studio dopo decenni di separazione, non la considero come Black Sabbath originali perché Bill Ward non è della partita.
Per questo motivo lo spettro si riduce al decennio fra il 1969 ed il 1979.
Nel corso di questo ampio periodo di tempo i quattro di Birmingham hanno creato delle pagine immortali della musica. Come fare a determinare se una band è fondamentale? A mio modesto parere è quando non segue nessuno, precede il trend, crea un suono personale e, seppur si riscontrano elementi conosciuti, non può essere paragonato a nessuno dei suoi genitori.
I Black Sabbath hanno cambiato il corso della musica con le prime note del primo disco (omonimo) e hanno creato un intero genere musicale con i 4-5 dischi successivi.
Black Sabbath, uscito il 13 febbraio 1970, è il disco d’esordio della band. Un LP radicato nella tradizione hard blues e influenzato sia dal jazz che dal folk; elementi, questi, che caratterizzeranno il sound sabbathiano degli esordi. La band entra in studio preparata e pronta a mettere su pista l’intero disco, in quanto tutto il repertorio era già stato suonato dal vivo innumerevoli volte sia come Earth sia come Black Sabbath. Pochissimi giorni per registrare il disco, un budget ridicolo anche per l’epoca ed il risultato è un LP d’esordio da scorticarsi le mani in applausi. Le tematiche para-cristiane, occulte o letterarie (vedi il Tolkien che ispira The Wizard) fanno da contraltare ai primi vagiti del doom (Black Sabbath ed il suo tritono o “intervallo del diavolo”), i blues lenti e le divagazioni jazzate della parte finale del disco. Se dobbiamo cercare un primo fondamento del suono sabbathiano lo troviamo proprio in questo disco. L’immagine dell band, con foto spettrali in copertina, croci rovescie dentro e canzoni in cui il diavolo è protagonista, aumenta le dicerie, infondate, sul loro essere satanisti (i Black Widow, con cui venivano spesso confusi sono tutt’altra cosa e manifestamente satanisti/occulti).
Nello stesso anno la band rientra in studio per registrare il secondo disco. Provvisoriamente chiamato War Pigs, il secondo LP verrà intitolato Paranoid dalla casa discografica in seguito al successo della canzone omonima. La cover art, però, rimane ancora quella dei porci di guerra, creando una certa schizofrenia fra titolo del disco ed immagini. L’album è una naturale evoluzione del primo disco: l’hard blues ed il rock rimangono ben presenti ed anche il feeling jazz fornito dal modo di suonare di Ward, ma viene aumentato la pesantezza media del disco e depurato dai toni folk. I suoni sono molto più metallici e claustrofobici ed i testi spostano il loro focus dal soprannaturale alla guerra, alla critica sociale ed al malessere della società/l’alienazione delle persone. Dalla prima traccia, War Pigs – pezzo forte di ogni concerto -, all’ultimo brano del disco (Fairies Wear Boots) le liriche, scritte dal bassista Geezer Butler, risultano ficcanti e talmente moderne da essere valide ancora adesso. La canzone più famosa del lotto, Paranoid appunto, è stata registrata in studio nell’arco di 30 minuti come riempitivo del disco. Anche per questo LP, gran parte delle tracce erano già state eseguite diverse volte dal vivo.
Quello che di certo non si può dire dei quattro di Birmingham è che gli piaccia rimanere con le mani in mano. Sotto la guida di Tony Iommi, leader silenzioso e compositore principale (tutti i brani partono da un suo riff di chitarra o da sue idee), la band accentua notevolmente il carico di ogni singolo brano e porta a compimento l’evoluzione del doom con il terzo disco in due anni: Master of Reality. La critica attuale si divide nel ritenerlo un capolavoro tout-court o un segno di staticità compositiva. Cerco di spiegare meglio entrambe le posizioni.
Nel 1971 i Sabbath entrano in studio consci di potersi permettere di creare un disco pesantissimo ed uscirne indenni. Master of Reality, con i suoi brani oscuri, molto groovy e dall’attitudine che va dalla critica sociale alla religione/alienazione, è un LP che ha di suo un carattere abbastanza uniforme e questo si ritrova nella pesantezza media dei brani. Per pesantezza, ovvio, si intende il groove massiccio, il riffing secco doppiato dal basso ed il tutto supportato da una batteria dall’accentuato piglio jazz: questi elementi contribuiscono a creare un trademark del suono dei Black Sabbath. La critica di staticità, se di male si può parlare, deriva unicamente dal presentare meno varietà stilistica rispetto ai dischi precedenti. Dove in Paranoid e Black Sabbath le varie sfumature del sound Sabbathiano emergevano nettamente, in Master of Reality queste vengono rimpiazzate da un suono più doom e roccioso.
L’attitudine stakanovista della band, nonostante una routine disco-tour impressionante, non accenna a diminuire di intensità.
Per il quarto disco in studio, Vol. 4, i Black Sabbath decidono di spostarsi a registrare in America. Questo trasferimento porta all’aumento di party sfrenati (già prima non disdegnavano alcool ed erba, in America la cocaina diventa ben presto una portata principale del menù giornaliero) e delle prime difficoltà nella registrazione del disco. Non ci sono segni di cedimento, però, nella proposta di Iommi&Co. La qualità media delle canzoni è altissima e si incominciano ad intravvedere numerose nuove influenze nel songwriting del mainman: dal doom pesantissimo di Cornucopia e Under The Sun alle influenze caraibiche della parte centrale di Supernaut, dalla psichedelia di Wheels of Confusion al tentativo di ricreare una canzone alla Paranoid di Tomorrow’s Dream, il baffuto chitarrista da sfoggio di varietà e curiosità musicale.
Altro marcato segno di differenza rispetto al passato sono i testi di Geezer Butler. In Vol.4 il tono cambia, diminuendo la critica sociale per tematiche rivolte all’alienazione, ai problemi personali, alla religione. La droga, la polvere bianca che circolava in quantità industriali negli appartamenti della band, diventa un tema cardine tanto da essere ringraziata pubblicamente sulla cover art dell’album!
La band, uscito il disco, ritorna on the road sfiancandosi in tour estenuanti e vissuti al massimo. Lo stile di vita dissoluto del quadrienno 1968 – 1972 non tarda a farsi sentire. La band incomincia a vacillare pericolosamente sotto gli effetti delle sbornie, della droga e tutto l’hype intorno a loro. Nonostante questo, però, il vero problema della band è l’incapacità di emanciparsi dall’input di Iommi. Tutti le idee provengono da Tony e poi la band si mette a lavorare confezionando il brano, senza il suo contributo, i Black Sabbath sono fermi al palo.
Nel corso del 1972-1973 il chitarrista inglese incontra il suo primo, grave, problema di blocco creativo. Al momento di entrare in studio per registrare il successore di Vol. 4, il mainman non riesce a trovare la quadratura del cerchio. La band, stordita da massicce dosi di alcool e droghe, non fa niente per alleggerire il peso sulle spalle del baffuto chitarrista. Questa situazione esaspera Iommi che decide di ritornare nella sua Inghilterra per cercare di trovare l’ispirazione.
In queste condizioni nasce, nel novembre 1973, Sabbath Bloody Sabbath. Il disco è aperto dal riffing perfetto della title-track (che da anche nome al disco) che introduce un disco che bilancia in maniera equilibrata tradizione (i riff pesanti, i ritmi lenti e tutto il buono della suono dei Black Sabbath) ed innovazione (le prime reali sperimentazioni fornite dal piano e dai sintetizzatori di Rick Wakeman degli Yes). Il mix è efficace e struttura un LP che si può approcciare in molteplici modi: applaudendo il lavoro in sede di riff di Iommi (ogni canzone contiene riff che trequarti delle band odierne si sognano di comporre) o notando l’introduzione di elementi progressive. I temi trattati da Geezer sono ancora incentrati su droga, problemi personali ma vanno anche a toccare ambiti molto sofisticati come la biogenetica. Nel disco è ricompresa anche Who Are You? freddissimo e glaciale inno all’alienazione.
Dopo i tour a supporto del disco, la band, per la prima volta da anni a questa parte, ferma la routine compositiva. Dopo la media incredibile di 5 dischi in tre anni, la band prende un bienno sabbatico (scusate il gioco di parole) e non registra niente fino al 1975. Il biennio di pausa, comunque, è funestato da problemi di soldi e con il management. Le difficoltà del periodo (i Black Sabbath passano più tempo nelle aule di tribunale che sui palchi o a comporre) rendono difficile la registrazione del disco, questo LP verrà intitolato Sabotage proprio in onore della situazione turbolenta del periodo. Sabotage è un disco diverso dai precedenti ma non per questo disprezzabile: spesso viene indicato come una gemma minore rispetto ai 5 dischi che lo precedettero. Il sound è marcatamente heavy (ci sono i prodromi del thrash metal in Symptom of the Universe o del metal in Hole in The Sky) e c’è un aumento delle parti orchestrate (Megalomania, Supertzar, The Writ). Nonostante una scaletta schizofrenica ed alcuni brani diversi dallo standard sabbathiano, Sabotage rimane un grande disco spesso sottovalutato dalla critica.
L’anno dopo la band rientra in studio e registra il successore di Sabotage: Tecnical Ecstasy. Questo ultimo periodo della band è ampiamente dibattuto e mi ha sempre lasciato più freddo rispetto agli anni precedenti. Tecnical Ecstasy è un disco particolare: le composizioni perdono molto del loro feeling doom&gloom ed acquistano un più marcato accento rock e progressive. Unicamente una canzone, Dirty Women, è sopravvissuta al tempo ed è stata riproposta dal vivo anche in tempi recenti. Ci sono molti dibattiti sulla qualità delle canzoni (molti amano questo disco e vedono un nuovo, ed aumentato, livello di creatività di Iommi, capace di osare in ambiti che gli sono propri ma che non aveva mai sperimentato appieno) ma è innegabile che lo Sabbath-style sia sempre presente, anche se mascherato, o ammorbidito dipende da chi commenta, da influenze diverse da quelle che avevano fondato il sound della band anni prima.
L’ultimo disco uscito con la formazione originale è Never Say Die!.
Il disco, uscito nel 1978, è l’ultimo vagito in studio del quartetto Iommi-Butler-Osbourne-Ward. La band entra in studio dipendendo fortemente dalla vena creativa del proprio leader e, oltre a questo, si ritrova anche Bill Ward debilitato dall’abuso di alcool. Il vero problema della band, però, risiede tutto nel suo singer. Ozzy è al limite della rottura a causa dei problemi familiari (la canzone Junoir’s Eyes è dedicata a suo padre, scomparso da poco) e dalla dipendenza da droga ed alcool. La situazione disastrosa in cui si trovava, aveva spinto Ozzy ad uscire dalla band nell’anno precedente per poi rientrare in tempo per la registrazione del disco. La condizione di forma della band è molto traballante ed anche la qualità media delle canzoni non è eccezionale (per quanto si possa sempre definire sufficientemente buona), ma manca la cattiveria di sempre. I problemi di Ozzy si sentono anche a livello di vocals ed anche Iommi, pur confezionando riff e composizioni di buon livello, non trova sempre il colpo vincente per uscire dalle secche di una situazione che sta tarpando le ali alla band. A tutto questo si aggiunge anche l’insoddisfazione di Ozzy per la strada intrapresa dalla band: dove Iommi voleva osare di più nel campo progressive ed in studio (con sovraincisioni e altre diavolerie da studio), il singer voleva ritornare alla semplicità delle composizioni di Master of Reality. La forbice fra le due posizioni continua ad aumentare, ma viene indetto un tour celebrativo dei 10 anni della band – il Never Say Die! tour (di supporto una giovane band americana: i Van Halen).
Il tour a supporto di Never Say Die! è spesso disastroso: la band da l’impressione di aver perso la bussola e sembra essere stanca. I concerti americani, con il pubblico a favore dei giovani Van Halen, vedono Eddie&Co. battere gli sforzi dei più maturi e rodati Sabbath. Questa situazione rende insofferenti i membri della band inglese anche se, per un breve periodo nella tranche europea del tour, sembra ritrovare lo smalto perduto.
In seguito ad un tentativo abortito di registrazione di un nuovo disco (alcune canzoni finiranno poi in Heaven and Hell) e l’incapacità di sanare i contrasti fra Iommi ed il singer – in condizioni oggettivamente pietose-, nel 1979 Iommi decide di licenziare Ozzy Osbourne e proseguire con un’altro cantante. La comunicazione al singer viene data dal suo amico Bill Ward.
Dopo questo evento gli unici contatti che si sono avuti fra le due band (la Blizzard of Ozz ed i Black Sabbath) sono avvenuti via stampa, con velenose dichiarazioni contro R.J.Dio da parte dello stesso Ozzy. Solo con il live Aid del 1985 c’è stato il tempo per un paio di canzoni live con la formazione originale per poi ritornare nel silenzio fino al periodo No More Tears di Ozzy nel 1990. Dopo la pubblicazione del disco, Ozzy annuncia di lasciare il mondo dello spettacolo (annuncio che ripeterà spesso nel futuro) con un tour mondiale. A questa serie di concerti di commiato vengono invitati anche i Black Sabbath (a quel tempo fronteggiati da Ronnie James Dio) che accettano la proposta del vecchio cantante. R.J.Dio si sente offeso della scelta ed abbandona la band. I concerti vedono una collaborazione estemporanea con Rob Halford (il concerto in Costa Mesa del 1992) e diverse canzoni cantate dalla band in formazione quasi originale.
La prima e vera reunion si registra nel 1997 con il grande concerto alla NEC Arena di Birmingham, che poi porterà al grande tour. Il successo del concerto in questione, e di tutto il tour, è tale che i fan incominciano a sognare una riappacificazione ed un disco in studio della formazione originale. Questo non avverrà mai per diversi motivi. In compenso esce Reunion, un doppio CD live ripreso anche dal vivo, che conteneva due tracce inedite (Psycho Man e Selling My Soul… di cui una aveva persino la drum machine al posto di Bill Ward a causa delle pessime condizioni fisiche del batterista a seguito dell’infarto avvenuto prima della partenza del tour).
Dopo questo tour ne sono seguiti molti altri (anche in occasione dei tour itineranti della Ozzfest), ma non c’è mai stato nessun disco in studio con i quattro di Birmingham. Persino l’ultimo disco, 13, non può essere considerato un vero disco della formazione originale, visto che alla batteria siede il pur bravo batterista dei Rage Against The Machine e non Bill Ward.

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23 pensieri su “School of Rock – Black Sabbath (The Ozzy Era)

      1. Perché no? A parte la cassetta di Madonna… oddio… eheheheh.
        Io penso che vagavo fra Dire Straits, Michael Jackson ed una perversa fascinazione per Pavarotti.
        Ah boh.

  1. Penso sia il post che ti rappresenti meglio, musicalmente parlando. Poco tempo fa ho avuto il piacere di una sintesi di questi contenuti, ricordi? E io fedelmente ho scaricato tutto! Continuo ad ascoltare e, dopo una breve assenza, ritorno e mi vado a leggere i post che mi sono perso. Ciao Zeus!

    1. Ciao Topper!
      Grazie mille per i complimenti. Questa è solo una parte dei post dedicati ai Sabbath.. ne ho in programma altri due/tre almeno… così passo in rassegna tutta la storia della band senza risultare troppo noioso.
      Mi ricordo la nostra chiacchierata! Spero che stai scoprendo un mondo musicale “nuovo” ed interessante… secondo me hanno molto da offrire e, spesso, vengono evitati a causa del nome “strano”.
      Ci leggiamo Topper!!

      1. Io infatti un po’ di pregiudizio lo avevo. Li conoscevo ma non avevo ascoltato il repertorio meno noto che spesso smentisce le prime impressioni. E’ vero, non si può giudicare senza provare!
        Che poi non ho scaricato solo loro…

      2. Il pregiudizio è effettivamente difficile da distruggere. M una volta conosciuti, si scopre che hanno un piglio meno drastico di quello che si è portati a credere.
        I Black Widow, nonostante le sonorità folk, sono molto più satanici dei Sabbath… anzi… sono satanisti dichiarati o, almeno, occultisti…

  2. Mi manca un po’ di vocabolario, ma apprezzo moltissimo la possibilità che offri di inquadrare i Black Sabbath nella realtà. Per me erano qualcosa di misterioso e “proibito” nell’adolescenza per poi ricomparire in versione surrealmente pop con le avventure di Ozzy in TV. A proposito: il nostro qual è fra i bei giovini nella foto? Non riesco proprio a individuarlo.

    1. Sai una cosa? Non capisco perché i tuoi commenti non mi vengono mai mostrati dal lettore… boh…
      Comunque, a parte questo, ti ringrazio per la lettura del post. I Black Sabbath hanno un nome che affascina e “spaventa” (si pensano sempre cose particolari quando li si nomina), ma hanno qualità da vendere.
      Ozzy è ricomparso in TV (anche se non se ne era mai andato dai palchi), sfortunatamente facendo vedere solo la sua anima più da clown… il peggio del suo repertorio.
      Ozzy è l’unico senza barba o baffi! eheheh (quello sulla destra).

      1. Accidenti cosa combina una vita dissoluta!!! :-O
        Anche a me non compaiono sempre commenti e/o notifiche. Non capisco se sono io che non padroneggio le impostazioni di WP oppure se è perché accedo da browser diversi al fisso e al portatile o chissà cos’altro…

      2. Eheeheh! Tieni presente che stiamo parlando di quasi 44 anni fa… perciò il tempo ha preteso il pagamento. E lui non si è tenuto bene.
        Si, strano… non ho idea di come aiutarti sinceramente… anche io uso WP alla buona ehehe

Si!?

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