La bambina che desiderava tutto

Jasmine nacque il 06 giugno 2006 alle ore 3 di mattina. Non fatevi confondere dalla data, la bimba era assolutamente normale e non presentava corna, zampa caprina o poteri malefici. Anzi, Jasmine era una bambina nella norma e aveva portato amore e felicità nella famiglia. I genitori, passato lo scrupolosissimo conteggio delle dita e verificato ogni parte del corpo, tirarono un sospiro di sollievo. In un periodo difficile per la coppia, avevano ricevuto il dono di una bimba bella e sana. Per il breve periodo di qualche ora riuscirono persino a dimenticare tutte le preoccupazioni che li assillavano e, per questo motivo, le diedero un secondo nome: Loto.
Da quel momento in avanti i problemi che avevano avuto non si ripresentarono più, scomparvero in un battere di ciglia. Tutto il loro universo era incentrato sulla crescita della loro figlioletta, sui piccoli e grandi progressi giornalieri e sulle sue conquiste. L’affetto che provavano era enorme, tanto che non smettevano di guardarla e coccolarla.
Al compiere dell’età in cui i bambini incominciano a parlare, Jasmine Loto provò a comunicare con i propri genitori. Le prime parole furono “Mamma” e “Papà”. Il resto fu frutto dell’apprendimento. Lento.
I genitori notarono subito che la bambina aveva delle difficoltà a dare un nome alle cose. La bimba continuava ad indicare, con il suo ditino, i vari oggetti e dire: “Voio uella la”. A volte i genitori sorridevano dell’innocenza della bambina e non rispondevano. In quei momenti Jasmine si alzava impettita, con una ruga d’espressione a solcarle il visino e imponeva la sua volontà. Con il passare del tempo, però, l’incapacità di dare un nome alle cose diventò problematica. La coppia aveva fatto il possibile per aiutarla, ma non ci fu verso. Alla fine provarono a ripeterle il nome dell’oggetto che puntava insistentemente con la manina. Incominciarono con i giocattoli, i sassolini o i fiori che trovavano al parco giochi. Quello che non si accorsero era che, una volta che la bambina otteneva quello che voleva, il nome della cosa, l’oggetto veniva dimenticato.
Non spariva; non c’è niente di sovrannaturale. Semplicemente veniva dimenticato. Una sorta di amnesia selettiva.
Pian piano la gente incominciò a dimenticare le cose più piccole ed insignificanti: la pubblicità nella buca delle lettere, le gomme da masticare, un fiore, un giocattolo e qualsiasi cosa attirasse l’attenzione della bambina. Ma la vita proseguiva sempre uguale.
Jasmine crebbe fino ad andare all’asilo e poi alle elementari. E sempre più cose venivano dimenticate dalle persone. Oggetti più importanti, proprietà, utensili. Tutto quello che la bambina desiderava o voleva conoscere. Unicamente Jasmine Loto vedeva e usava gli oggetti dimenticati. Erano suoi.
Crescendo, aumentarono anche le richieste e le esigenze della bimba. Voleva sempre di più, come tutti i bambini della sua età. Voleva più giochi, più vestiti, più svaghi. E più desiderava, più tutti perdevano l’immagine delle cose dalla memoria. Le lezioni, dal secondo anno delle elementari, si tennero sempre in piedi: Jasmine voleva il banco dove era seduto un suo compagno di scuola. Dopo un paio di giorni nessuno sapeva più cosa fossero i banchi. Nessuno li usava, perché nessuno li vedeva. Le lezioni, perciò, si tenevano in piedi in aule completamente arredate. E così procedeva anche la vita all’esterno.
Jasmine percorreva la vita senza preoccupazioni. I genitori la amavano profondamente e cercavano di venire incontro ai suoi desideri. Almeno per quello che potevano ricordarsi. Più cresceva, più le cose fisiche perdevano fascino nei suoi confronti. La ragazza stava scoprendo i sentimenti. Desiderava provare qualcosa.
Dalla pubertà in avanti concentrò i suoi sforzi sulle emozioni. Quando vide due ragazzine litigare volle quello che stavano facendo. La madre, sconcertata, le chiese cosa voleva di preciso. La figlia, incapace di formulare il nome di quello che vedeva, le disse semplicemente: “Voglio quella cosa”.
“Vuoi l’odio?”, le rispose candidamente la madre.
“Si” fu la risposta stringata della bambina.
Dopo un paio di giorni l’odio scomparve dalla faccia della terra. Nessuno si ricordava cosa fosse. E, giorno dopo giorno, scomparvero anche gli altri sentimenti. Uno dopo l’altro finirono nell’oblio. Lasciando la gente in una esistenza priva di qualsiasi sussulto emotivo.
Jasmine Loto, però, provava e sentiva. Finalmente aveva la percezione di tutto lo spettro emotivo e questo la tormentava enormemente. Soprattutto quando si accorse che il tempo passava. Aveva capito che più i giorni andavano avanti, più i suoi amatissimi genitori diventavano vecchi e stanchi.
La vecchiaia dei genitori la spaventava a morte. Non voleva che succedesse niente a sua mamma e suo papà. Chiese informazioni. Volle sapere cosa succedeva quando il tempo era così tanto che si diventava molto vecchi.
La madre le disse che, alla fine, c’era la morte.
Jasmine mise il broncio, la parola suonava brutta.
Disse semplicemente: “Voglio quella cosa”
“La morte, figliola? No che non la vuoi…” sospirò la madre.
“Si”, la risposta fu semplice e distaccata.
Dopo qualche giorno ci si scordò della morte e sulla terra non ci furono più decessi. Insieme alla morte anche il tempo cadde nell’oblio. Si viveva in un eterno presente. Il tempo era stato dimenticato. Solo Jasmine capiva cosa stava succedendo, ma non poteva farci molto. Voleva proteggere i suoi genitori.
Un giorno li vide discutere. Aveva avuto una giornata pesante. Muoversi in un mondo di ombre in cui si è completamente schiacciati dai propri sentimenti e dalle cose non è semplice. Voleva silenzio.
Entrata in casa si stizzì nel sentire i suoi genitori discutere.
Si intromise nella discussione e pretese di avere “quella cosa”.
“La discussione, figlia mia adorata?” le disse il padre.
“Si”
Nel giro di qualche giorno le persone si scordarono di parlare. Non c’era più nessun suono nel mondo.
Jasmine fu felice per i primi tempi. Nessun caos, nessuna parlantina fastidiosa. Niente di niente. Solo silenzio.
Dopo la prima sbornia di silenzio, però, si sentì sola e incominciò a voler parlare con qualcuno. Per la prima volta da quando era nata, si accorse che non voleva qualcosa. Che quello che aveva desiderato non le piaceva.
Andò dalla madre e le disse, con gli occhi rigati di lacrime amare, di un dolore sconosciuto fino a pochi anni prima, di “non voler più quella cosa”.
Furono le prime parole sulla terra da giorni.
La madre la guardò senza fare una mossa e non disse nulla. Le avevano tolto i sentimenti e la parola e non poteva più aiutare Jasmine. Sul viso della madre scesero le ultime lacrime che aveva nei dotti lacrimali. L’ultimo legame emotivo, inconscio, fra madre e figlia.
Gli unici rumori che si sentirono da lì in avanti furono i solitari singhiozzi di Jasmine Loto.
La bambina che poteva provare tutto. Ma che non poteva più avere niente.
Neanche l’unica cosa che desiderava realmente.

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52 Replies to “La bambina che desiderava tutto”

      1. Ah Zeus… se tu sapessi che cosa strana m’è successa oggi con Lady in Black e quanto ti ho pensato…

        E cmq dopo questo post io non sono più in grado di osservarti languidamente da lontano. Sparirò per dimenticarti.

      2. Ah Tilla, il tuo sospirar mi rende ombroso e quando divento ombroso, volgo il mio sguardo a Sud e divento violento. Non chiederò un pubblico lumi sugli avvenimenti passati, aspetterò il tuo ritorno sul Monte Olimpo con una coppa d’ambrosia.

        Le tue parole sono una lama infiammata nelle mie viscere Tilla. Neanche la battaglia con i Titani mi ha colpito così durante…

      3. Mi rifugerò nella sceneggiatura per Gintoki, che tanto fa finta di cagarmi solo a tratti, e accarezzandolo contropelo piangerò lacrime di sangue per queste PENE d’amore.

      4. Gintoki è un bravo gattone. E come tutti i gatti ha l’avviso di chiamata… poi risponde quando vuole. Per questo è Gin, non prendertela Tenebrosa Dama di Sangue.
        Ci sarà soddisfazione in Queste Pene d’Amore!?

      5. Se proprio vuoi, passagli la mano sui baffi… anche leggermente… diventano irrequieti.

        Il mio cuor sanguina Tilla… brutalmente macellato da questo tuo Tormento

      1. Non so se piangere o ridere. Perché secondo me sotto sotto hai un ego smisurato :3 ahahah comunque mi è piaciuto troppo che hai cambiato genere in questo racconto. Brav brav!

      2. Ridi ridi. Perché sono un simpatico burlone 😀 Io e il mio ego abbiamo un rapporto tranquillo ahahahaha.
        Sono contento che tu abbia apprezzato questo tentativo. Mi diverte provare a fare qualcosa di diverso a volte. Sono prove, tentativi, sperando che riescano. Non è proprio il mio genere questo gotico/noir ma ne sono rimasto soddisfatto 🙂

      3. Ti ho anche commentato il tuo articolo 😛
        Beh, io seguirei questa tua spinta a scrivere… all’inizio forse li odi, ma poi ne provi piacere… forse devi solo trovare quello che vuoi scrivere 🙂

  1. Sai già che io non leggo (tendenzialmemte) i racconti, e sai anche che i racconti “lunghi” ancora di meno, ma questo merita. Davvero. Sei riuscito a catturare l’attenzione di chi legge e farlo arrivare a fine lettura. E anche l’idea è ottima. Mi rimane da dirti solo una cosa… BRAVO!

  2. Grande Zeus, da oggi sono ufficialmente un tuo ammiratore. Qui trovo musica e parole incastrate a perfezione. Non pensavo ti dilettassi anche con i racconti, complimenti.

    1. Grazie mille Topper. Parole troppo buone!
      Si, dici bene, mi diletto con i racconti (ho una sezione con dentro le varie cose che scrivo), ma ammetto che questo è il primo del suo genere, per me. Solitamente sfrutto altri tipi di immaginario letterario.

Si!?

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