Seduto su una panchina

Era seduto su una panchina di legno verde, immerso nei suoi pensieri. Lo sguardo, vagamente triste ed assonnato, vagava sull’orizzonte. Il vento freddo, tagliente, lo graffiava sul viso e scompigliava quei capelli che, ostinatamente, aveva domato con il gel.
Si chiuse il cappotto con una mano guantata, infilando l’ultimo bottone e tirando il bavero. Alzò la sciarpa di lana, di un grigio tenue ed inserti fantasia, per proteggere la gola e la bocca dagli aguzzi denti delle intemperie.
Arrotolò diligentemente il giornale e lo mise in grembo, nell’attesa di un bus che non arrivava mai. Alzò velocemente il polsino del cappotto, scostando la camicia bianca di sartoria e mettendo in mostra l’orologio. Segnava quasi mezzogiorno e non vedeva un mezzo pubblico da almeno un’ora.
L’uomo sprofondò in una malinconica depressione. Si alzò dalla panchina e si sgranchì le gambe camminando avanti ed indietro, facendo dei piccoli cerchi concentrici e guardando, soddisfatto, il lavoro compiuto. Finita la chiocciola, la cancellava con un piede e riprendeva il giro.
Questo giochetto, però, lo stancò dopo breve tempo e non potè fare altro che sedersi, di nuovo, ad aspettare. Paziente.
Lo sguardo vagò fra la strada ed il profilo confuso delle montagne distanti, fra i campi che lo circondavano e le sagome delle casette in controluce. Ma poi si fermò e lo vide. E sentì. Ed il suo cuore pianse, perdendo un battito nel confuso suono della disperazione.
Vide queste persone che la massacravano, incuranti, insensibili. Usavano l’ascia in maniera violenta, provando quasi gusto nel rumore spezzato che proveniva dal suo corpo. Li vide scostarsi e poi, velocemente, avvicinarsi di nuovo e continuare a colpirla. Sempre più forte. Ritmicamente.
Voleva muoversi ed andare a parlare con queste persone e fermarle. Ma rimase seduto. In attesa. Osservava silenzioso questo delitto.
Gli uomini che stavano colpendo con l’ascia si spostarono quando videro arrivare un grosso uomo barbuto, armato con una sega elettrica. Il silenzio lo accolse, ma fu ben presto sostituito dal rumore di denti metallici che, famelici, azzannavano l’aria circostante.
L’uomo sulla panchina, confuso, si stupì di non aver sentito ancora un gemito. Un rumore proveniente dalla vittima. Si sedette sul bordo di legno per cercare di guardare meglio, di sentire di più. Incuriosito e, nello stesso tempo, spaventato di alzare la voce per aiutare l’oppresso.
L’uomo barbuto si accanì ferocemente, facendo ululare la sega e lasciando che essa si nutrisse delle carni della povera creatura straziata. L’uomo sulla panchina, ancora, non sentì nessun rumore, nessun urlo.
Irrigidito guardò l’orologio, con gesto meccanico e involontario. Il quadrante riportava mezzogiorno preciso; non erano passati neanche venti minuti da quando l’aveva controllato l’ultima volta. Sembrava passata una vita.
Il suono meccanico, stridente, di una sirena da lavoro risuonò nell’aria tersa. Si conficcò nelle orecchie dell’uomo sulla panchina, facendogli portare le mani guantate intorno al volto. Quando le tirò via, umide di lacrime, vide gli uomini che se ne stavano andando dal campo. L’ascia posta distrattamente sulla spalla, il metallo lucente rifletteva i raggi del sole. L’uomo barbuto stava parlando e trascinandosi dietro la sega elettrica, sazia e silenziosa.
I cadaveri, una serie di grandi ceppi di legno d’abete, erano ordinatamente accatastati dietro la recinzione.
Un sottile velo di vapore si alzava dal legno caldo, mentre raffreddava la sua vita sotto un clemente sole invernale.

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10 Replies to “Seduto su una panchina”

      1. (ma no che non hai scritto male. era proprio per sottolineare l’importanza del ritmo differente. inizia lento, poi incalza 🙂 )

      2. (già…si evince…assolutamente e che nessuno provi a dire il contrario…sento ancora il colpi delle asce ed il rumore della sega elettrica ;))

      3. Troppi complimenti, veramente!! 🙂 ma grazie.
        Si, ci sono volte che rimango fortemente perplesso di cosa stiamo facendo… sono un pochino utopistico eh! 🙂

  1. Sei un delinquente! Per un momento ho pensato al peggio. Ottimo, bellissimo racconto. Mi ricorda vagamente un racconto breve di non so chi su un antologico che recuperai usato una decina di anni fa…ricordo solo il titolo della raccolta: “Splatterpunk”: un nome un programma.

    1. 🙂 grazie mille. Un bellissimo commento! Sono contento che ti sia piaciuto questo racconto!
      Non sono sempre sanguinario o “psicopatico” eheh.. a volte faccio uscire anche la mia anima ambientalista!
      Ti ricorda un racconto? Sicuramente non è un’idea originale, ma non saprei dirti da dove è uscita 🙂 probabilmente da molte cose, racconti, documentari e libri. Un mix.

      ps: Splatterpunk non lo conosco 😀 ehehe

Si!?

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