Zeus Presenta – I miei mostri… (Gintoki pt.1)

Ben ritrovati a questa nuova puntata di Zeus Presenta – I miei mostri…
Dopo la storia che ha avuto come protagonista rideafa. (che ringrazio nuovamente), ecco che partiamo con un nuovo e freschissimo set di racconti. Il protagonista, questa volta, è quel bianco gattone di nome Gintoki. Vi invito, come sempre, a cliccare sul nome ed andare a vedere il suo blog, o voi che leggete anche l’introduzione. Voi sprovveduti che vi lasciate tentare anche dalla parte sopra la linea continua.
Non divago oltre e vi lascio alla storia di Gintoki. Buona lettura.

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Gintoki – La statua di Lord Gin

Dannazione a tutto questo rumore.
Si mise una mano direttamente sugli occhi, cercando, in maniera goffa ed approssimativa, di coprire gli occhi da quell’unica lama di luce solare e le orecchie dal rumore penetrante.
Scostò il copriletto macchiato e si alzò, appoggiandosi con il gomito sul materasso liso.
Dannazione a tutto questo rumore. E a me che ho esagerato con l’assenzio.
La bocca un impasto compatto di catrame, zuccheri e sonno coagulato. Sentì una mano accarezzargli la parte bassa della schiena, con un fare più svogliato che sensuale. Un ricordo di una dolcezza passata, ormai sfiorita.
Si girò, puntellandosi ancora sul gomito, con gli occhi iniettati di sangue e la vide distesa. Sbatté le palpebre un paio di volte prima di maledirsi sottovoce. La ragazza al suo fianco, con il suo viso vagamente cavallino, il corpo allampanato e l’accenno di un seno tutt’altro che rigoglioso malamente nascosto sotto il lenzuolo, non era una delle più belle con cui fosse andato a letto.
Guardandola così vulnerabile e mezza nuda, lo poteva desumere dalle ombre scure sotto il bianco del lenzuolo, sentì salire una voglia animalesca dal profondo dei lombi. Questa, però, venne prontamente stoppata da un senso di nausea proveniente dallo stomaco. Con il risultato di parità, ritornò a girarsi verso la parte scura della stanza.
Per farsi passare il mal di testa feroce, decise di rivestirsi velocemente e andarsene, lasciando la sconosciuta nel letto.
Non dimentichi qualcosa?
La voce della ragazza lo bloccò peggio che i ceppi della prigione. Cosa aveva dimenticato? Sperava vivamente che non fosse il bacio del buongiorno.
Si girò sistemandosi meglio la giacca ed il panciotto e facendo stridere lievemente il bastone da passeggio sul pavimento.
Certamente cara, non mi sono assolutamente dimenticato! Stavo solo cercando di riacquistare sensibilità alle gambe” e così dicendo si avvicinò al letto abbassandosi verso la ragazza.
Lei lo guardò innalzando il sopracciglio e spostandolo sgarbatamente dalla traiettoria delle labbra.
Puoi tranquillamente lasciare i soldi sul tavolino e andartene”. La voce da abile commerciante. Senza sentimento.
Fu in questo momento che Lord Gin si fece sfuggire il primo sospiro di sollievo ed un brevissimo gaudente sorriso. Si scostò rapidamente dal pericolo di un nuovo incontro con la cavallina nel letto e, muovendosi leggero per la stanza, posò un pugno di monete sul tavolino.
Vista la non memorabile prestazione, mi sono permesso di farmi un piccolo sconto. Sono certo che capirai…” disse Lord Gin, sorridendo come un gatto che ha visto la preda.
Uscì dalla stanza soddisfatto e con, in sottofondo, gli improperi poco femminili della professionista del piacere.

Camminando per le stradine stretta di Londra, Lord Gin si rese conto che erano ormai settimane che continuava, a ritmo ininterrotto, ad indulgere in feste e svaghi. Non aveva almeno otto ore di buon sonno da due settimane, ma il suo fisico sembrava non richiedere tregua. Anzi, più si gettava a capofitto nel bicchiere di assenzio o nelle feste più dissennate, più ne voleva. Ne desiderava.
Si fermò davanti alla vetrina di un rigattiere e, guardando il vetro unto, vide il riflesso sfocato di un giovane uomo, alto, con dei prominenti favoriti e vestito in maniera elegante. Lo sguardo indugiò qualche secondo sul viso che non sembrava portare i segni del tempo o degli affanni fisici o morali degli ultimi tempi.
Si allontanò dalla vetrina mentre il proprietario, vedendolo intento a guardarci attraverso, si avvicinava a gran passo all’entrata per convincerlo ad entrare.

Tirando fuori l’orologio dal taschino si decise ad andare a continuare la sua dieta a pinte di Ale ed un buon Pie per dare slancio alla giornata: come meta scelse il Drunken Sailor. Il pub, un vecchio locale fumoso frequentato da operai, marinai, vagabondi e puttane, era tanto sordido e malfamato quanto rinomato per trovare un Pie di tutto rispetto.
Lord Gin pensò di dirigersi al Sailor per mettere fine al mal di testa in ascesa e calmare lo stomaco con qualche cibaria solida. L’entrata al pub si rivelò, come tutte le volte, un trauma. La cortina di fumo, acre e stagnante, colpì in faccia Lord Gin mozzandogli il respiro e ridando materia prima alla nausea mattutina. Il secondo passo tolse di mezzo il problema, insieme all’accendersi subitaneo di un sigaro scadente e maleodorante.
Lord Gin, dopo aver ordinato, si sedette ad un tavolo in fondo alla sala, contemplando divertito la fauna presente: un paio di operai ubriachi sdravaccati sul bancone, qualche sbiadita puttana con il rossetto slavato ed il trucco che colava dall’angolo dell’occhio. Concentrò l’attenzione su una delle prostitute al banco, seguendola con lo sguardo in ogni movimento.
La vide bere la propria dignità e, l’amore che non aveva mai ricevuto, con la stessa avidità con cui l’affamato si avventa su un ricco buffet. Ogni sorso portava una ruga sul volto, un segno di un passato che, per un brevissimo istante, riemergeva da sotto la scorza indurita dal sole e dalla contrattazione al chiarore delle lampade.
Lord Gin ne rimase affascinato. Si riteneva un sagace osservatore ma, prima di tutto, un curioso per natura. Un vero amante della vita. E con tutto sé stesso si gettava in ogni impresa, che fosse in guerra o in amore. Un passo avanti agli altri. Un passo verso il baratro per molti.
Aveva scampato la morte così tante volte in quegli ultimi tempi che non riusciva quasi a capacitarsene. Erano passati anni da quando si era fatto fare una statua, a grandezza naturale, da uno dei migliori scultori di scuola italiana. Aveva sempre amato lo stile grandioso, il levigato, la luce che usciva da alcuni dei più pregiati marmi che si trovavano a Roma. Aveva guardato la statua con un’avidità primordiale, come guardarsi allo specchio ed è stato allora che…
I pensieri vennero interrotti dal biascicare stentato di una donna.
Lord Gin ritornò a focalizzare lo sguardo nel presente. Doveva essere rimasto inebetito, con la faccia paralizzata, per diversi minuti.
Mi perdoni. Cosa stava dicendo?” disse squadrando il corpo rinchiuso in un vestito liso ma ancora decente, da cui si potevano immaginare un paio di procaci seni. Lo sguardo era, però, in contrasto con il corpo giovanile. Aveva l’età di mille persone. E la loro tristezza.
Dicevo, Signore, se desiderava compagnia. L’ho vista qua da solo e mi son chiesta se voleva compagnia, my lord
Lord Gin rimase vagamente interdetto. Soprattutto perché il pensiero che stava facendo gli svanì dalla mente come neve al sole, ma anche perché sentiva nuovamente l’istinto bestiale che aveva provato stamattina. Solo che, invece di essere di natura libidinosa, sembrava richiedere un nuovo tipo di nutrimento. Era la curiosità che ancora gli restava. Per questo, quasi inconsciamente, fece posto accanto a sé e, schioccando le dita, si fece portare una bottiglia al tavolo.
Prima di completare l’ordine si voltò verso la prostituta: “Cosa desidera?
Assenzio” gli disse in modo automatico.
Lo bevvero in silenzio. Lei seduta alla sua destra, vestita di bianco e lo sguardo perso in qualche sogno, o incubo, di cui solo lei sapeva il nome. La coppa dell’assenzio posizionata davanti di lei, solitaria, imperiosa, forse il centro focale dell’attenzione.
Lui al suo lato. La compostezza della mattina era venuta meno con il passare dei drink bevuti, lasciandolo sempre più accasciato sul bordo del tavolo. Tirò fuori un sigaro scadente per mettere qualcosa fra di loro, per diminuire la distanza. Per lasciarlo ragionare.
Ma il pensiero che stava facendo non ritornava. Scacciò il fastidio della scarsa memoria con una manata in aria.
Guardò l’orologio nel taschino e vide che si era fatto realmente tardi, Lord Beckett lo stava aspettando per la cena con i soci del club di polo. Lord Gin sbuffò infastidito. Decise di dimenticare l’impegno.
Madame, posso permettermi di accompagnarla verso casa?” la voce più melensa del dovuto.
La donna alzò la mano per farsi aiutare ad alzare, non accorgendosi del sottile luccichio nell’occhio dell’uomo al suo fianco.
Lord Gin si offrì di pagare anche il conto aperto della donna, ricevendone in cambio uno slavato ringraziamento. Le offrì il braccio per accompagnarla verso casa.

[TO BE CONTINUED]

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24 Replies to “Zeus Presenta – I miei mostri… (Gintoki pt.1)”

    1. Grazie mille Elena! 🙂
      Ti è piaciuta?! In questi racconti c’è sempre uno o più “dettagli” che ricollegano al blogger prescelto (più o meno, ovvio).
      Arriverà quanto prima 🙂

  1. Ecco, finalmente.
    Guarda come sono seria.

    L’atmosfera del racconto mi è ovviamente più che congeniale. E’ quella che “gli altri” chiamerebbero sordida oscurità, e che per me è casa.
    Te l’ho scritto più di una volta, con nomi diversi, che ciò che apprezzo è la tua capacità di rendere palpabili alcune atmosfere. Talvolta desidererei una spinta maggiore.
    Molti, leggendo o scrivendo, si concentrano sulla trama, sull’insieme degli eventi, sulla fattualità. Io invece sono una da atmosfere, da dettagli e profondità. Ne vorrei sempre di più.
    Un po’ quello che ti dicevo di True Detective.
    In questo racconto, nell’attesa del seguito, onestamente me ne fotto di “quello che accadrà”, potrebbe anche non succedere nulla, inteso come evento fattuale, o qualcosa di poco rilevante, una sciocchezza. Al contrario, sento una tensione verso un “arco di trasformazione del personaggio”, che, seppure solitamente legato a un evento, può diventare la parte rilevante del racconto.
    E’ questione di gusti, diciamo. Penso alla signorina Else di Schnitzler.

    Ho sorriso un po’ perfidella dinanzi a questo Gintoki che in nulla mi ricorda il Gintoki noto. Un Gintoki con l’assenzio e che va a mignotte, colto da irrefrenabili impulsi, non riesco a immaginarlo e mi cozza con il Gintoki pulitino, essenziale, simmetrico, che raddrizza i quadri e che fa lo gnorri indifferente. Il Gintoki reale me lo immagino con qualche fanciulla dall’aria vagamente eterea, di quelle che un giorno dicono “A” e il giorno dopo “B”, senza farti capire un cazzo, perchè, in realtà, non c’è un cazzo da capire.

    Perfidamente tua.
    Tilla.

    1. Tilla cara!
      Anche io ti ho già detto una cosa: i tuoi commenti, pareri e, soprattutto, critiche sono il motore delle mie storie. Ogni volta trovo degli spunti per cercare di crescere ulteriormente come “scrittore” (continuo a metterlo fra virgolette per motivi che ti ho già espresso). Non sto scherzando. Sono realmente contento dei tuoi suggerimenti e sto provando, pian piano, a plasmarli e farli miei per poter creare testi ancora migliori.
      Detto questo, anche per me queste ambientazioni sono “casa” ed è per questo motivo che tento di ambientare le storie in questi paesaggi. In queste lande mentali.
      Cosa intendi per più dettagli? Approfondire ancora le descrizioni dei posti, delle situazioni/emozioni che contriddistinguono i personaggi? Perciò lasciare molto più margine ad una descrizione rispetto “all’azione” del personaggio. E per azione, ovviamente, non intendo lo “sparare” o qualcosa, ma proprio il “fare qualcosa”.
      Il mio timore è sempre quello di evitare che i personaggi siano fissi e non si muovano, che siano bidimensionali. Per questo indugio nelle atmosfere. La seconda parte contrasta leggermente, c’è più azione, più decadimento morale.
      Il Gintoki rappresentato è, effettivamente, completamente diverso da quello reale, quello che conosciamo dal blog. L’ho rimodellato facendolo diventare un mio mostro, denso, ricolmo, di disperazione, violenza e depravazione. L’ho deviato e spero che i “padri letterari/artistici” della sua genesi siano abbastanza chiari.

      Spero in qualche ulteriore critica da parte tua Tilla, sono molto interessato a questa cosa.
      Umilmente tuo,
      Zeus

      1. Secondo me, me stai a pjà per culo. Un po’ come l'”umilmente tuo” finale.

        Ma, in ogni caso, ritenendo il giudizio estetico soggettivo, qualsiasi cosa io possa dirti vale per quel che è: il mio giudizio estetico.
        E ora mi contraddico da sola: certo, nella drammaturgia, ad esempio, ci sono alcuni canoni che per certi versi possono avere connotazioni universali.
        E mi contraddico nuovamente: è pur vero che, oltre a subire eccezioni, è drammaturgia…

        Mi sa che ti scriverò in altra sede.

      2. In realtà no, non te pijo per lucullo. Sono sincero, i tuoi commenti e le tue critiche mi sono realmente preziose. Cerco di farne tesoro perché i complimenti sono piacevoli, ma io mi nutro di critiche per poter migliorare a scrivere.

        Per quanto riguarda l’umilmente suo… beh, si, quello, Mia Regina, è un vezzo divertente che ho letto in molte delle corrispondenze dei tempi che furono. Una chiusura che mi ha fatto sempre sorridere.

        Attendo comunicazione in altra sede allora.

      1. Non permetterei mai che ti si recasse offesa.. ;). Soprattutto dopo l’ ennesima buccia di banana.. ( Tu sai, ma da divinità, non ti curi delle bassezze umane..) .

      2. Ahahah! Ma figurati. Questa blog è un grandissimo albergo.
        Il solo ed unico problema è il padrone di casa! 😀 ehehehe. Perciò prego, my home is your home.

Si!?

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