Il Consiglio degli Dei

“Sono passati troppi anni. Secoli addirittura. Non possiamo più tollerarlo”.
La voce tonante proveniva dalla figura in piedi in fondo alla sala. Le parole giungevano attutite da sotto l’elmo istoriato che gli proteggeva il bel volto squadrato e fiero. Il suono che seguì fu quello di una coppa di metallo che veniva calata con forza sul tavolo.
“Non siamo più disposti ad accettare tutto questo. Siamo stati lasciati in disparte, derisi, visti come piagnucolanti ed irritanti simulacri. Io non ci sto più”. 
L’uomo si colpì il petto facendo rimbombare l’armatura di bronzo decorata con intarsi pregiati. Il suono si propagò nella sala con un boato degno di un tuono divino. I partecipanti al comizio guardarono l’ombra muoversi in avanti, avvicinarsi al braciere incandescente con la mano sinistra posata sulla corta spada di ferro al suo fianco.
“Ci ha portato via il nostro regno. La nostra stessa esistenza. Io la rivoglio in dietro. Adesso! Sono stufo di tergiversare, di rimandare sperando in un futuro diverso, di tornare ad un prima che non potrà più essere. Voglio che sia guerra. Voglio che sia distruzione e vendetta”.
La fiamma del braciere danzava irruenta mentre Ares pronunciava queste ultime frasi, accolto dal mormorio di approvazione di tutto il consiglio degli dei. Non era un grande oratore, ma aveva il carisma del capitano di battaglia. Metterlo in un Senato significava farlo morire di noia, ma dandogli una lancia lo si poteva vedere imperversare sul campo come una furia. Assetato del sangue di mille battaglie.
Si fermò a contemplare i suoi fratelli e sorelle, gli altri dei, e platealmente si portò la coppa di ambrosia alla bocca bevendone un’ampia sorsata. Rimase muto affinché le sue parole facessero l’effetto desiderato.
Il silenzio fu rotto dopo pochi secondi da una figura longilinea, vestita in maniera elegante, che parlò sfruttando la pausa del Dio della Guerra.
Sono sicura che questa è la volontà di tutti noi, Ares. Solo che dobbiamo procedere con cautela. Il tempo in cui regnavamo sovrani è passato da troppi secoli e non siamo più ben visti. Lui ha preso il controllo delle menti degli umani. Dobbiamo agire con cautela”. 
La voce di Atena risuonò avvolgente come sempre, un consiglio che non si poteva non ritenere corretto.
Siamo in svantaggio numerico fratelli e sorelle mie. Molti dei fauni, centauri e semidei sono stati dimenticati e perciò non potranno più tornare in vita e combattere al nostro fianco. Siamo rimasti solo noi, dobbiamo organizzarci se non vogliamo subire una sconfitta già scritta“.
Per tutto il corso del suo intervento Atena rimase seduta, muovendo in maniera elegante la sola mano e modulando la voce in quella tonalità calda che tutti amavano e rispettavano. La sua saggezza era tenuta in gran conto ogni qual volta gli dei si riunivano. La sua parola valeva molto più dell’oro.
Ares, da vicino al braciere, sbuffò irritato. Non amava aspettare e l’aveva fatto già per troppo tempo. Voleva combattere, far risuonare il grido di battaglia e trafiggere quanti più cuori possibile. Si sentiva tradito dai suoi fratelli.
Ma siamo sicuri che riusciremo ad avere la meglio contro le legioni di alati con cui si contorna?
La vocina timida che poneva la domanda apparteneva ad Afrodite, la quale era sempre più impegnata in qualsiasi attività diversa dal combattere o risolvere problemi gravi. La sua levità e superficialità era talvolta irritante. Ares si trattenne dal rimproverare la sua amante e preferì continuare, scuro in viso, a bere ambrosia.
Afrodite, mia bella sorella, non sei adatta per questi compiti. Lascia pensare alla guerra a chi più ne ha dimestichezza. Tu dovrai intervenire dopo, quando tutto il mondo sarà in preda allo sgomento. In quell’occasione sarai la vera Regina della situazione. Non mettere i tuoi calzari in faccende che non ti appartengono”.
Atena apostrofò gentilmente la sua bella sorella, nascondendo il sorriso ed il sopracciglio leggermente alzato sotto l’elmo che le cingeva il capo. Afrodite, offesa dal rimprovero, sbatté il piedino sul pavimento e ritornò a pettinarsi i lunghi crini alzando il naso al cielo e corrucciando la bocca. Efesto la guardò scuotendo il capo, non sarebbe mai cambiata sospirò.
Gli erano state commissionate numerose armi. Le aveva decorate con perizia e forgiate con l’abilità che solo lui possedeva e gelosamente teneva. Il fabbro degli Dei si era messo all’opera nella sua fucina con alacrità, sudando sette camicie per soddisfare le pressanti richieste di Ares e anche per non colpirlo con il maglio visto che lo sopportava a malapena.
Tossicchiò un paio di volte prima di parlare. Il più famoso fabbro dell’Olimpo era a suo agio unicamente quando si trattava di metalli, i discorsi ed i belletti non erano proprio il suo forte.
Io ho creato le migliori armi a disposizione, per quanto riguarda questo…” il tono andò in decrescendo fino a raggiungere l’inudibile.
Afrodite lo guardò altezzosa, sogghignando leggermente nel vederlo balbettare davanti al pubblico. Di sottecchi lanciò uno sguardo affettuoso ad Ares che, nel frattempo, aveva preso posto su uno scranno che, a malapena, tratteneva la sua irruenza.
Grazie Efesto, sappiamo che hai fatto del tuo meglio e te ne siamo grati. Come decidiamo di muoverci? Io direi che…” Atena lasciò volutamente una sospensione alla fine della frase. Una pausa ad effetto. Vide tutti gli dei protendersi verso di lei, chi mettendo giù la coppa d’ambrosia, chi smettendo di pettinarsi, chi smettendo di parlottare e ridere fra di loro. Il silenzio era sceso come un macigno nella sala. Ne aveva riempito ogni spazio, ogni intercapedine. L’unico suono che si sentiva era lo scoppiettio del fuoco nei bracieri ed il respiro dei presenti.
Io direi che possiamo inviare Hermes a raccogliere quante più informazioni possibili. Rubare quello che ci potrebbe essere utile. Siamo stati lontani dal mondo umano per secoli, non sappiamo cosa troveremo. Dobbiamo prepararci al meglio e poi, una volta ricevute tutte le informazioni, vestiamo le nostre armature e scateniamo una delle più grandi e cruente guerre che si siano mai viste sopra e sotto le sfere celesti”. 
I presenti proruppero in un urlo liberatorio. Era la guerra. Dopo secoli di tregua forzata, di oblio, si ritornava a scatenare una guerra fra gli dei. E sarebbe stata tanto bella quanto tremenda. Il cielo e la terra sarebbero tremati sotto i colpi delle divinità, la loro ira avrebbe squarciato il fragile velo che le copriva alla vista degli uomini e sarebbero scese dalla loro prigione dorata con tutta l’arroganza, potenza, bellezza ed ardore che avevano nei tempi antichi. I cantori avrebbero nuovamente raccontato le loro gesta in poemi, celebrandoli davanti al fuoco da campo.
Ad uno ad uno tutti gli dei presenti incominciarono a percuotere la coppa sui tavoli e sulle armature lucenti facendo risuonare il cielo di un’eco temporalesca. Una tempesta in avvicinamento.
Nell’urlo belluino si distinse Ares che, senza pari fra gli dei, colpiva ripetutamente l’armatura con la pesante coppa. In preda alla furia ed all’eccitazione dell’imminente battaglia salì su un piccolo podio posto nelle vicinanze del grande tavolo centrale e incominciò ad arringare gli altri dei. La voce potente come quella che usava quando parlava agli opliti. Apollo annuì soddisfatto e poi incoraggiò Artemide, sua sorella prediletta, ad intonare con lui i canti di guerra. Il sole sarebbe sparito dal cielo quando sarebbe scoppiato il duello finale, Apollo decise di portarlo via come sgarbo a quel Dio ingannatore e superbo.
I canti di guerra, le urla e le arringhe confluirono in una grande grande festa, innaffiata da fiumi di ambrosia e musica celestiale. Le risate ritornarono nella grande sala, così come il rumore di calici che brindano e l’eccitazione per la battaglia che verrà. Persino Efesto, per l’occasione, riuscì a non incupirsi di fronte ad Ares e lo sollevò in alto affinché quest’ultimo potesse pavoneggiarsi.
Dopo secoli di agonia e derisione, di oscurità e tormento, finalmente gli dei ritornavano a combattere.
Il loro scopo unico era di tagliare la testa a quel Dio che aveva preso il loro posto. Che li aveva lasciati ai margini. Incatenati nell’oscurità. Esiliati in un limbo straniante.
Volevano spargere sangue e volevano la guerra contro il Dio dei cristiani. Ad ogni costo.

Si!?

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