Zeus Presenta – I miei mostri… (Gintoki – pt. 2)

Per chi si fosse perso la prima parte di questa storia, basta cliccare su questo link: Gintoki – La statua di Lord Gin pt. 1

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Gintoki – La statua di Lord Gin

[…]

La prostituta abitava in un vecchio quartiere operaio con un sacco di viottole maleodoranti e pericolose. Aguzzini e malfattori di ogni risma, puttane, oppiomani ed ogni tipo di scarto della società erano l’humus su cui si fondava questa parte di Londra. I due camminarono con passo sicuro evitando qualche ubriaco addormentato con la faccia immersa nel vomito e molti dei personaggi che popolavano quelle stradine.
Videro ogni tipo di professione e di devianza sociale, finché non incontrarono una combriccola di giovani ladruncoli appollaiati sugli scalini di un appartamento diroccato.
Dateci qualche moneta, Lord. Siamo affamati” l’affermazione proveniva da quello che sembrava il capobranco e contrastava nettamente con un fisico ben messo. Gli altri mocciosi del gruppo si strinsero dietro al loro leader, ma dove loro erano una selezione di fisici affamati e debilitati dalla Tbc, chi aveva parlato sembrava decisamente più vecchio e incattivito.
Lo sguardo velenoso che fece la spola fra la donna e le tasche dell’uomo non lasciava dubbi su quale era la sua principale occupazione durante il giorno.
State lontani mocciosi, se no vi faccio piangere. Una lezione che non vi dimenticherete“, lo sguardo di Lord Gin si soffermò sul capobranco sfidandolo apertamente a muoversi. La mano teneva più stretto il bastone da passeggio, mentre l’altra, che aveva lasciato scendere lentamente nel corso della frase, toccava distrattamente un rozzo ma efficace coltello che teneva nella tasca.
I mocciosi si avvicinarono in branco, con il più vecchio in testa a fare da apripista.
Non ve lo ripeto di nuovo, Lord. Dateci delle monete ed arriverete alla fine del vicolo senza spettinarvi“.
Attento balordo, che se ti avvicini non ti rimarranno abbastanza denti per mangiare stasera“, lo sguardo si fece duro.
Senza ulteriori indugi, Lord Gin si avventò contro il capobranco colpendolo ripetutamente sulla bocca con il pomello di metallo del bastone. Il suono dei denti che si rompevano era raccapricciante, così come il sangue che incominciò velocemente a sgorgare dalla bocca distrutta.
La masnada di ladruncoli scappò a gambe levate, provando paura e sollievo nello stesso tempo. Nessuno si curò di aiutare il capo, il quale, ferito ed umiliato, incominciò a singhiozzare rumorosamente ed in maniera convulsa. Il dolore e la paura che sgorgavano dalla bocca di quello che era un piccolo e feroce criminale rimbombavano nel viottolo, ingigantendosi man mano che l’eco ne sospingeva le note.
La prostituta si nascose nelle ombre e nelle rientranze dei muri e vide che il suo accompagnatore, mentre picchiava con furore il bambino, aveva perso il suo aplomb sostituendolo con un ghigno malefico e famelico.
Si sentì percorrere la schiena di un brivido come se avesse visto, per un brevissimo istante, il proprio futuro. La donna, però, decise di ignorare tutti i segnali che le dicevano di scappare. Ella aveva compiuto così tante scelte sbagliate nella sua vita, che non sapeva più distinguerne una giusta.
Rimase ferma, rannicchiata vicino al muro, a guardare il signore distinto tramutarsi in una bestia feroce e fare a pezzi quello che era, a tutti gli effetti, un bambino. Non disse una parola.
Lord Gin si fermò tutto ad un tratto, passandosi la manica della camicia sulla fronte imperlata di sangue e sudore, e guardò l’essere mugolante disteso ai suoi piedi. Era in posizione fetale con una corona di pezzi di denti, sangue e sporcizia intorno alla testa. Una corona per il Principe dei Briganti. Gli mollò un calcio in pancia. Non avevea pietà. Non più.
Si allontanò dal corpo del ragazzo sentendosi forte, quasi della stessa pasta delle divinità. Ma la sete, quella insaziabile sete, non era ancora passata.
La prostituta si fece condurre, tranquilla come un agnello diretto al macello, verso casa sua.
Li accolse una modesta stanzetta, con poco mobilio, un letto fatiscente, un paio di sedie usurate ed un tavolo coperto da un paio di spessi bicchieri in vetro verde ed un mazzolino morente di fiori. L’aria era immersa in un maleodorante odore di sudore vecchio e sporcizia, coperti malamente da uno scadente profumo alla lavanda. Lo stesso che proveniva dal decolleté della donna, sospinto fuori con leggerezza ad ogni respiro.
Sentendo l’aroma di lavanda, Lord Gin guardò la donna al suo fianco e sentì salire dai lombi una voglia irrefrenabile, un animalesco istinto a possederla. Un atto primitivo di sottometterla dopo la vittoria nella battaglia.
Il respiro del Lord si fece più pesante mentre si avvicinava lentamente al tavolo liberandosi dal bastone da passeggio e dalla giacca.
I dubbi e le incertezze della donna scivolarono via alla vista delle monete scintillanti che scivolavano dalla mano del signore e rimbalzano impertinenti sul tavolino. Ed insieme ai dubbi, anche i vestiti incominciarono a cadere. Uno dopo l’altro con la lentezza e l’esperienza della professione.
Rimase nuda, impotente, con i seni rigogliosi che si alzavano ed abbassavano velocemente, seguendo il ritmo stesso della paura e del desiderio che si attorcigliavano nelle viscere della donna. I fianchi larghi, le gambe leggermente storte ma ben tornite, e le braccia imbrunite dalla dura vita all’aperto formavano un quadro dal sapore malinconico ed erotico nello stesso tempo.
L’uomo le si avvicinò sfiorandola dapprima delicatamente, con il palmo della grande mano arrossata dal sangue del suo assalitore. Il tocco si fece via via sempre più deciso finché Lord Gin non si arrese all’istinto e la prese e sollevò per metterla a letto penetrandola con passione e foga animalesca. L’accoppiamento fu quasi brutale, di una foga così primitiva e senza limiti che sembrava di vedere un’idra in azione tanta era l’attorcigliamento dei corpi e i rumori della loro passione. Lui le lasciò graffi sui seni e segni pesanti intorno alla gola, lei si aggrappò alla sua schiena come un naufrago ai relitti della nave.
Lord Gin raggiunse l’orgasmo ringhiando come un lupo e si accasciò sopra di lei, sfinito ma insoddisfatto. Sentiva che la sua sete non era lussuria, non solo, era qualcosa di più profondo. Un tormento interiore, un’oscurità che adombrava il cuore.
La prostituta con gli occhi chiusi si rassettava i capelli con la mano libera inconsapevole dei pensieri nella testa del suo Lord. Lei vedeva le monete e le successive bevute. Forse anche un vestito nuovo e qualche giorno di pausa. Desiderava ardentemente vedere un giorno nuovo, mentre davanti a lei c’era unicamente il buio.
Dalla penombra emerse la voce roca di Lord Gin. Fluiva lentamente fra le labbra socchiuse.
Tu lo sai che non potrai vedere la luce del giorno, vero?
Il rassegnato e silente pianto della sconfitta fu l’unica risposta che ricevette.
Non avrei voluto che finisse così, te lo giuro…” non volle finire la frase.
Signore, ti prego…”
Lord Gin non la lasciò finire.
Tutto è ormai deciso cara. Affida la tua anima a Dio, dì le tue preghiere. Posso aspettare“.
La lasciò libera dalla morsa sudata del proprio corpo e lei, con il corpo livido e l’anima pesante, si inginocchiò davanti al letto, le mani giunte al petto. Incominciò a parlare con Dio. Ancora adesso sperava in una soluzione diversa. Mentre pregava, con gli occhi chiusi ed il respiro lento e regolare,  le rughe di preoccupazione si sciolsero lentamente e svanì anche il peso di una vita ai margini. Per un piccolo istante provava solo pace.
Quello fu il momento in cui Lord Gin decise di muoversi. Non aspettò la fine delle preghiere, non aspettò la salvezza dell’anima della sua vittima. Si mosse velocemente tirando indietro i capelli della donna, lasciando esposta la gola rossa della passione dell’uomo. Con l’altra mano prese il coltello dalla tasca dei pantaloni e le tagliò la gola, assaporando il rumore della pelle che si lacerava ed il suono della lama nella trachea. Il rumore gorgoliante dei respiri provenienti dalla gola squarciata, sempre più radi e difficili. La paura e la morte scendevano nel petto e nel cuore della donna con la stessa velocità del sangue che fuoriusciva. Lenta, ma inesorabile, la vita uscì dalle sue vene.
Lord Gin gustò ogni momento di questo gesto, ogni sguardo della donna, da quello spaventato a morte a quello docile che credeva, contro ogni ragionevole probabilità, che la situazione fosse solo uno scherzo. Assaporò il profumo di morte, di sudore, di paura e lasciò che il sangue fluisse sulle sue mani come un tributo al suo lavoro. Si sentiva potente. Lord Gin sentì che dominava la vita adesso. L’aveva in pugno.
Si sentiva Dio.
Ma l’effetto svanì presto. Si sedette sul bordo del letto, scostando i piedi dal sangue che si allargava sul pavimento. Si appoggiò pesantemente sui gomiti e si prese la testa fra le mani stropicciandosi i capelli e bestemmiando a bassa voce. Desiderava sentirsi tormentato e piangere lacrime amare. Avrebbe voluto provare qualcosa, l’emozione distruttiva di aver tolto una vita ad una persona, ma non sentiva niente. Voleva sentirsi schifato di sé stesso.
Sapeva che l’istinto, quella sete, sarebbe riemersa e non l’avrebbe contrastata. Perchè voleva abbeverarsi di quella fugace sensazione divina. Voleva toccare il Dio che c’era in lui. Esserne tutt’uno.
Il suo piacere e la sua dannazione. Essere sempre il giovane Lord, anche quando i suoi amici invecchiavano o morivano. Lord Gin, invece, non era invecchiato da quel maledetto giorno. Non aveva, sul suo corpo, nessuna delle ferite, delle malattie, dei malanni che l’avevano tormentato negli anni precedenti. Il suo animo era candido.
Ma sapeva che, nelle segrete della sua casa, c’era una statua che invecchiava tormentata e sfregiata dagli eccessi che contraddistinguevano la sua vita. Una statua butterata dal vaiolo e graffiata dalle lame di mille coltelli. Con il volto, un tempo stupendo e luminoso, abbruttito e con rughe di preoccupazione e vecchiaia a solcarle le gote e la fronte.
E questa statua era il segreto che avrebbe matenuto a costo della vita. Sua e degli altri.
Si rivestì di una calma serafica che cozzava con l’omicidio brutale che aveva appena commesso. Si sistemò la giacca ed il panciotto, aggiustando leggermente le maniche della camicia e guardando con disappunto le macchie di sangue sul bavero.
Con un soffio leggero spense le luci della stanza ed uscì con passo leggero, chiudendosi la porta alle spalle.
Questa volta solo il silenzio lo accompagnò mentre giungeva al portone. E, da qua, nella lugubre notte londinese.

[THE END]

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19 Replies to “Zeus Presenta – I miei mostri… (Gintoki – pt. 2)”

    1. Ottimo! Hai visto, pubblicato di venerdì come tu mi hai chiesto.
      E poi non dire, mia Signora, che non rispetto la sua volontà!
      Tilla, mia Regina Sanguinaria, tu sei libera di fare quello che vuoi nel mio blog e nel mio Olimpo. Puoi vagare e decidere di uccidere persone e semidei a caso. Ed io sarò sempre pronto a spalleggiarti.

  1. Dicevo… Zà-zà ce la siamo sbrigati con poco eh co sto finale?
    Suona molto di “vabbè l’avemo ammazzata se ne potemo annà a casa” da parte dell’autore.
    Ogni volta che mi ammazzi qualcuno sembra che poi ciai la fregola di andartene.

    Devo dire che immaginare Gintoki Il Controllato che dice: “Attento balordo, che se ti avvicini non ti rimarranno abbastanza denti per mangiare stasera“ o anche che “raggiunse l’orgasmo ringhiando come un lupo”, mi fa morire.

    1. Buongiorno Tilla. Secondo te ho affrettato la cosa? E stavolta ho anche messo tutti i particolari dell’ammazzatina (cosa che, in altri racconti, omettevo… o lasciavo intuire maldestramente).
      Mi sono posto un limite di due o tre puntate cadauna per questi “I miei mostri…”, con Lord Gin potevo logicamente andare avanti molto di più ma non sarebbe finita velocemente.

      Ehehehe… si, lo deviato particolarmente il buon Gintoki. L’espressione “Attento balordo..:” è molto da piccolo lord dell’800… o, almeno, la mia versione del piccolo lord dell’800…

      1. L’ammazzatina infatti è molto ben descritta e ho apprezzato, rispetto a certi finali in cui me le facevi fuori in quattro e quattr’otto.
        Ma dopo mi parli di un Lord Gin che si sente come dio e mi descrivi le emozioni “non sentiva nulla” ecc. ecc., ecco a me piacerebbe anche vederle le emozioni, anzi, mi piace ancora di più vederle che averle imboccate con una descrizione.
        Poi mi butti lì la storia della statua, veloce, come un dente da togliere e te ne vai e ciao e io rimango insoddisfatta perchè mi la motivazione del personaggio, comprensibile dall’accenno della statua, è un po’ troppo “gettata” lì.

        E buona Pasqua dalla acidissima Tilla La Cagacazzi!

      2. Beh, almeno un primo punto (come vedi, cara Tilla, i tuoi suggerimenti non rimangono inascoltati) è stato portato in meglio. Ammetto che la descrizione più approfondita dell’ammazzatina è stata soddisfacente e ha portato un qualcosa al racconto.
        Le emozioni di Lord Gin sono troppo veloci? Mi spiego: sono spiegate troppo velocemente e passo da un punto all’altro saltando? Forse sarebbe stato meglio aumentare il tremito, lo sconquasso interiore e poi venirne fuori con la certezza di essere insensibile alla cosa e via dicendo.
        Sai cosa faccio se mi riesce? Provo a mandarti una versione “Uncut” della storia… così possiamo discuterne, cosa ne dici?

        La storia della statua in realtà è accennata già nella prima parte come elemento.. ma non spiegato ok… l’accenno dopo è veloce ma sarebbe stato un vero caos riuscire a spiegare la genesi della statua e via dicendo in un paio di racconti… non mettere niente perdeva il senso della storia… metterla approfondita causava più danni… boh…

        E buona Pasqua a te, Mia Sanguinaria Regina.

Si!?

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